Fabula LII (prima parte)

Iniziano ad arrivare alla spicciolata. Passano in volo sopra la piazza, per poi appollaiarsi sui tetti dei palazzi vicini. Scrutano dalle strade intorno a noi, occhi gialli e rossi che brillano per un istante a gruppi di due, tre o quattro, e poi scompaiono nel buio. Sondano le nostre difese con piccole divinazioni che fanno sfrigolare i bordi dei sigilli tracciati da Malombra.
Scout, avanguardie. Folletti, spiriti minori, creature asservite mandate ad aprire la strada all’orda.
«Arrivano.» Svuoto a terra l’acqua con cui avevo riempito la ciotola di vetro. Durante la nostra conversazione Deifobe mi è sembrata ancora più provata di prima, e la descrizione della situazione in cui mi sono infilata non l’ha tirata su di morale. Ha promesso di mandare aiuto “appena possibile”. Mi sa che ci toccherà vedercela da soli.
«Sami non è ancora tornato.» Irene prende la ciotola, e si china a riporla nella valigetta. Poi mi passa le fiale. «Però le gente davanti al tempio sembra essere molto più calma di prima.» Le aggancio alla cintura. «Va bene così, è la cosa più utile che possa fare, al momento. Sicura di non volertene tenere qualcuna?»
Lei lancia un’occhiata ai piccoli contenitori di vetro, poi scuote la testa. «No, tu sai usarle meglio di me.»
«Prendi almeno il coltello.»
Tira fuori dalla valigetta il fodero che contiene il pugnale dalla lama di ferro. «E perché? Anche se dovessimo arrivare al corpo a corpo sai che ho modo di difendermi.»
«Hai già dovuto utilizzare i tuoi poteri una volta, oggi. Con quello magari potrai rimandare un po’ il momento in cui dovrai farlo di nuovo.»
Irene sospira. «Se ti fa stare più tranquilla…»
Le strigi urlano sopra di noi, eccitate da qualcosa. Mi sistemo i guanti, mi infilo le lenti sugli occhi. Trenta dei nostri agenti migliori armati fino ai denti mi farebbero stare più tranquilla. E solo un pochino. Ma devo lavorare con quello che ho.
Raggiungiamo Silva. Ha preso posizione di fronte alla più larga delle strade che vanno in direzione della Fascia Desolata, quella da cui probabilmente passerà il grosso dell’attacco. È appoggiata a una delle aste dei guardiani del santuario, e ce n’è un’altra decina a terra davanti a lei. Ha la fronte aggrottata, è concentrata sulla piccola fiamma in cima al bastone, e la sta usando per focalizzare il suo potere e trasmetterlo a quella che Malombra, dall’altra parte della piazza, sta utilizzando per tracciare glifi e rune a mezz’aria. Attraverso le mie lenti vedo sfavillare debolmente la corona di protezioni magiche che il fattucchiere ha tracciato tutt’intorno al tempio. Ovunque, tranne che dove ci troviamo noi.
«Sai, magari alla fine non ci sarà nessuna battaglia» mi dice Silva, mentre mi chino a raccogliere tre bastoni, uno per Irene e due per me. La strategia che abbiamo scelto è rischiosa, ma è l’unica possibile. Siamo troppo pochi per controllate l’intera piazza. Quindi abbiamo lasciato un punto debole, un passaggio apparentemente non protetto, in modo che tendano a concentrarsi qui, invece che disperdersi. «Ho altri compagni che stanno cercando di sistemare questa situazione. Risolvere il problema alla radice.» E quando si accorgeranno che noi siamo molto più pericolosi delle difese create dal fattucchiere, ormai li avremo colpiti così forte, in modo così decisivo, che non riusciranno più a riorganizzarsi. Sbanderanno, si disperderanno o cercheranno di ridurre le perdite. E a quel punto si tratterà solo di fare contenimento e pulizia, in attesa che arrivi Tessalonica e Malombra possa finalmente mettere in atto la sua fantomatica idea per liberarsene. «Da un momento all’altro potremmo vedere i lemuri dissolversi, o le creature nascoste qui attorno ritirarsi.»
Sulla carta non è un piano impossibile da portare a termine. Peccato che dipenda dal fatto che noi, in quattro, dovremmo essere in grado di mandare nel panico tutti i seguaci di Delfine e disperdere i loro compari spettri.
«Sono in gamba i tuoi amici?» chiede Irene, mentre le passo la sua asta di metallo.
«Se ti dicessi quanto mi sa che non ci crederesti» replica l’agente dell’EXO. Il tono è leggero, ma non sorride. È preoccupata per loro, e sta cercando di convincersi che andrà tutto bene. Non sembra stia funzionando.
