Fabula LIV (terza parte)

(continua da qui)

Esitano, si guardano tra loro. Ma che fanno? Non possono accettare, sono impazziti?
«Dici che ti abbandoneranno?» La voce della fata mi scivola dolce nelle orecchie, e i miei tentativi di sfuggire alla sua stretta sembrano improvvisamente una perdita di tempo. «Sei diverso da loro. Tutto umano, e scuro quasi quanto uno svartalfàr.»
«Perché sei con Delfine?» È difficile riuscire a pensare, con l’huldra così vicina. Il mio cervello sembra galleggiare nella melassa. Malombra sta sollevando una mano per coprirsi l’occhio sinistro, e Silva si avvicina, la maschera stretta in mano. «Lei ti sta sfruttando.»
«E allora? Ci guadagno comunque, e più che a vendermi al Tribuno come le Alseidi. Tu cosa ci guadagni, invece, a farti ammazzare così? Non sembri una Furia o un agente…»
«Mi sono ritrovato in mezzo a questa storia per caso.» È difficile ricordare con chi sto parlando. Le parole mi sfuggono di bocca senza che lo voglia, sincere e fuori controllo. «Ma più vado avanti, meno mi piace quello che incontro…»
La maschera da saldatore rotola ai miei piedi. «Lascialo andare» ordina Silva.
«Ah no?» mi risponde l’huldra, ignorando la cambiata. «Io invece non mi divertivo così da un sacco. Me la raccogli?» Mi lascia andare la gola, limitandosi a tenermi poggiata contro il petto la mano che regge il bastone. So che dovrei approfittarne per tentare di fuggire, ma per farlo dovrei staccarmi da lei. Rinunciare a quel calore, quel profumo, quel tocco… Mi chino a prendere la maschera e gliela passo. «Guarda un po’, i tuoi compagni vogliono davvero salvarti» continua. «Pensi che ce la faranno?»
«No. Ci ucciderai tutti» rispondo. Non sembra poi così importante. Sto bene. Se non fosse per quella seccante ombra d’ansia che non vuole andarsene, sarebbe un momento perfetto.
«Se gli succede qualcosa ti distruggerò. Tu non sai cosa posso farti» interviene Malombra, la mano ancora sul volto. Dietro di lui si sta combattendo. La folta barba verde e giallastra di un seguace di Delfine prende fuoco quando due guardiani del tempio vi piantano dentro i loro bastoni, un attimo prima che una strix piombi dall’alto e conficchi gli artigli nel volto di uno di loro.
«Niente, puoi farmi. Sei troppo lento» replica la fata. «Invece lei è veloce, ma non è forte abbastanza. E adesso può mettersi in culo i suoi giochi con la luce.» Si infila la maschera. Maledizione, ora non potrò più sentire il suo fiato sul mio orecchio. Non mi piace. Mi pare di essere diventato già un po’ più ansioso.
«Sicura? Magari hai ragione, ma che ti frega di rischiare solo per ammazzarci? Guarda in che razza di carnaio ti sei infilata, scommetto che non te l’avevano descritta così questa spedizione. E noi non siamo niente rispetto alle Furie, quelle fanno cagare sotto anche me. La piccoletta ancora più dell’energumena.» Mentre Malombra parla, alle sue spalle prende forma la sagoma tenebrosa del felino d’ombra. «Non c’è neanche nulla di interessante da guadagnare, qui. Lascia andare il mio amico e vattene. Hai fatto la tua parte, puoi raccontare di quanto ci hai pestati prima di perderci di vista nel casino e risparmiare i tuoi uomini per quando ne varrà la pena.»
L’huldra mi passa le dita tra i capelli, accarezzandomi la nuca. Trattengo il respiro mentre assaporo quella sensazione. Lasciarmi andare? Io sto benissimo così, anche se potrebbe spezzarmi il collo da un momento all’altro. Ne vale la pena. Non ho paura. O forse sì, ma non di lei.
«Non hai tutti i torti, marchiato» comincia. Un tuffo al cuore. Non vorrà mica farlo davvero? Non può lasciarmi così, da solo. Il solo pensarci mi terrorizza. «Ma Delfine sembra avermi notata, mi ha dato delle responsabilità qui. Se faccio bene potrei diventare ancora più preziosa per lei. E se per essere la favorita della prossima padrona della città devo liberarla da voi, beh…» Mi sfugge un sospiro di sollievo. Non vuole lasciarmi! Anzi, mentre fa cenno a Malombra di avvicinarsi stringe ancora di più la presa sui miei capelli. «Ma questo qui mi sembra innocuo. Se continuate a fare quello che dico magari potrei lasciarlo vivere.»
Eppure sono ancora spaventato. Anzi, lo divento sempre di più, e in fretta. È un terrore da incubo, di quelli in cui sei convinto che qualcosa di tremendo stia per accadere, ma non hai idea di come evitarlo.
In quei sogni, però, di solito non sai cos’è a farti paura. Io invece credo di saperlo fin troppo bene.
«Col cazzo che mi avvicino» sta dicendo intanto il fattucchiere. «Forza, se vuoi ucciderlo fallo. Ma poi non credere di poter andare via da questa piazza in un pezzo solo.»
Non posso restare bloccato in questa situazione, non adesso. E faceva male anche prima essere trattenuto in questo modo?
«Puoi avere dentro tutte le bestie schifose che vuoi.» La fata mi spinge in avanti, come se fossi uno scudo. Non è che la sua voce sia poi così melodiosa, ad ascoltarla bene. E le sue dita più che soffici sono mollicce. E quando sono diventate così fredde? «Non mi fai comunque paura.»
