Fabula LII (terza parte)

(continua da qui)

Mi guardo attorno alla ricerca del fattucchiere, ma lui è già dietro di me. Sembra non avere neanche un graffio. «Bel casino, eh?»
«Sei riuscito a non farti mangiare dalla strix, è già qualcosa» replico, mentre cerco di valutare la minaccia che abbiamo di fronte. Un paio degli umani ben vestiti, una donna che scrive o disegna qualcosa in un taccuino nero e un uomo anziano che regge tra le dita tremanti un elaborato talismano dorato. «Cosa ne pensi?» Alcune delle belle e inquietanti creature dai lunghi cappotti, che aprono rivelando un rivestimento di fogli ingialliti e stropicciati che ondeggiano in ogni direzione, ignorando il vento. Un cambiato con la parte sinistra del volto ricoperta di corteccia, in cui sono state incise complesse figure geometriche.
«Direi che vogliono sfondare i miei sigilli» risponde Malombra, con indifferenza.
«Quello l’ho capito anch’io! Ma possono farcela?» Una minuscola donna sovrappeso che si lega un fazzoletto rosso sui capelli e inizia a gorgheggiare. Una sagoma appena accennata, un tremore nell’aria, la sensazione di qualcuno che mi osserva.
«Certo che possono. Li ho tirati su in fretta e furia. Sono infusi di energia presa dal fuoco, quindi è doloroso attraversarli fisicamente, ma sotto la pressione mistica reggeranno pochissimo.»
«Puoi rinforzarli in qualche modo?» Un uomo completamente glabro, con un grosso topo di peluche che sembra crescergli dalla pelle del collo. Una ragazzina con lunghe piume bianche che le scendono lungo le braccia. E ancora altri. Tanti. «Tenerli in piedi finché non cambiano idea? Reagire?»
«Posso provarci, ma non credo che…»
«E allora fallo.» Mi volto verso il tempio. La folla è ancora lì, stretta contro i muri del santuario, le aure che si mescolano in una nuvola di colori sporcati e spenti dalla paura. Forse stanno gridando di terrore, e le loro voci si perdono nella confusione di fondo. O forse non riescono a fare neanche più quello. «Guadagniamo un po’ di tempo, magari l’Ardente si deciderà ad accoglierli.»
Malombra borbotta qualcosa, e non ho bisogno di capire le parole per intuire cosa pensa della mia idea. Ma arretra comunque verso il centro della piazza, iniziando a disegnare a mezz’aria nuovi simboli con il suo bastone. «Aspetta, ti aiuto» dice Silva, seguendolo.
L’huldra mi sta fissando, e ride nonostante abbia spezzato le ossa a non so più quanti dei suoi Variaghi. È così sicura di aver già vinto che neanche ci manda contro qualcuno per tenerci impegnati mentre i suoi incantatori portano a termine il loro compito. È davvero un comandante di merda. Peccato che neanche lei possa perdere uno scontro tanto impari.
«Non devi preoccuparti.» Irene mi sfiora il braccio per attirare la mia attenzione. Perfino un tocco così leggero mi fa malissimo, ma mi sforzo di non darlo a vedere. «Anche se la situazione dovesse diventare drammatica, ci penserò io a risolverla.»
«Che vuoi dire?» Mi volto a guardarla. Solleva un pochino la testa, rivelando dei brutti graffi su guance e collo che prima era impossibile vedere. «E che ti è successo?»
Ignora la mia seconda domanda. «Lo sai cosa voglio dire.» Uno dei serpenti si avvicina a me, mi studia, mi sfiora con la testa. «Potrei lasciarmi andare, usare tutto quello che ho. Non se lo aspetterebbe nessuno. Prima di capire cosa sta succedendo sarebbero già in preda al panico.»
«No!» Il serpente si ritrae, spaventato dal tono brusco della mia voce. «È troppo pericoloso, anche se riuscissi a spaventare quei bastardi…» Il resto della frase si rifiuta di lasciare le mie labbra. Non posso dirlo. Non posso neanche pensarci.
«Morirei a causa delle trasformazioni nel mio corpo.» Lei non esita neanche un attimo, invece. «Lo so. Il Professore me l’ha detto durante la prima visita, che la mia condizione di cambiata mi ucciderà. Già che fossi ancora viva nonostante questi cosi in testa per lui era un’assurdità.» Le serpi, forse sentendosi chiamate in causa, si piegano su di lei. Una le striscia fin sulla fronte. Irene serra le palpebre e rabbrividisce, ma continua a parlare. So quanto le costa. «E se anche, per qualche miracolo, dovessi sopravvivere, probabilmente non potrei più ritornare neanche a questo aspetto. Non avrei più nulla di umano.»
«Vedi che è un’idea di merda?» Gli incantatori dell’huldra hanno cominciato il loro lavoro. La magia sta riempiendo l’aria. Attraverso le mie lenti appare sotto forma di fumo scintillante, piccoli fulmini, una trama di fili colorati,  uno sciame di insetti dalle forme cangianti, una catena avvolta su se stessa in decine di meandri inutili. Ogni mago ha la sua. Alcune sono molto simili tra loro, ma nessuna è identica all’altra, tranne che nello scopo. Tutte stanno scuotendo con violenza le fragili barriere erette da Malombra.
