Fabula L (prima parte)

Le porte del santuario dell’Ardente sono chiuse.
Tremano sotto i colpi di decine di pugni e la pressione dei corpi ammassati contro di loro, ma non cedono, non si socchiudono neanche. La folla in fuga urla, lotta, spinge, calpesta, ma tutti i suoi sforzi finiscono per infrangersi contro quella barriera di metallo e vetro opaco, che sta iniziando a sporcarsi di sudore e sangue.
Sono tutti terrorizzati. Insultano, pregano di farli entrare nel tempio, litigano tra loro. E non sanno ancora cos’altro si sta avvicinando.
Vittoria ha ragione, devo calmarli in qualche modo, prima che sprofondino del tutto nel panico. Peccato che si sia dimenticata di dirmi come fare. Vorrei ci fosse Marciano qui con me, con la sua voce da capra farsi ascoltare sarebbe…
Qualcosa di caldo e brillante mi sfreccia davanti alla faccia. Un Cules, un piccolo spirito elementale, poco più di una manciata di scintille e un barlume di coscienza. Al mio arrivo li ho visti svolazzare tutt’intorno al santuario, ma adesso si stanno radunando sopra la folla, come per tenerla d’occhio. In realtà credo siano attratti dall’accumularsi di emozioni forti. Le creature delle fiamme tendono a essere empatiche, e tutta questa paura e rabbia devono essere un richiamo irresistibile.
Un’altra scintilla mi vola intorno alla testa, ma questa volta più lentamente. Si allontana di qualche metro, e poi torna subito indietro, restando sospesa davanti ai miei occhi. «E tu cosa vuoi?» provo a chiederle. La fiammella ondeggia lentamente, senza reagire. Faccio per sfiorarla con un dito…
…e Tessalonica è davanti a me, la bocca spalancata pronta a urlare, gli artigli tesi in avanti, i lucidi occhi rossi che riflettono il terrore sul mio volto…
…salto all’indietro e lancio un grido, che si perde nella confusione della piazza. Davanti a me adesso c’è di nuovo solo lo spiritello.
Cerco di calmarmi e di far rallentare il battito del cuore, che pare sul punto di sfondarmi il petto. «È questo che ti incuriosisce? Riesci a sentire il marchio del revenant su di me?» chiedo, tra un respiro profondo e l’altro, mentre rimugino su una mezza idea. Ovviamente non ricevo risposta. «Lei sta arrivando.» Mi concentro sull’angoscia che mi provoca sapere che la sirena mi sta cercando, sul dolore per la scia di sangue che si è lasciata dietro, sulla frustrazione del non sapere come fermarla. Non è difficile evocare queste sensazioni, mi basta allentare appena il controllo che sto cercando di mantenere sui miei pensieri per evitare di impazzire. L’elementale inizia a ondeggiare più velocemente, e la sua luce si fa un  po’ più intensa. «Ed è più terribile di quanto sembri. Sono sopravvissuto alla Frattura, alla guerra, ai primi tempi della città, e niente mi ha mai fatto così tanta paura.» E mentre lo dico smetto di soffocarla e lascio che si scateni, quella paura che paralizza i muscoli e chiude la gola in una morsa, che mi riempie gli occhi di lacrime, che se fossi da solo mi lascerebbe immobile e incapace di qualunque azione perché sia nascondersi che fuggire appaiono orribilmente spaventosi allo stesso modo.
Ora la fiammella arde vigorosa, e altre se ne stanno avvicinando. Non devo fermarmi. Scavo e porto in superficie tutto ciò che ho soffocato in questa giornata di merda. Attingo alla tristezza e alla rabbia per quello che hanno fatto a Tessalonica, alla preoccupazione per Malombra e per gli altri compagni della Scuola, alla rabbia per i libri bruciati e la libreria distrutta. Digrigno i denti e soffoco i singhiozzi, e tra le lacrime osservo la corona di fiamme splendenti che mi circondano e iniziano a girarmi attorno. Qualcosa di così bizzarro che anche l’attenzione della gente comincia a spostarsi su di me.
«Ehi! Ehi!» grido, per accelerare il processo, e anche se la mia voce suona stridula e isterica ottengo di far voltare qualche altra testa, di far sollevare qualche mano in più a indicarmi. E più persone mi guardano, più spiritelli mi si avvicinano, fermandosi a galleggiare tra me e la folla, lasciandosi trasportare dalle correnti di dubbio e curiosità e contribuendo al mio effetto scenico.
«E questo chi cazzo è?» sento gridare a qualcuno.
