Fabula XLVII (prima parte)

«Ricominciamo da capo.»
Il custode del cancello è un uomo avanti con gli anni, sovrappeso, con folte sopracciglia nere in evidente contrasto con i pochi capelli bianchi che ancora gli restano aggrappati intorno alla nuca. La luce della torcia che gli ho sottratto cade spietata sul suo volto, scava con le ombre ogni ruga e cicatrice. Rese già più profonde dalla paura e dal dolore.
«Ma ricordati che sono bravo a scoprire le cazzate.»
Mi ripeto che quest’uomo è uno di quelli contro cui stiamo combattendo. Cospiratori, ladri, rapitori, assassini. Ma non riesco comunque a non sentirmi in colpa vedendolo ammanettato alle sbarre, con la canna della pistola di Davelli a pochi centimetri dagli occhi ancora lividi per lo scontro di poco fa.
«E se ho appena il sospetto che me ne stai dicendo una, non sarò così pigro da spararti.» L’agente parla con serietà, ma senza nessuna emozione. Sta solo spiegando qualcosa di semplice e inevitabile. «Ti sbatterò il calcio di quest’arma in bocca finché non ti saranno saltati gli incisivi. Tutti e quattro, tendo a essere perfezionista su queste cose. Se provi a urlare, o a chiamare aiuto, o a emettere un qualunque suono che non sia una risposta a una mia domanda, allora sì che ti sparerò. Nelle ginocchia. Entrambe.» Fa spallucce. «Perfezionista. Siamo intesi?»
L’uomo annuisce, frenetico.
«Ottimo. Allora: hai detto di aver visto passare da qui un ragazzo alto e tatuato?»
«Sì, sì, un po’ di tempo fa. Lo hanno portato i Variaghi.» Ha la voce rotta e tremante, il respiro affannoso. Immagino sia normale, quando ti minacciano di tortura. Che cazzo sta facendo Davelli?
«E poi?»
«Lo hanno portato dentro, ma io sono rimasto qui tutto il tempo, non so…»
«Shh, shh. Stai andando benissimo.» L’agente sorride. «Adesso, se dovessi fare un’ipotesi, dove pensi che potrebbero aver messo un prigioniero importante?»
«C-c’è un cerchio delle fate, nel giardino…»
«Questo?»
«No, quello grande all’interno.»
«E come ci si arriva?»
«Bisogna entrare nella sala e poi uscire…»
«No, no.» Davelli scuote la testa mentre lo interrompe. «Capisco che sei in una posizione difficile e hai un sacco di pressione addosso, ma concentrati, perché l’ultima cosa che voglio è essere costretto a farti del male. Sono sicuro che c’è un modo per arrivarci senza dover sfilare davanti ai padroni di casa. Qualche idea?»
Il custode distoglie lo sguardo, esita. «Non so… io…» Il calcio della pistola lo colpisce sullo zigomo, senza preavviso. Distolgo lo sguardo.
«Non ti capisco, davvero.» Davelli sospira. «C’è una drakaina là dentro. Che razza di minaccia possiamo rappresentare io e il ragazzetto qua dietro, per una creatura del genere? Se dovessi scommettere, punterei sul fatto che prima dell’alba ci avrà masticato le ossa. E tu sei disposto ad affrontare parecchi minuti molto spiacevoli, anche sapendo che qualunque cosa tu possa dire non cambierà nulla?»
«Non parlare della Madre.» La voce del custode è cambiata. Non sento più nessuna traccia di paura o esitazione. «Per lei potrei sopportare anche…»
Questa volta i colpi sono tre, in rapida successione. Mi sembra di sentire il suono di qualcosa che si rompe. «Niente spoiler. Voglio scoprirlo da solo quanto sei davvero capace di sopportare.»
«Adesso basta.» Afferro Davelli per il colletto dell’impermeabile e lo allontano dall’uomo ammanettato. «Cosa credi di fare?»
«Tutto ciò che sarà necessario per trovare e liberare il mio collega. Tu, invece?»
«Non resterò a guardarti mentre lo pesti a sangue!»
«Allora puoi andartene, perché di sicuro non puoi impedirmelo.»
Quando mi volta le spalle per un attimo considero davvero l’idea di saltargli addosso. «Ti sta  prendendo in giro» dico invece. «Sta cercando di farci perdere tempo. Se non ha ancora urlato anche se è disposto a farsi torturare, vuol dire che da quaggiù non possono sentirlo. Ha cercato di mandarci dritti dai suoi compagni, e visto che non c’è riuscito ora vuole trattenerci qui a costo di farsi picchiare da te, invece di darci qualche informazione sballata e farci girare a vuoto. Secondo te perché lo fa?»
