Fabula L (seconda parte)

(continua da qui)

La prima cosa che mi colpisce è lo sbalzo di temperatura. Intorno al santuario l’aria è più tiepida del normale, ma qui all’interno fa davvero caldo. Un’afa da giornata estiva, di quelle che ormai sono solo un ricordo. La seconda è il silenzio. Dai suoni della piazza mi separa solo una sottile lastra di vetro, eppure arrivano attutiti e soffocati, come se si fossero allontanati chissà quanto nel tempo che ho impiegato a fare un passo.
Ci vuole qualche secondo prima che riesca ad abituarmi a queste nuove sensazioni e a rendermi davvero conto di ciò che mi circonda. Sono in uno spazioso foyer, che una volta dev’essere stato elegante, o almeno pretenzioso. È ancora possibile intravedere il marmo del pavimento sotto lo strato di cenere, fuliggine e cera che lo ricopre, e il fumo ha annerito il rosso dei muri e l’oro degli infissi, ma senza nasconderli del tutto. Tre scalinate portano al piano di sopra, e tra loro vedo ingressi per altre stanze e divanetti polverosi.
L’ingresso è pervaso da una luce delicata e soffusa, di cui non riesco a capire l’origine ma che arriva uniforme in ogni punto della stanza senza creare nessuna ombra. Com’è che attraverso le porte non si riesce a vedere nulla di tutto questo?
La creatura continua a tenermi per mano mentre mi conduce verso una delle scale laterali. «Li hai calmati.» Si volta a guardarmi mentre parla. Ha una voce espressiva, calda. Mi sembrerebbe piacevole, se non fosse accompagnata dall’immobilità innaturale del suo volto. «Ci hai fatto un favore. Stavano diventando un fastidio.» I suoi occhi sono lucidi come sfere di vetro, e mi sembra che ci sia qualcosa che splende al loro interno.
«Stavo solo cercando di aiutarli, non volevo offendere il santuario o…» comincio, ma lei mi interrompe.
«Però hai turbato i Cules.» Mi trascina su per i gradini.
«Davvero? Mi dispiace, non credevo di potergli fare del male.»
Si ferma e mi squadra dalla testa ai piedi. «Ti dispiace davvero.» È una constatazione, non una domanda, anche se pronunciata con una nota di sorpresa. «Sei un umano strano, tu.» Riprende a salire. «Ma non gli hai fatto del male. Solo resi più eccitati del solito.»
«Oh, meno male. Ma non sono così strano, tutta la gente là fuori ha a cuore…»
«Gli hai mentito» mi interrompe ancora. «A quella gente. Hai detto di essere uno di noi. Non lo sei.» Arriva in cima alle scale e si ferma, bloccandomi il passaggio e fissandomi dall’alto. «Chi sei? Chi ti manda?»
«Io…» Per un attimo considero l’idea di mentire ancora, di provare a tirarmi fuori dai guai con una qualche storia sul Tribuno. Ma ho la sensazione che lo capirebbe, se ci provassi. «Non mi manda nessuno» ammetto. «E neanche io sono nessuno… nessuno di importante, insomma. Mi sono ritrovato qui per puro caso.»
Sto per aggiungere qualcosa su Vittoria e Irene, ma lei mi anticipa. «Non è vero! Sei inseguito. Hai un marchio di morte addosso. Devi essere importante. Perché continui a dire bugie? Mi confondi!» Allarga le braccia in quello che credo sembrerebbe un gesto di rabbia o di esasperazione, se non fosse così lento e rigido. Poi mi volta le spalle, e riprende a camminare.
La seguo lungo una balconata che si affaccia sull’ingresso. Non sta andando per niente bene. Provo a cambiare approccio. «Tu invece chi sei?» Mentre formulo la domanda la terribile angoscia di poco fa si ripresenta, prepotente. «Sei… sei per caso l’Ardente?»
La risata con cui mi risponde è così forte da sollevare eco tutt’intorno a noi. O c’è qualcun altro che sta ridendo? «Io? No, ovvio. Io sono Lume, per oggi. Forse anche per domani.»
«Lume?»
«Sì. Sarebbe stato più giusto mandare un’Aurora o un Crepuscolo a prenderti. Ma ce ne sono sempre di meno, e quelli che rimangono sono tanto pigri.»
Rinuncio quasi subito a cercare di capire di cosa stia parlando. «Mi hai portato qui per punirmi?» Tanto vale togliersi subito il dente.
«Stupidaggini. Avrei potuto punirti là fuori.» Immagino sia una risposta rassicurante, ma mi fa rabbrividire lo stesso.