Tiro su col naso, mi asciugo gli occhi con le mani. «Per favore, ho bisogno che mi ascoltiate» inizio. Ho difficoltà a parlare chiaramente, ma questo sembra aumentare l’interesse verso di me, invece di ridurlo. Molti iniziano ad avvicinarsi un po’ per sentirmi meglio. «So che in questo momento siete preoccupati, ma…»
«Ma che sono quei fuochi? Sei uno del santuario?» mi urlano ancora.
Esito un attimo prima di rispondere. A questo punto… «Sì, sì! Il tempio mi ha mandato a parlare con voi e assicurarvi che siete al sicuro.»
Mi aspettavo le grida rabbiose che mi interrompono, ma non che quella rabbia facesse per un attimo divampare con ferocia gli spiritelli più vicini alla folla, ammutolendola immediatamente. Ne approfitto. «Dovete rimanere calmi, o peggiorerete la situazione» ricomincio, mantenendomi sul vago ma cercando di suonare leggermente minaccioso. «Sì, siamo stati attaccati all’improvviso, e in maniera più violenta di quanto ci aspettassimo. E vi dirò la verità, non è finita.» Lascio che il brusio che segue quelle parole si spenga prima di proseguire. «Ma proprio perché sapevamo che poteva succedere, non siamo impreparati. Ci sono persone esperte e affidabili che si stanno occupando di rendere la piazza un luogo sicuro.» Da qui Malombra e le Furie appaiono solo come sagome nella penombra, ma li indico lo stesso, felice di avere almeno una cosa vera a supporto della mia storia.
«Fateci entrare! Perché ci lasciate fuori?»
Ottima domanda. «Stiamo ancora discutendo su quale sia il modo migliore di proteggervi. Il vero bersaglio di questo assalto potrebbe essere il tempio stesso, e in quel caso sarebbe preferibile trovare una via sicura per farvi evacuare.» Mentre parlo sento che sto riprendendo controllo e sicurezza. Probabilmente i piccoli elementali tornerebbero a disperdersi, se non avvertissero montare in me l’ansia che accompagna il sospetto che l’Ardente potrebbe non gradire per nulla il fatto che stia spacciando balle così clamorose a nome suo. «Il punto è, qualunque cosa succeda siamo pronti, e non vi lasceremo da soli. Rimanete qui, vicino alle porte, finché non sarà stata presa una decisione. Non vi allontanate, non lasciatevi prendere dal panico e…»
Dietro la porta a vetri si accende una luce abbastanza brillante da accecarmi per un attimo, prima di ridursi alla normale, calda luminosità che filtra dalle finestre del santuario. I battenti si spalancano e, come obbedendo a un ordine muto, la folla si allontana e si apre, facendo spazio alla figura che si sta facendo avanti. Una donna… no, una creatura che somiglia a una donna. La sua pelle, là dove è lasciata scoperta dall’abito rosso tutto pieghe e balze che indossa, è troppo pallida, i suoi occhi troppo grandi e luminosi, la bocca troppo piccola. Ha lineamenti da bambina sul corpo di un’adulta, e le spesse ciocche di lunghi capelli che le scendono lungo il volto sembrano fatte di lana. Ma, soprattutto, nessun essere umano potrebbe ignorare la cera fusa che le cola lungo le guance dalla mezza dozzina di candele accese infilate sulle braccia di metallo che partono dal diadema di metallo scuro che le cinge la fronte.
Si muove goffamente, con difficoltà, e il gesto con cui solleva un braccio e mi punta contro un dito è rigido e innaturale. Non muove le labbra, quando parla, ma la sua voce risuona limpida e imperiosa. «Tu. Vieni.»
Gli spiritelli volano via in tutte le direzioni, lasciandomi solo. Nessuno altro si muove o parla, anche se l’ingresso al santuario è aperto. Distolgono lo sguardo, intimiditi, imbarazzati. Ho l’impulso di farlo anche io, ma è sconfitto da uno più forte. Mi avvicino alla creatura senza pensare a quello che sto facendo, quasi contro la mia volontà.
Una mano fredda e molliccia stringe la mia. No, non  posso permettere che una cosa del genere distrugga la mia storia e mandi al diavolo i miei sforzi. «Ricordatevi, non muovetevi da qui, torno il prima possibile, state…» riesco a gridare, proprio mentre la strana creatura mi tira a sé, la luce si spegne e le porte si chiudono alle mie spalle.

(continua qui)

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