«Allora perché non lo lasci andare e ce la vediamo tra noi?» Malombra scopre l’occhio cieco. Dagli angoli cola liquido dall’aria malsana, e la pelle intorno all’orbita è diventata gonfia e livida. «Tanto la cosa qui dentro mi sa che comunque non riesco più a tenerla a bada.»
Credo che l’huldra sia rimasta sorpresa quanto me, perché resta immobile per un attimo. Ma io non posso perdere altro tempo, e la fata ormai mi sta reggendo appena. Probabilmente crede di avermi ancora sotto controllo.
Mi volto di scatto, ignorando come meglio posso il dolore per la ciocca di capelli che le lascio in mano, e le sfilo la maschera. Mi ritrovo a guardarla in volto. Batte le palpebre, incredula. «Ma come…»
E poi una fiammata esplode tra di noi, calda e accecante. Mi copro gli occhi, anche se ormai è troppo tardi, e il naso mi si riempie dell’odore di peli bruciati, penso della mia barba o delle sopracciglia. L’huldra strilla, qualcuno mi spinge via, finisco a terra. Malombra pronuncia formule magiche. Il tepore delle fiamme.
«Non puoi toccarmi, cagna!» Il pizzicore che mi aveva provocato il bastone, ma adesso esteso a tutto il corpo. La voce dell’huldra suona così profonda e potente da non sembrare più neanche la sua. Credo stia parlando in una qualche lingua scandinava.
Provo a socchiudere le palpebre, ma vedo solo sagome che si confondono con macchie luminose. Il gatto-ombra sta svanendo mentre cerca di allontanarsi dalla fata, o sono io che non riesco più a distinguerlo bene? Mi strofino gli occhi. Una folata di vento, lamenti femminili. Li riapro. Silva è piegata sul bastone dell’huldra, la sfera all’estremità dell’asta preme contro il suo stomaco. Sta provando a urlare, ma non emette alcun suono. Dove cazzo è Malombra?
Un istante dopo sbuca alle spalle della fata. C’è qualcosa sul suo volto, ma non riesco a capire di cosa si tratti. Ma quando viene afferrata la creatura urla, si divincola. Ha paura.
Cerca di sollevare il bastone, ma Silva lo trattiene. È pallida come un cadavere e sta perdendo sangue dal naso, ma sembra di nuovo padrona di sé, e ha un sorriso di trionfo sul volto.
«Lascialo!» strilla l’huldra. «Sta mangiando il mio Seiðr, devi…»
Tra le mani della cambiata divampano le fiamme, e l’asta di legno prende fuoco subito dopo. La fata lascia andare il bastone, saltando all’indietro con un grido disperato e travolgendo Malombra, che cade a terra. Ma Silva lancia via il tizzone e incalza l’huldra, la colpisce con un altro dei suoi pugni roventi. Stavolta alla creatura scappa un lamento, e sulla pelle candida compaiono i marchi rossi delle bruciature.
«No!» Il secondo pugno va a vuoto. L’huldra si è gettata gattoni, scoprendo la sua schiena cava, la coda che si agita furiosamente dietro di lei. Gira rapidissima attorno a Silva, muovendosi sui quattro arti. «Me la pagherai per quel bastone, meticcia.» Si allontana, schivando un getto di fiamme che si spegne nel punto esatto in cui era meno di un secondo prima. «Sempre se sopravvivrai fino a domani.»
La guardo fuggire, via dalla battaglia, oltre la piazza e nelle tenebre dei vicoli vicini, impassibilmente veloce. «L’hai lasciata andare.» Mi rimetto in piedi. Gli occhi mi bruciano ancora, merda. «Sei stata gentile.»
«Gentile? Mi tengo in piedi per miracolo, figurati se provo a inseguirla.» Silva si sfiora il petto e la pancia, rabbrividendo. «Per fortuna non me la sono dovuta vedere da sola. Non so come hai eliminato le sue protezioni, stregone, ma grazie dell’aiuto.»
Anche Malombra si sta rialzando. Ha tirato fuori da chissà dove un lurido fazzoletto di stoffa, e lo sta usando per asciugarsi con cura la guancia e la pelle intorno all’occhio sinistro. «Aiuto? Io stavo solo… » Si stringe nelle spalle. «Ah, fanculo. Era importante liberarcene. Ce l’avrei fatta anche da solo, ma insieme siamo stati più rapidi.»
«Appena i Variaghi si accorgeranno che è fuggita faranno lo stesso.» Silva si guarda attorno, e lo faccio anche io. Ai margini della piazza si lotta ancora, ma i guardiani stanno resistendo meglio di quanto mi aspettassi. L’Ardente dev’essersi davvero impegnato nel renderli più forti. E dove la confusione è maggiore mi sembra di intravedere la chioma bionda di Vittoria. «Forse siamo riusciti a cambiare il corso di questo scontro.»
«Non so se basterà.» Il cuore che mi batte all’impazzata. La morsa allo stomaco. Il sudore gelido dietro il collo. Il terrore non ha smesso di tormentarmi neanche per un attimo, anche dopo essermi liberato dall’influsso dell’huldra. E non credo possa crescere ancora.
Mi volto verso Malombra, e lui sembra leggere qualcosa nella mia espressione. «Tessalonica?» chiede. Annuisco. «È vicina?»
«No.» Tendo le orecchie, quasi aspettandomi di udire il battito di grandi ali e un grido lacerante. «È già qui.»

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