Fabula XLVII (seconda parte)

(continua da qui)

Capire da dove viene l’urlo per me non è semplice, ma Davelli non ha nessuna esitazione. Zoppica deciso in direzione della Magione, per poi svoltare a destra, verso un alto muro ricoperto di rampicanti.
«È dall’altra parte.» Ora riesco a sentire più chiaramente Folco. E anche altre voci, nelle pause tra un grido e l’altro. «Ci dev’essere un passaggio di servizio, un’apertura, qualcosa» continua, lasciando cadere la stampella e infilando la mano sana tra i rami e il fogliame. «Forza, aiutami!»
Inizio a cercare insieme a lui, tastando il muro dove riesco a raggiungerlo, sperando di sentire sotto le dita qualcosa di diverso dall’intonaco grezzo e scabro. Ma provo anche ad ascoltare quanto più possibile di quello che si stanno dicendo dall’altra parte.
«Che stai facendo?» Una voce femminile, chiara e potente, che emerge al di sopra delle grida.
Una voce maschile che le risponde, bassa, incomprensibile.
«Va bene, se ci tieni te li lascio…» Ancora lei. «Sto inviando Zampa de Gal con gli ordini per i miei alleati, nella Fascia e in città. Fai in fretta, dobbiamo essere in movimento prima del mattino.»
Davelli ansima, bestemmia a bassa voce, si lamenta. Scommetto che la gamba lo sta torturando. Ma non si ferma, non rallenta, non perde un secondo. Faccio lo stesso. Raddoppio gli sforzi, rompo e strappo i rami che cercano di intrappolarmi, mi sforzo di ignorare il sangue che ha iniziato a scendermi lungo le mani, e Folco che non la smette di gridare. La seconda cosa è molto più difficile della prima.
«Meglio se i lemuri li raduni subito. Andando via passeremo davanti all’Ardente. Dobbiamo dare una prova di forza.» L’uomo risponde qualcosa, e la donna ride. «No, non lo faranno. Abbiamo già testato le loro difese, hanno reagito a malapena. E poi per proteggersi hanno tirato su quella specie di fiera. Se non si sono già mossi, non lo faranno certo per salvare quegli idioti.» Una pausa, forse per ascoltare qualcuno. «Non so se è perché sono troppo prudenti o li abbiamo sopravvalutati, ma se i santuari vogliono perdere tempo meglio per noi.»
Non mi piace quello che sento, anche se non riesco a capire tutto. Mila mi aveva accennato alla possibilità che qualcuno volesse la città in rivolta, ma un attacco all’Ardente con lemuri e chissà cos’altro vuol dire cercare una strage.
«Hai sentito?» sussurro. Davelli grugnisce in assenso, senza neanche voltarsi verso di me. «Che facciamo? Bisogna avvisare il tempio.»
«Io Folco non lo abbandono. E anche se la via verso il cancello fosse ancora libera e riuscissi ad arrivare al santuario in tempo, pensi che ti darebbero retta?» Scuote la testa. «Se liberiamo Folco e Silva ci raggiunge, potremmo anche riuscire a risolvere la questione qui.»
Quando sto per replicare Folco ricomincia a urlare più forte di prima, coprendo tutti gli altri suoni provenienti dall’altra parte del muro. Mi mordo le labbra fino a farle sanguinare, e sposto la mia ricerca verso sinistra, allontanandomi da Davelli. Pochi attimi dopo, le grida si interrompono.
«Ospitaliere!» La voce dell’uomo adesso è più alta e chiara, anche se mi arriva ancora attutita da qualcosa. «Ospitaliere, so che sei vicina. È da un po’ che sento il brusio degli spiriti intrappolati nella tua spada. E so che da qualche minuto ti stanno riferendo tutto quello che faccio, dico, mi succede attorno. Ho fatto io in modo che potessero percepirlo.»
Mila è qui? So che è inutile, ma mi guardo lo stesso dietro le spalle. Solo minacciosa oscurità.
Quando torno a concentrarmi sul muro finalmente le mie mani incontrano qualcosa di nuovo. Qualcosa di freddo e liscio. Una sbarra di metallo!
«Questo tizio non deve significare molto per te, se le sue urla non ti hanno ancora fatta precipitare qui. Oppure stai cercando di fare la dura. Ma non ho abbastanza tempo per giocare con te, quindi ecco la mia proposta: se lasci che la spada ti conduca da me entro i prossimi cinque minuti, Grigory non infilerà una baionetta arrugginita nella gola di questo bel ragazzo. Altrimenti, spero davvero per te che quegli idioti di Variaghi abbiano preso l’ostaggio sbagliato.»
C’è una porta qui, un cancello nel muro, completamente nascosto dai rampicanti. Mi faccio largo tra i rami. Le sbarre sono fitte, ma è possibile guardarci attraverso.
