Fabula LII (seconda parte)

(continua da qui)

Malombra inizia a sghignazzare, ma è l’unico. Tra le bande e i non umani pare che Bud e Terence siano poco apprezzati.
L’huldra, soprattutto, non sembra aver gradito, o capito, o entrambe le cose. Scuote la testa con sufficienza. Non mi teme, pensa di conoscermi e di potermi gestire. Ottimo. Con lei al comando sono certa che cercheranno di passare da qui.
Torna indietro verso i suoi, brandendo in alto il bastone, e urla qualcosa in chissà quale lingua. I Variaghi rispondono gridando in coro la stessa parola.
E poi comincia. A un segnale che non riesco a cogliere umani, cambiati, spiriti si lanciano all’attacco, tutti insieme. I più veloci sono un gruppetto di folletti bellicosi che si gettano contro le difese della piazza per verificarne la forza, e poi si allontanano di corsa ululando di dolore, lasciandosi dietro scie di scintille.
Li ignoro, punto davanti a me i bastoni, e gli altri mi imitano.
I satiri fanno da avanguardia. La loro corsa è agile, potente, veloce. Brandiscono lance dall’aria rozza e crudele che sono sicura non avessero fino a poco fa. Ridono felici, eccitati.
«Silva, adesso!» ordino. La cambiata grida mentre raccoglie il suo potere. Sento le aste di metallo farsi tiepide sotto le mie dita. E poi le lingue di fuoco alla loro estremità crescono, si espandono, diventano un getto furibondo di fiamme che travolge i non-umani.
Versi, lamenti, odore di pelo e carne bruciata. Si gettano di lato, rotolano, si scontrano contro quelli che sopraggiungono dietro di loro. Alcuni cadono, gli altri proseguono calpestandoli, spinti dal loro stesso slancio. Dritti sulla seconda fiammata.
Irene si stringe contro di me. Sta tremando. La capisco, quello che stiamo facendo non è bello e non è pulito. E lei passa troppo tempo nelle retrovie per essersi resa conto di quanto raramente quello che fanno le Furie lo sia.
Alla terza fiammata l’impeto dell’attacco si è spento. Iniziano a indietreggiare, a tenersi fuori dalla nostra portata. La puzza è nauseante. Ci sono corpi immobili a terra. Qualche ferito viene trascinato via, altri si allontanano da soli strisciando. Nessuno sta in silenzio. Grida di rabbia, lamenti, ordini, proteste si confondono in un rumore di fondo assordante e incomprensibile.
È per questo che ci accorgiamo degli strilli delle strigi solo quando ci sono addosso. È Silva a notarle e a lanciare l’allarme. «In alto!» E mentre pronuncia quelle parole le sue mani sono già circondate di fiamme, i suoi occhi splendenti come braci.
Mi abbasso, trascinando con me Irene e schivando gli artigli di un grosso rapace dalle penne nere e un disturbante volto troppo umano. Ne vedo un altro precipitare, trasformato in una palla di fuoco, e un terzo che vola via schiamazzando, con le penne strinate.
«Presto, riprendete la posizione!» sbraito, rialzandomi. «Non devono avvicinarsi! Malombra…» Ma il fattucchiere si è allontanato di qualche metro, sta scuotendo il bastone sopra la testa per allontanare una strix che sembra averlo puntato. «Torna qui, cazzo!» lo chiamo, mentre torno a fronteggiare i nostri nemici.
Irene si sta ancora rimettendo in piedi, Silva è distratta dai maledetti uccelli. E i Variaghi stanno caricando. Ne investo un paio con le mie fiamme, ma gli altri le aggirano, mi arrivano addosso. Quello più veloce è un bestione con la cresta ossigenata e armato di una lunga, spessa sbarra d’acciaio. Lascio cadere il bastone che ho nella destra, devio il suo attacco con quello nella sinistra e lo colpisco in faccia con la mano libera, un cazzotto che di sicuro gli rompe qualche dente. Gli strappo di mano la spranga mentre sta cadendo, la agito intorno a me ad altezza testa, colpendo qualcosa a ogni fendente.
Mi spingo in avanti. Devo respingere l’assalto, dare tempo agli altri di radunarsi e ristabilire la situazione di prima. Scarto di lato per schivare la lama di una mannaia, rispondo con un diretto alla mascella. Vengo afferrata alle spalle e tiro una testata all’indietro, rompendo un naso, per poi liberarmi, con un paio di colpi simmetrici alla gola, dei due uomini che volevano approfittare della situazione per pugnalarmi.
I Variaghi non sono stupidi, mi rendo conto, mentre ne allontano un altro con un calcio al petto, mandandolo a travolgere una donna armata di catena. Sono pazzi. Di sicuro si sono accorti che sto utilizzando tutta la mia forza, una a cui gli esseri umani non possono opporsi. Ma non gli importa, continuano a farsi avanti.
E dietro di loro arrivano i lemuri. Mi trovo faccia a faccia con uno spettro che indossa una maschera da Casper. Apprezzo l’ironia mentre gliela strappo dal volto, facendolo svanire. Non apprezzo invece la pesante ascia che mi sbatte di piatto contro la spalla, sbilanciandomi, e le cesoie che un non-morto col volto di plastica di Guy Fawkes cerca di piantarmi nel petto. Gli blocco il polso prima che ci riesca, lo sbilancio con un calcio alle gambe, mi impossesso della sua arma, la uso per parare un altro colpo d’ascia.