Si ferma davanti a una doppia porta e la spalanca con una spinta. Mi sono già tolto il giaccone, ma la ventata di aria rovente che mi investe mi sembra comunque soffocante. Mi sporgo dalla balaustra, boccheggiando.
«Vieni.» Mi afferra per un braccio e mi trascina con lei dentro la stanza. Ho l’impressione di iniziare a grondare di sudore nell’istante stesso in cui ci metto piede. Solo dopo un po’ mi convinco che, nonostante le impressioni, qui dentro è ancora possibile respirare, e non prenderò fuoco spontaneamente, almeno per il momento. La disidratazione, d’altra parte…
La causa di quest’assurda temperatura dev’essere l’enorme falò che arde al centro della sala. Almeno, immagino che sia una sala. Le fiamme illuminano a malapena, nonostante siano brillanti e ben visibili. L’ambiente è immerso in un’inspiegabile semioscurità, non riesco neanche a capire dove siano le pareti o il soffitto. Ammesso che ci siano.
Non siamo soli, qui dentro. Nel buio splendono almeno una decina di occhi brillanti quanto quelli di Lume, tutti fissi sul grande fuoco. Intravedo a stento le sagome completamente immobili dei loro proprietari.
Il falò è stato acceso dentro un qualche tipo di contenitore, una specie di grosso parallelepipedo di creta decorato da figure in rilievo che non riesco a distinguere. Non capisco da cosa sia alimentato, non vedo nulla di combustibile qui attorno.
«Che posto è questo?»
Lume non mi risponde. «Tu sei uno di loro» dice invece.
«Loro?»
Allunga un braccio e indica il falò. «Loro. Quelli che hanno combattuto contro i lemuri.»
Guardo nel fuoco, confuso. Sta parlando delle fiamme? Cosa dovrei…
La luce non illuminerà la stanza, ma è comunque accecante se fissata direttamente. Faccio per coprirmi gli occhi, ma Lume mi blocca la mano. «Guarda» insiste.
Socchiudo le palpebre e riprovo a fissare il falò. Per un attimo vedo solo lampi bianchi e gialli che fanno bruciare gli occhi, e poi un inseguimento doloroso e caotico di macchie fosforescenti. Ma, appena prima che decida di distogliere lo sguardo, la luminosità sembra diminuire un po’, diventare più sopportabile. E lo fa ancora, e poi di nuovo, come adattandosi alla mia vista ogni volta che osservare il fuoco diventa troppo faticoso.
E dopo un po’ che le guardo inizio a notare un cambiamento anche nelle stesse fiamme. I loro movimenti non sono più casuali, hanno assunto un ritmo, uno schema. Ondeggiano e si avvolgono l’una all’altra, si divorano, si dividono, si inseguono e si riuniscono, come in una complicata danza. Una danza che crea immagini, dà vita a figure e volti che appaiono nitidi per un istante, prima di lasciare il posto a quelli successivi.
Volti che riconosco: Irene, Malombra, Vittoria…
«La guerriera, il mago, le due cambiate. C’è un legame tra voi» riprende Lume. Annuisco. Le fiamme si agitano ancora, i volti si susseguono più velocemente. Tessalonica, il suo assassino, Delfine, l’uomo coi paramenti rituali. «E anche con loro. Nemici nostri e tuoi.»
Maschere da lemure, una mano che regge una spada, le facce bizzarre o troppo perfette di fate e folletti. «Sai già tutto. Perché mi hai portato qui?» chiedo ancora.
Una bocca spalancata, deforme e marcia. Una donna bellissima con la coda. Zanne, ali, artigli. «Non sapevo tutto, ma adesso posso vederlo. E puoi vedere anche tu. Si stanno avvicinando, tutti loro. Spettri, maghi, guerrieri, i peggiori terrori della Fascia Desolata» risponde Lume. «Non potete vincere.»
«Non da soli, forse.» Un corno da caccia.  Un sacchetto di rune. Un uomo col cappello ma in canotta… Mi volto verso Lume. Ormai le visioni hanno perso ogni senso, stanno diventando ridicole. «Ma voi potreste aiutarci. È questo che vuoi dirmi?»
«No. Ti sto riferendo un messaggio.» Anche lei mi fissa. «Per te e i tuoi compagni. Possiamo accogliervi. Proteggervi. Anche nascondere il tuo marchio a chi ti sta cercando. Ma non dovete più farlo.»
«Fare cosa?»
«Combattere» risponde, secca. «Lasciate che il nemico faccia quello che deve. Non vi opponete. Non cercate di proteggere la gente della piazza.»

(continua qui)

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