Fabula XLVI (terza parte)

(continua da qui)

È finita. Ci scopriranno. Appena si accorgeranno che non siamo più nel cerchio delle fate inizieranno a cercarci, e allora…
«Troppo forte.» La voce di Folco è un mormorio che intuisco, più che sentire davvero. «Stai di nuovo pensando troppo forte.»
Pensando? Il cuore mi batte così in fretta che mi meraviglia che non l’abbiano ancora sentito. «Cosa importa? Dobbiamo andarcene!» Mi sforzo di parlare piano, ma la mia voce risulta comunque orribilmente rumorosa, tanto che mi tappo la bocca da solo.
Dei passi che si avvicinano. Quel suono mi paralizza. Cazzo, mi hanno sentito!
Resto con la mano davanti alla bocca, anche se non riesco neanche a respirare, figuriamoci a parlare. Vorrei voltarmi verso la tenda, ma non posso. Sono bloccato con gli occhi fissi su Folco, che continua a non scomporsi, sereno come se quello che sta succedendo riguardasse qualcun altro. Mi fa venire voglia di pestargli un piede, giusto per infrangere quella tranquillità incrollabile, per trasmettergli un po’ della mia ansia, della mia paura…
Ma non posso fare neanche quello. Dovrei muovermi, e non ne sono in grado, soprattutto ora che i passi sono vicinissimi. Sono pesanti. Almeno tre paia degli stivali dei Variaghi, direi.
Ok, devo provare a calmarmi e a riflettere. Forse lo sciamano è così rilassato perché è sicuro di poter uscire da ogni situazione complicata in cui possiamo finire. Non so come abbiano fatto a catturarlo, ma col mio aiuto potrebbe sopraffare i Variaghi, stavolta. E Zampa de Gal non può essere più potente della creatura del cortile…
Però c’è il Velato. Neanche Folco può farcela contro un mago dei 47. E non conosco Delfine, ma se così tanti non-umani e cambiati le sono devoti dev’essere qualcuno di speciale. E pericoloso, ci scommetto.
Gli stivali battono sul pavimento di fronte alla tenda. Ci hanno raggiunti. Tra un attimo tireranno via il nostro nascondiglio di stoffa. L’unica cosa che mi consola è che non mi rimane abbastanza fiato da gridare, quando succederà. Dopo tutto quello che ho detto ad Anna, mettermi a urlare di paura di fronte a lei non sarebbe…
I passi non rallentano. Proseguono, ci superano. Ricomincio a respirare, piano piano, mentre mi rendo conto di quello che è successo. Non si erano accorti di noi, stanno semplicemente andando al cerchio.
Mi ritrovo persino a sorridere, in preda a un’euforia assolutamente non giustificata dai pochi minuti di tempo che abbiamo forse guadagnato. Ma in circostanze disperate anche una piccola vittoria…
«Avete sentito qualcosa?» La voce di Anna mi interrompe a metà di un sospiro di sollievo. «Ho avuto come l’impressione…»
«Anche io.» Un’altra voce maschile. Quella del cambiato che mi ha interrogato insieme a mia moglie. «Siamo osservati.»
Merda. Folco sbuffa, abbassa le mani e apre l’occhio che teneva chiuso, voltandosi verso di me con un’espressione di vaga irritazione.
«Lo so. Troppo forte» borbotto.
«Beh, capita.» Scrolla le spalle. «Dici che è ora di andare via?»
«Là. Quella tenda. È…» Anna smette di parlare all’improvviso. Scommetto che mi ha riconosciuto. Ma la sua esitazione non rallenta i suoi compagni. Qualcuno sta già correndo verso di noi.
«Sì, sì!» rispondo a Folco, senza più preoccuparmi di tenere bassa la voce.
Lui si accosta all’alta porta-finestra alle nostre spalle. Avevo già controllato se potesse costituire una via di fuga, ma non ha maniglie, solo una serratura sicuramente chiusa. Lo sciamano però avvicina le labbra agli infissi e inizia a parlare fitto, anche se non riesco a sentire cosa stia dicendo.
La tenda si apre. Nonostante le mie migliori intenzioni, a quel rumore l’urlo mi scappa lo stesso. Nello stesso momento, però, mi volto tirando un pugno, senza neanche guardare o pensare a quello che sto facendo.
E mi stupisce parecchio che le mie nocche colpiscano qualcosa, provocando un gemito di dolore. Faccio un passo indietro, scuotendo la mano indolenzita e osservando con sorpresa un giovane uomo calvo che indossa una mantella ocra e rossa sopra la t-shirt e i jeans, e mi fissa con occhi sgranati color oro, mentre si massaggia la mandibola.
