Fabula XLIX (seconda parte)

(continua da qui)

Non resto a guardare mentre quel che rimane del lemure scompare. È come se, con la sua fine, un peso si fosse sollevato dalle mie spalle. Forse le cose stanno iniziando ad andare per il verso giusto.
«Oh…» La voce del Velato suona sorpresa e sconfortata, ma non lo sto più guardando. Ora posso finalmente concentrarmi su Folco.
Mentre mi trascino accanto a lui posso sentire sotto le mie mani l’erba resa viscida dal suo sangue. Spero che non sia troppo tardi, se è già in shock… No, niente pessimismo. Mi devo concentrare.
Gli assesto un pizzico bello forte tra collo e spalla, tanto per essere certo che non sia ancora cosciente, chissà come.
«Non credere che mi piaccia quello che sto per fare.» L’Ospitaliere ora parla con un po’ più di calore ed emozione. «Ma sapevi cosa rischiavi quando mi hai coinvolto.»
«Sapevo anche che eri brava, ma non credevo lo fossi ancora così tanto. Ho fatto un sacco di errori di valutazione, pare» replica il Velato. «È veramente un peccato che tu non voglia unirti a me.»
Folco non ha nessuna reazione. Mi chino su di lui, avvicinando un orecchio alla sua bocca mentre gli tasto il collo alla ricerca della carotide. Riesco a sentire il calore del suo fiato contro la mia pelle, il pulsare del sangue attraverso l’arteria. Battito e respiro sono rallentati ma presenti, e più regolari di quanto mi aspettassi.
«Non succederà mai, e…»
La voce della donna viene coperta da passi strascicati alle mie spalle. «Ehi, tu!» Davelli. Deglutisco, cercando di fermare il tremito improvviso delle mie mani. «Sai cosa stai facendo?»
«Sì, lo so» rispondo in fretta, borbottando e sperando che non riconosca la mia voce. Devo esaminare le ferite. La t-shirt di Folco è ridotta a brandelli e impregnata di sangue. Frugo dietro di me, finché non trovo la baionetta persa da Grigory poco fa. La uso per tagliare la maglietta e scoprire il petto del ferito.
«È il mio collega.» Davelli esita. «Il mio amico. Come sta?»
Cerco di valutare la situazione aiutandomi con il tatto e la poca luce a disposizione. «Ha numerose ferite, ma superficiali. A parte quella al braccio, la prima. Non credo che qualche grosso vaso sia stato danneggiato, ma l’emorragia…»  Mi interrompo, batto le palpebre e scuoto la testa, ma quello che vedo non cambia. C’è decisamente qualcosa di strano, qui. Mi avvicino per esaminare meglio la ferita. «L’emorragia è meno… molto meno copiosa di quanto dovrebbe essere, con una lesione del genere» mormoro.
Sento l’uomo dietro di me ridacchiare. «Oh, quel gran bastardo. Non è svenuto, è andato in trance!»
«Cosa?»
«Per sfuggire al dolore e rallentare le funzioni vitali, riducendo la perdita di sangue.»
«È andato in trance mentre il lemure lo stava torturando? Può farlo?»
«È Folco. Ho scoperto che è più comodo dare per scontato che sia in grado di fare la maggior parte delle cose assurde che gli passano per la testa.»
«Beh, amica mia, visto che stai comunque per farmi del male, tanto vale che cominci il lavoro per te.» A quelle parole del Velato lancio un’occhiata dietro le mie spalle, cercando di capire cosa stia succedendo. Il mago allarga le braccia e si getta all’improvviso contro l’Ospitaliere, spingendo il palmo della mano sinistra sulla punta della spada sollevata in posizione di guardia. C’è uno schizzo di sangue, e altro inizia a scorrere lungo la lama e il polso dell’uomo.
«Che cazzo fai?» sbotta la donna, facendo per indietreggiare, e me lo chiedo anch’io, mentre torno a concentrarmi su Folco.
«Trance o no, questa ferita va comunque tamponata. Non hai dell’acqua e della stoffa pulita, vero?» chiedo a Davelli.
«Per l’acqua non posso aiutarti. Ma la stoffa…» L’uomo si sfila l’impermeabile, poi inizia a lottare con la sua giacca.