«Non lo sarebbe, se l’alternativa fosse la morte di tutti noi.» Il serpente finalmente si allontana dal suo volto, e lei sospira di sollievo e riapre piano gli occhi. «E ho già fatto molto più di quanto avrei mai creduto possibile quando ero rinchiusa in ospedale. Tu, la Sibilla, il Tribuno… vi devo così tanto che…»
«Che non farai nessuna stronzata. E smettila di pensare certe cose, o mi costringerai a darti una botta in testa che ti farà svenire fino alla fine della battaglia. Vuoi perderti il momento in cui rimescolerò le ossa alla vacca vichinga?» Accompagno le parole con un cenno in direzione dell’huldra. Non so se Irene lo veda, con gli occhi piantati a terra, ma le scappa comunque una risata.
Vorrei non dover fingere di essere ottimista. Ma anche se Malombra continua a cantilenare e a tracciare glifi e parole usando un alfabeto che non conosco, e anche se la pelle della nuca e del collo di Silva ha iniziato a splendere per lo sforzo della cambiata di canalizzare il suo potere nel bastone del fattucchiere, la situazione è drammatica. Non fanno in tempo a chiudere una falla nella barriera che se ne sono già aperte altre due. I nostri nemici sono in troppi.
E attorno ai varchi se ne stanno radunando altri. I cambiati con tratti da predatori. Immagino li stessero tenendo da parte per il momento decisivo, perché tutti, dalla più massiccia donna con orecchie tonde da orso al più minuto ragazzo dall’aria volpina, hanno un’aria dannatamente pericolosa. Gli occhi fissi su di noi, attendono il momento buono per attaccare.
«A destra!» urla Malombra. Mi volto in quella direzione, e vedo sollevarsi una fontana di scintille, mentre uno dei sigilli protettivi si dissolve. E poi ne segue un’altra, e una terza. I cambiati si fanno più vicini. Aspettano che ci siano più varchi, per poterci assalire tutti insieme. Sensato. Scommetto che non è l’huldra a dargli le istruzioni.
Un’altra barriera cade. «Torniamo verso il santuario. Almeno avremo le spalle coperte e non potranno accerchiarci» ordino, iniziando ad arretrare.
«No, aspetta.» Silva mi fa cenno di fermarmi. «Sta succedendo qualcosa di strano. Il fuoco… lui…»
Non completa la frase, ma non ce n’è bisogno. Ora riesco a vederlo anch’io. Le sottili linee fiammeggianti dei sigilli stanno diventando più brillanti, solide. Ardono con più intensità, e la magia che le stava distruggendo ora vacilla, viene respinta… Oh cazzo, sta bruciando!
Vampate improvvise si sollevano dalla barriera e investono gli incantatori. Alcuni riescono a fuggire, ma i più si ritrovano avvolti dalle fiamme. Urlano disperati, mentre i loro compagni li trascinano a terra, li circondano e tentano di spegnere il fuoco colpendoli con giacconi e cappotti.
«Malombra, sei stato tu?» Non riesco a credere ai miei occhi. «Sei un fottuto genio, lo sai?»
«Lo so, ma stavolta io non ho fatto niente» replica il fattucchiere. «Credo sia merito loro.»
Solleva un dito in direzione del santuario. Le sue porte sono aperte, e un folto gruppo di guardiani armati di aste si sta riversando nella piazza. E davanti a loro…
«Sami!» Malombra corre incontro all’uomo. I due si abbracciano, ridendo euforici. «Stronzo, stavo iniziando a pensare che ti avessero ammazzato!»
«Sono vivo, sono vivo!» Il bel tipo si volta verso di me. «Ho parlato coi rappresentanti dell’Ardente. Il santuario ci aiuterà, entro certi limiti. I guardiani non sono granché come combattenti, ma meglio di niente, immagino. E hanno assicurato che rinforzeranno le difese della piazza.»
«E faranno entrare la gente nel tempio?» chiede Irene, ansiosa.
Sami scuote la testa. «Continuano a dire che sarebbe una violazione delle regole. Ma i guardiani cercheranno di difenderli come possono, e…» Si ferma al risuonare di un alto ululato, e fissa qualcosa alle mie spalle, aggrottando la fronte.
Mi volto. I cambiati si stanno radunando nei punti in cui la barriera è crollata. «State attenti, arriveranno da più direzioni» comincio, ma mi fermo quando Sami mi indica una figura precisa, in testa a uno dei gruppi che si stanno preparando all’assalto.
Una creatura pelosissima, con le braccia lunghe e le gambe curve, grosse zanne candide, occhi che splendono gialli quando riflettono la luce, un’inconfondibile aria un po’ sbilenca. Un licantropo. Ma non uno qualunque.
«Fra…» mormoro.
«Il lupo» mi corregge Irene, ma la sua voce trema quanto la mia.
«È vivo, cazzo! Lo sapevo che non poteva essere morto! Dev’essersi mescolato a quelli che hanno assaltato il Municipio per mettersi in salvo. Furbo stronzetto, quanto l’ho addestrato bene!»
«Lo conoscete?» La voce di Sami è timorosa.
«Sì, certo. Perché?» Lo guardo. Sembra spaventato, sconvolto da qualcosa.
«Perché l’ho già visto. Dentro lo spirito di Tessalonica.» Si morde le labbra, prima di continuare. «È lui che l’ha uccisa.»

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