Le strigi ricominciano a strillare, tutte insieme. E questa volta qualcuno risponde. All’inizio è solo un suono in lontananza, un richiamo acuto che ricorda un ululato. Poi qualcosa inizia ad abbaiare, più forte e più vicino. Il buio oltre la piazza si riempie di sibili, ringhi, risate sguaiate. Dai vicoli cominciano a emergere figure piccole e grandi, camminando, strisciando, saltellando. Sagome alte e sottili che risplendono di luce pallida, folletti dal ventre enorme e il naso pendulo, ragazzini in t-shirt con corna da capriolo sul capo, enormi creature umanoidi ricoperte di pelo fulvo.
«Malombra!» grido, ma il fattucchiere sta già arrivando, di corsa. «Sono qui, sono qui!» ansima, mentre prova a riprendere fiato.
«Ci siamo, eh?»
Annuisco. «Ti ricordi cosa fare?»
«Mantengo la posizione, non mi lascio distrarre da quello che succede attorno al resto della piazza, faccio più male che posso a tutto quello che mi arriva a tiro. E provo a rimanere vivo. Ma solo se mi avanza tempo» conclude con un sogghigno.
Le creature intorno a noi diventano sempre più numerose. Un gruppo di uomini e donne che indossano lunghi cappotti scuri, pupille bianche in occhi completamente neri. Alcuni satiri nudi, il corpo coperto da cicatrici, uno con un corno spezzato. Una banda di esseri barbuti non più alti di un metro, vestiti di grossolane tuniche rosse. I lemuri, strisciati fuori dai loro nascondigli. Ci osservano, in silenzio o borbottando tra loro, con aria distaccata, o minacciosa, o famelica. Ma non si avvicinano.
«Cosa stanno aspettando?» chiede Silva. La risposta arriva subito, sotto forma di passi pesanti e torce che si avvicinano lungo la strada che stiamo fronteggiando. Uomini e donne, tanti. Parecchi indossano completi scuri che mi aspetterei di vedere indosso ad agenti immobiliari in orario d’ufficio piuttosto che a dei rivoltosi. Altri hanno un abbigliamento più casual, ma modificato in modo da mostrare chiaramente i loro tratti da cambiati, che siano code o zampe o braccia massicce che sbucano dalle spalle, metà corpo ricoperto di squame iridescenti o pelose orecchie d’asino, volti che ricordano un particolare animale o grossi occhi extra che si aprono sul torace e sulle braccia. Marciano decisi, ordinati, scambiandosi grida e ruggiti d’incoraggiamento, e molti di loro sono armati.
Davanti a tutti, però, avanzano i Variaghi. Rumorosi e allegri, protetti da armature di fortuna o a torso nudo, i volti dipinti di rosso e nero e la pelle coperta da scritte runiche tracciate con vernice fluo. E alla loro testa, nuda e bellissima, la maledetta huldra. Attraverso le mie lenti posso vederla scintillare di potere, quasi quanto il suo fottuto bastone.
«Non ci credo, di nuovo lei!»
Fisso incredula Silva. «Ma che, la conosci anche tu?»
«Ci ho combattuto contro e…» Mi lancia un’occhiata sorpresa. «Aspetta, che vuol dire anche tu
«Ho un conto in sospeso con quella stronza. Ha cercato di mangiarmi.» E Fra mi ha salvata. Fra che… Inspiro profondamente. No, questo non è il momento giusto.
I nuovi arrivati si fermano a una decina di metri dalla piazza, obbedendo a un cenno dell’huldra, che poi si fa avanti da sola, guardandosi attorno incuriosita mentre la coda le sbatte pigramente sui fianchi . «E qui cosa sta succedendo?»
«Succede che il vostro è un assembramento non autorizzato» rispondo, a voce alta e cercando di suonare autoritaria. «L’ufficio del Tribuno…»
«Ehi, ma io ti conosco» mi interrompe lei. «E anche quella!» continua, indicando Silva. «Mi ha bruciato i vestiti!»
«L’ufficio del Tribuno» riprendo, alzando ancora un po’ la voce «richiede che vi disperdiate immediatamente e pacificamente, e torniate alle vostre abitazioni.»
Le risate che seguono quella frase sono più sonore e convinte di quanto mi faccia piacere ammettere. Ma l’huldra non ride. Aspetta che l’ilarità generale passi, poi si guarda teatralmente attorno e pianta il bastone davanti a sé. «Altrimenti?» chiede.
Irene e Malombra vengono a mettersi ai miei fianchi. Silva socchiude gli occhi, e le sfere di fuoco in cima ai nostri bastoni si espandono ed esplodono in vividi, lunghi getti di fiamme, facendo spaventare e correre via alcuni dei folletti che si erano avvicinati di più.
E io non riesco a trattenermi. Ok, è una situazione drammatica, ma probabilmente sto per morire. Non avrò mai più un’occasione per dirlo, se non lo faccio adesso. E allora guardo l’huldra negli occhi, sorrido e le do l’unica risposta possibile.
«Altrimenti ci arrabbiamo!»

(continua qui)

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