«Smettila, ti prego! Folco non ti ha fatto niente, non…» Un’altra voce maschile, preoccupata, spaventata. Credo appartenga all’uomo che riesco a intravedere alla flebile luce di una torcia da giardino piantata a terra. È in ginocchio, costretto in quella posizione da qualcuno avvolto in un’aderente guaina nera, che lo tiene per i capelli.
«Ehi, che fai?» Davelli suona incazzato. Gli faccio cenno di fare silenzio e raggiungermi.
Qualcuno si avvicina all’uomo in ginocchio. Indossa un elaborato abito rituale, paramenti da mago, e ha dei veli che gli coprono il volto e i capelli. «Zitto tu. Secondo il serpente avrei dovuto ucciderti subito, o consegnarti a lei. E tu, invece di ringraziarmi per averti protetto…»
Mi sposto per fare spazio a Davelli, e il cambio di punto di vista mi permette di vedere qualcosa in più del giardino. Non c’è nessuno a cui potrebbe appartenere la voce femminile di prima. Forse è andata via. Però c’è Folco, sdraiato sull’erba. Non riesco a capire come stia, una grossa figura vestita di rosso e col viso nascosto da una maschera di metallo scintillante è china su di lui e lo nasconde. Ma almeno mi sembra che muova le gambe.
Provo a smuovere il cancello, senza risultati. Chiuso, o bloccato, o entrambe le cose.
«Dobbiamo entrare» sussurra Davelli. «Tu sai scassinare una serratura?»
«Ovviamente no!»
«E figuriamoci. Vammi a recuperare la stampella, qua ci penso io.»
Mentre obbedisco all’agente, lui si fruga nelle tasche e poi, gemendo, si china e inizia ad armeggiare con la porta.
«Il tempo sta passando. È quasi scaduto!» grida intanto il mago.
«Ma con chi sta parlando?» mi chiede Davelli, quando torno accanto a lui. Sento lievi rumori metallici provenire dalla porta.
Evito di rispondergli. «Che fai?»
«Il mio coltello multiuso ha parecchi attrezzi che possono essere utili per aprire una serratura.» Fa una smorfia, sforzandosi di far ruotare qualcosa che stringe nella mano. Poi c’è uno schiocco secco, e mi ritrovo a doverlo afferrare al volo mentre sta cadendo. «Se la serratura non è un blocco unico di ruggine come questa merda, intendevo» aggiunge, mentre lo aiuto a recuperare l’equilibrio.
«Dobbiamo trovare un altro modo. Magari se mi arrampico sulle piante…»
«E vai lì da solo? Sono almeno in tre.»
«Preparati, Grigory.» All’ordine dell’uomo, il lemure rosso allunga una mano verso l’alto, e fa il gesto di afferrare qualcosa. Come in un trucco da prestigiatore, un attimo dopo tra le dita gli è comparsa una lunga, sottile lama.
«No, cazzo, no!» urla Davelli. Non c’è più tempo. Scuoto il cancello, lo prendo a spallate, senza curarmi più di non fare rumore, ma non riesco a spostarlo di un centimetro.
Grigory resta con l’arma sollevata, in attesa, mentre l’uomo dal volto velato si gira verso di noi. «E voi chi diavolo siete?»
Sto cercando una risposta che ci permetta di guadagnare tempo, quando una voce esplode alle mie spalle.
«Voi due, toglietevi dal cazzo!»
Non ho bisogno di guardare per capire a chi appartiene. Afferro Davelli e lo trascino con me, allontanandomi dal cancello un attimo prima che Mila arrivi di corsa e lo colpisca con la sua spada, un violento fendente dall’alto verso il basso che provoca una pioggia di scintille.
La porta si spalanca con un rumoroso cigolio. Mila l’attraversa, facendoci segno di seguirla. Passando lancio un’occhiata alla serratura. A prima vista sembra intatta, ma guardando con un po’ più d’attenzione riesco a veder spuntare, sul lato, la testa di un moncone del chiavistello. Come cazzo ha fatto a tagliarlo?
Mi fermo accanto a Davelli e dietro la donna. Si è messa in posizione di guardia, con la spada sollevata, e sta cercando di riprendere fiato.
«Ho sentito che mi cercavi» riesce a dire dopo qualche secondo, rivolta all’uomo in abiti rituali. «E sono venuta di corsa.»
«Sono contento di vederti dopo tanto tempo, Ospitaliere» replica lui. A quella parola Davelli sembra irrigidirsi, e annuisce piano. «Hai portato degli amici?»
«Sai, mi è sembrato di capire che non fosse un incontro privato.» Mila si volta verso di me. «Ti presento il mago che ci ha rovinato la giornata. Conosci il Velato?»

(continua qui)

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