Qualcosa mi urta sulla schiena, sbilanciandomi, e poi un cambiato corpulento, con zanne troppo lunghe per la sua bocca umana, mi carica. La violenta spallata contro il petto mi fa barcollare. No, non devo cadere! Serro i pugni avvolti dai guanti. Non è niente, solo una spintarella. Riesco a mantenere l’equilibrio, conficco le cesoie nella coscia del cambiato e gli sbatto l’avambraccio sul muso, sperando che resti giù.
Di nuovo l’ascia. Stavolta la vedo appena in tempo, con la coda dell’occhio. La sposto colpendone l’impugnatura, ma sento comunque il suo morso sul braccio. Mi volto verso il lemure che la maneggia, una creatura esile con una maschera antigas nera, in attesa della sua prossima mossa. Tenta un prevedibile attacco di ritorno, un fendente dal basso verso l’alto. Blocco con facilità l’arma tra il mio braccio e il fianco, e mentre cerca di liberarla lo abbatto con un gancio sotto il mento.
Denti mi lacerano la pelle del  fianco sinistro. Urlo, sia per la sorpresa che per il dolore. Uno dei folletti in tunica rossa mi si è avvinghiato addosso. Lo afferro per i capelli e cerco di tirarlo via, ma qualcosa di pesante mi colpisce alla nuca. Per un attimo mi si oscura la vista.
Tiro alla cieca una gomitata alle mie spalle, ma non c’è già più nessuno lì. Il pugno arriva invece da destra, tirato da qualcuno più forte di un umano, e che sa combattere. La bocca mi si riempie del sapore del sangue. Sputo, sollevo le braccia per proteggermi, ma vengo sorpresa da un colpo dietro il ginocchio. Il folletto ancora aggrappato all’altra gamba è troppo pesante, mi sbilancia. Vado giù.
Merda. Non posso restare in questa posizione. Troppo esposta, vulnerabile. Mi rifilano un paio di calci nelle costole. Poco male, il problema sarà quando mi pianteranno qualcosa nella schiena.
La mia mano corre alla cintura. Non so quale fiala abbia afferrato, ma non ho tempo per scegliere. Tra le palpebre socchiuse intravedo dei piedi in movimento, la lancio in quella direzione. Il rumore del vetro che si infrange, le grida, l’odore di acqua stagnante e decomposizione che mi raggiungono subito dopo mi fanno sorridere di soddisfazione, e mi procurano un attimo di tregua.
Sollevo il busto mentre il folletto si arrampica su di me, lottando per tenermi giù. Lo afferro per la tunica e finalmente me lo strappo di dosso e lo sbatto con la schiena a terra, senza risparmiare le forze. Non faccio caso alle maledizioni che mi lancia mentre si contorce sul selciato.
Ma non posso ignorare il lemure che mi compare davanti mentre sono ancora in ginocchio, la sua stupida maschera da cavallo o le lame dei suoi due coltelli da caccia, che puntano contemporaneamente contro il mio collo. In una frazione di secondo considero le mie opzioni. Sacrificare le braccia per bloccare i pugnali. Tentare un improbabile tuffo in avanti. Rassegnarmi…
Una sensazione di caldo improvviso alle mie spalle. Seguo l’istinto e mi abbasso. La prima fiammata mi sfiora la testa, esplode sulla maschera del fantasma e lo sbatte all’indietro, la seconda gli incendia gli abiti. Distolgo lo sguardo mentre si rotola a terra, cercando di spegnere il fuoco.
Silva mi raggiunge. I suoi abiti sono laceri ed è sporca di sangue, non so in che percentuale suo o di altri. Le fiamme le avvolgono le braccia fino al gomito. I suoi occhi sono così luminosi che per un attimo mi sembra abbiano preso fuoco anche loro.
Irene mi tende una mano. Ha perso il cappello, i serpenti guizzano e sibilano furiosi e spaventati tra i suoi capelli, ma per il resto sembra stare bene. Mentre mi aiuta a rialzarmi cerco di non pensare a tutte le cose che mi fanno un male boia. Il rapporto danni può aspettare la fine della battaglia.
«Li abbiamo respinti?» chiedo. Da qualche parte qualcuno sta ululando così forte da farsi sentire al di sopra della confusione e del ronzio nelle mie orecchie.
«No» risponde Irene.
«E siamo nella merda» aggiunge l’agente dell’EXO.
Quando finalmente la testa mi si schiarisce abbastanza da permettermi di guardarmi attorno, capisco cosa vuole dire.
L’attacco non si è interrotto perché abbiamo vinto, ma perché i nostri avversari si stanno disperdendo lungo il perimetro della piazza. L’huldra grida indicazioni, e le creature che obbediscono, disponendosi in prima fila, attraverso le mie lenti appaiono circondate dall’aura viola intenso che accompagna la magia addestrata e controllata.
L’ideale per abbattere le barriere di Malombra senza correre rischi.

(continua qui)

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