«Ehi, quello è il mio ostaggio!» La voce dall’accento straniero. Appartiene a una ragazza biondissima, che indica nella nostra direzione con un bastone. Il fatto che sia quasi del tutto nuda e abbia una coda da mucca normalmente avrebbe attirato la mia attenzione, ma ci sono troppe altre cose tra cui devo dividerla. Il Velato nei suoi impressionanti paramenti rituali, e l’espressione che non riesco a decifrare dei suoi occhi, l’unica parte visibile del suo volto tra il velo indaco che gli nasconde il resto del viso e quello che dalla fronte sale a coprirgli i capelli. Le creature mascherate che gli stanno accanto, un gigantesco lemure vestito di rosso e… qualunque cosa sia quell’altro orrore infilato in una guaina aderente di pelle nera che gli lascia scoperta soltanto la bocca, circondata da pelle in avanzato stato di necrosi e in cui intravedo radi denti nerastri.  La donna che osserva la scena dall’alto della lunga coda di serpente che ha al posto delle gambe. La preoccupazione di Anna, che potrebbe essere per me, o perché sono scappato, o perché è scappato Folco, rischiando di incasinare il loro piano. Sono felice di non sapere quale ipotesi è quella corretta.
Eppure, ora come ora, niente di tutto questo mi terrorizza più degli uomini e donne in completi formali che si stanno disponendo tra me e la donna serpente (come se io potessi essere una minaccia per lei!), o dell’enorme cane che ha iniziato a ringhiare sommessamente, e a cui uno di loro sta sganciando il collare. Un gigantesco pastore a due teste…
«Andiamo!» Folco mi afferra per una spalla e mi tira indietro, spingendomi nel giardino attraverso la finestra spalancata.
«Ma come diavolo…» Oh, che importa come ha fatto ad aprirla? Inizio a correre, e lui mi si affianca subito.
«L’ostaggio! Prendete l’ostaggio!» Le grida del Velato per un attimo coprono l’ansimare del cane dietro di noi. Guadagna terreno rapidamente, e il fatto che non stia abbaiando lo rende ancora più minaccioso. Come se non bastasse la doppia serie di zanne…
Il buio. Una radice sporgente. Quando mi ritrovo a terra non mi sorprendo nemmeno. Era solo questione di tempo. Provo a rialzarmi, sapendo che è inutile. Ma se trattengo il cane Folco potrebbe farcela. È più in forma e veloce di me, e ha certamente più chance di cavarsela. Se riuscisse a rimanere concentrato abbastanza a lungo sull’obiettivo di fuggire…
«No. No, vai!» gemo, quando lui torna indietro e si ferma alle mie spalle. Mi sollevo da terra, aspettandomi di vedere il cane travolgerlo nella sua corsa.
E invece l’animale si è fermato a qualche passo da lui, e sta annusando prudente l’aria.
«Lo senti, vero?» È lo stesso tono che ha usato nel cortile, quello di qualcuno finalmente consapevole del mondo che lo circonda. «Sai chi mi accompagna e protegge.» Il cane ringhia, come in risposta. «Tu sei antico e sacro, e hai il nostro rispetto. Ma se combatteremo lui ti farà del male.» Mi rialzo, muovendomi con cautela. Di chi sta parlando? «Io e il mio amico non siamo nulla per cui valga la pena mettere in pericolo la tua esistenza o iniziare una faida, ma sarà quello che succederà se ci aggredirai. Lascia che sia tua zia a rischiare, se vuole. Il suo lignaggio non si può paragonare al tuo.»
L’animale sembra capire davvero quelle parole. Ha smesso di ringhiare, e sta fissando l’uomo con tutti e quattro i suoi occhi, come per valutarlo.
E dopo qualche secondo si volta e corre via, in silenzio.
«Ma… Ma come…»
Folco sospira di sollievo. «Non ero sicuro di farcela, stavolta. Se avesse deciso di combattere chissà come sarebbe finita. Ma è andata bene, no?»
Quando mi accorgo dell’ombra dietro di lui è troppo tardi. Si sta già muovendo, e prima ancora che possa gridare un avvertimento gocce di qualcosa di caldo e viscoso mi sono schizzate sul volto, e Folco sta urlando di dolore, con un robusto braccio che lo trattiene per il collo e una lama dritta e sottile che gli attraversa la spalla sinistra da parte a parte.

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