«Oh» Davelli annuisce lentamente. «Perché si aspetta che passi qualcuno, ci veda e corra a dare l’allarme. È così, brutto stronzo? Cos’è, tra poco è l’ora del cambio o qualcosa del genere?»
Il custode accenna un sogghigno. Che si spegne subito quando si ritrova di nuovo la pistola puntata in faccia. «Cosa ti avevo promesso?»
«Smettila.» Gli poso una mano sul braccio e glielo abbasso. «Non possiamo permetterci di sprecare tempo o proiettili. Troveremo da soli un modo per raggiungere il giardino.»
Davelli sospira, seccato. «Almeno passami la stampella. E raccoglimi una cosa.»
Quando ci inoltriamo nel giardino il custode è ancora legato al cancello, ma adesso ha anche in bocca un grosso sasso, tenuto fermo dal fazzoletto di Davelli, con cui lo abbiamo imbavagliato.
«Spero che almeno si sloghi la mascella» lo sento borbottare. «Ci ho anche rimesso un paio di manette.»
«Non lo avresti fatto davvero, no?» Si volta verso di me. «Voglio dire, rompergli i denti, o sparargli. Erano solo minacce…»
«Beh, sparargli sarebbe stato un po’ complicato.» Apre l’impermeabile sul lato sinistro, mostrandomi la fondina in cui tiene la pistola. «Sono anni che questa bellezza è carica a salve. All’inizio non avevo il denaro e le conoscenze necessarie per procurarmi proiettili veri, e quando sono arrivato ad avere entrambi ormai mi ero accorto che, nella maggior parte dei casi, mi basta mostrarla e fare un po’ di rumore per ottenere quello che voglio. Quindi ho lasciato perdere.»
«Sul serio? Vai in giro con un’arma scarica?»
«Non dirlo a nessuno, sarebbe sgradevole se si spargesse la voce. Dovrei prendermi la briga di caricarla davvero e ammazzare qualcuno, giusto per ristabilire la mia fama.» Il modo in cui mi guarda quando dice “qualcuno” sembra sottintendere che io non sarei escluso dall’elenco delle possibili vittime. «Comunque non penso sarei arrivato al punto di dovergli rompere i denti. Avrebbe parlato prima.» La naturalezza con cui lo dice mi spinge ad allontanarmi da lui di un paio di passi, anche se cerco di farlo sembrare un caso. «Adesso dobbiamo arrangiarci da soli, e in fretta. Il tizio non è semplice da individuare, lì legato e imbavagliato al buio, ma se stava davvero aspettando qualcuno ci metteranno poco a trovarlo. E a quel punto inizieranno a cercarci.»
«Avviciniamoci all’edificio principale restando lontani dal sentiero, intanto, e cerchiamo di capire se c’è un passaggio per il giardino.»
«Va bene. Ma spegni quella maledetta torcia.»
«Ma con un po’ di luce muoverci è molto più semplice!»
«Troppo rischioso. Più ci addentriamo in questo posto, più facile diventa essere individuati. Non diamogli il vantaggio di un segnale luminoso da seguire.»
E così avanziamo con cautela, facendoci strada alla cieca attraverso l’erba alta, mentre io mi guardo inutilmente attorno e fisso il buio chiedendomi se qualcosa ci stia osservando, seguendo, preparandosi a saltarci addosso…
Scuoto la testa, sperando di schiarirmela, di smetterla di suggestionarmi. Ma l’unico altro pensiero che riesco a formulare è che avremmo davvero fatto meglio ad aspettare il ritorno di Silva e Mila.
«Hai sentito delle voci?»
Alle parole di Davelli mi fermo e mi metto in ascolto. Ormai la sagoma sgraziata della “Magione della Contessa” incombe su di noi, e mi pare di intravedere un po’ di luce provenire dal suo interno. Ma nessuna voce.
Poi arrivano le urla, violente, improvvise, inaspettate. Urla di dolore di un uomo. E sono vicine.
«Maledetta gamba di merda!» Davelli si avvia nella direzione da cui provengono le grida, muovendosi alla massima velocità consentita dalla sua andatura zoppicante.
Lo raggiungo. «Ehi, aspetta! Non sappiamo cosa stia succedendo, dobbiamo essere…»
«Stronzate, io lo so eccome» risponde, senza neanche rallentare. «Ho vissuto delle cose davvero orribili, con Folco, l’ho sentito gridare troppe volte. E ti assicuro che questo è lui.»

(continua qui)

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