«Sangue e dolore» dice il Velato. Mi volto ancora. L’Ospitaliere è nella stessa posizione di prima. Sta cercando di sfilare la spada dalla mano del mago, ma pare non riuscirci neanche tirandola verso di sé con entrambe le mani. «È quello di cui si nutre la mia magia.» L’uomo immerge due dita della mano destra nel suo stesso sangue, e lo usa per tracciare in fretta qualcosa lungo l’arma. La donna  digrigna i denti per trattenere un gemito, e barcolla. Credo che stia soffrendo. «E morte, ovviamente.»
Un altro segno sulla lama, e l’Ospitaliere urla, lascia cadere l’arma e si inginocchia, stringendosi la testa tra le mani. «No!»grida. «Cosa stai facendo?»
«Non ti distrarre.» Davelli, con un lamento, si piega accanto a me. Indossa ancora cappello e pantaloni, ma ha il torace coperto solo da una maglia della salute. Mi porge la camicia che si è tolto. «Usa questa per la ferita.»
«Ma…»
«Non puoi aiutarla, e neanche io. Ma puoi aiutare Folco. Fallo.» Il suo è il tono di qualcuno che non ha intenzione di accettare un rifiuto. Mi chino sullo sciamano e mi rimetto al lavoro.
Alcuni rapidi colpi di baionetta, e un largo pezzo della manica della camicia diventa un tampone. Lo arrotolo tra le mani e lo spingo sulla ferita. «Tienilo in posizione» ordino a Davelli.
«Basta! Falli smettere!» strilla ancora l’Ospitaliere.
«Non è colpa mia. Sono le conseguenze di una vita di violenza. Immagino che sia un bagaglio pesante da portarsi dietro, eh?» replica il mago. «Puoi fermarli solo tu. Basta che mi dai quelle foto.»
Taglio delle strisce di stoffa dalla camicia, da usare come fasciatura di emergenza. «Dobbiamo darle una mano» sbotto.
Davelli scuote la testa. «No. Finché quel pazzo è troppo impegnato per pensare a noi siamo al sicuro, e possiamo approfittare di questo tempo per trovare un modo di rimanere in vita. Non ha senso attirare la sua attenzione.»
«Ma che razza di bastardo sei?»
Mi afferra il volto e lo volta di forza verso di lui. «Ascolta, idiota, in situazioni di emergenza bisogna rimanere lucidi e fare quello che…» Si interrompe e socchiude gli occhi, avvicinandosi alla mia faccia per osservarla meglio. «Ehi, ma io ti conosco!»
«Non è stata colpa mia» continua l’Ospitaliere. La sua voce trema. «Dovevo farlo. Era l’unica cosa possibile! Diglielo, faglielo capire…»
«Dammi quello che mi serve. Non devi soffrire così, se non vuoi.» Il Velato suona gentile, suadente, rassicurante.
Tutto il contrario di Davelli. «Tu sei quel figlio di puttana che mi è costato un braccio e una gamba!»
«Chi?» Mi libero dalla sua stretta, e finisco di sistemare la fasciatura intorno alla ferita di Folco. Prendo la mano sinistra dell’agente nella mia, e la posiziono nell’incavo sotto la clavicola dello sciamano. «Premi qui. Devi tenere compressa la succlavia, rallenterà ancora di più la perdita di sangue.» Ho paura, ma non posso permettermi di mostrarla. Non ora. «Tienigli la testa piegata su un lato. Se passa dalla trance a un comune svenimento non è escluso che possa vomitare.» L’agente segue le mie istruzioni, guardandomi con occhi sgranati. Prendo l’impermeabile che ha lasciato cadere, e lo stendo sul ferito. «E non ti muovere da lì.»
«E tu dove credi di andare?»
Strofino le mani sull’erba, pulendole alla meglio dal sangue, e mi alzo in piedi. «A salvare uno dei 47» rispondo, voltandomi verso il mago, che sta parlando fitto nelle orecchie dell’Ospitaliere. La donna ha poggiato la fronte sul terreno e sta gemendo sottovoce.
Infilo la baionetta alla cintura, e sfilo il ciondolo a forma di corno da sotto i vestiti, mettendolo in mostra sul mio petto. «Anche se non so ancora come.»

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