Fabula XLVI (prima parte)

«L’Ospitaliere? Intendi proprio l’Ospitaliere dei 47?»
«Sì, proprio quello.» Folco si stringe nelle spalle, come se mi stessi eccitando per un nonnulla. Poi aggrotta la fronte, improvvisamente turbato. «Anche se forse non avrei dovuto dirtelo. Si arrabbierà tantissimo, e ha già cercato di uccidermi.»
«L’Ospitaliere ha cercato di ucciderti?»
«Se non fosse stato per la spazzatura… Non dirle che lo hai saputo da me, ok?»
Sospiro. Non credo che riuscirò a tirare fuori qualcosa di più sensato da lui, e quello che ha detto è già abbastanza sconvolgente. Dopo tutto questo tempo, due dei 47 sono usciti allo scoperto nello stesso momento. Stanno lavorando insieme? Già avere il Velato coinvolto in questa storia è orribile, se ce ne fossero altri… «Va bene, ma adesso dobbiamo muoverci. Approfittiamo della confusione e andiamo via.»
«Non è una buona idea. Sta arrivando qualcuno, lo sento. Qualcuno così potente che la terra stessa freme al suo passaggio.»
«Una ragione in più per fuggire!»
«No, con “arrivando” intendo che finiremmo con lo sbattergli contro se provassimo a raggiungere la strada adesso.»
«Allora aspettiamo che anche questo nuovo visitatore sia arrivato, e poi sgattaioliamo via.» Sperando che non abbia voglia di vedere i prigionieri.
«Beh…» Folco si massaggia il mento per un attimo, poi mi rivolge un sorrisone. «Nel frattempo potremmo entrare a vedere cosa sta succedendo.»
«Cosa?»
«Voglio sentire di cosa devono discutere. È l’unico modo che mi viene in mente per provare a capire perché mi hanno portato qui, e cosa è successo ai miei compagni. Tu hai qualche altra idea?»
«No, ma è comunque un piano folle. Ci catturerebbero subito.»
«Non si aspettano che qualcuno li spii. Almeno, non sul piano materiale. E ci sono un sacco di archi e colonne là dentro, e poca luce. Se facciamo attenzione non ci noteranno.»
«Alcuni di loro hanno la vista.» E ho il sospetto che per Anna percepire la mia presenza sia particolarmente semplice.
Fa spallucce. «Nascondersi alla vista è la terza cosa che ho imparato a fare dopo la Frattura. Non è difficile, quando si è capito come fare. Sfuggire ai centauri nel Mondo di Mezzo, quello sì che è complicato.»
Sospiro. Il fatto che riesca a dire una cosa del genere senza la minima traccia di arroganza mi spiazza. Sembra fin troppo sicuro di sé per non pensare che la trionfale propaganda dell’EXO su di lui gli abbia dato alla testa. D’altra parte, ci ha tirati fuori dal cerchio delle fate senza troppa difficoltà, ha tenuto lontani i cani della Tenebrosa e sconfitto il guardiano di quel maledetto cortile. E saperne di più sui piani di questa gente potrebbe aiutarmi a trovare un modo per impedire la guerra.
Ma no, mi sto prendendo in giro. È un altro il vero motivo per cui annuisco a Folco e gli dico di fare strada. Il Velato. Voglio vederlo più da vicino, ascoltarlo, cercare di scoprire se è davvero lui, e per quale motivo sta sostenendo quest’impresa disastrosa. È uno dei 47, non può essere in combutta con questi pazzi. Dev’essere un impostore. O forse è ricattato, o controllato, o sta fingendo per qualche ragione, o…
«Sshh!» Mentre stiamo attraversando un salone vuoto Folco si ferma di botto, mi spinge contro il muro e si porta un dito davanti alle labbra.
Mi guardo attorno, terrorizzato, aspettandomi di vedere una sentinella con una torcia passare nel corridoio accanto, o Zampa de Gal appostato dietro una colonna. Ma non c’è nessuno qui, oltre noi.
«Che succede?» mi azzardo a sussurrare.
«Stai pensando troppo forte.» La mia espressione dev’essere davvero confusa, perché si affretta a continuare. «Non è che riesco a sentirti, ma è facile capire che sei spaventato, o arrabbiato, o stai provando qualche altra emozione molto violenta. E quelle sono come fuochi d’artificio di notte, per chi ha la vista. Non possiamo nasconderci a loro con tutta quella luce e rumore.»
«Oh.» Certo, niente di più facile che non provare nessuna emozione intensa mentre vado a spiare quelli che mi hanno condannato a morte. Tra cui mia moglie, e uno dei miei eroi e modelli.
Mi appoggio contro il muro, chiudo gli occhi e mi impongo di respirare regolarmente, finché il battito cardiaco non rallenta un po’ e la tensione si allenta. Appena. «Non credo di poter fare di meglio» ammetto, con un po’ di imbarazzo.
«Andrà bene, vedrai.» Folco sorride. Non per incoraggiarmi. È davvero tranquillo. Mi sbagliavo, questa non è fiducia nei propri mezzi. È incoscienza e incapacità di vedere la realtà.
Però lo seguo lo stesso, rasentando i muri, facendo lo slalom tra i tavoli ammassati lungo le pareti, appiattendoci al suolo perché crediamo di aver sentito un rumore, seguendo voci e luci che si fanno più intense a ogni passo.
Sono radunati nello stesso punto in cui sono stato interrogato quando mi hanno trascinato qui, e sono in parecchi. «Bene» mormora Folco. «Con tutta quella gente usare la vista diventa un po’ più complicato.»
«Riesci a capire cosa dicono?» Scuote la testa. «Allora usiamo le tende e avviciniamoci ancora.»
I tendaggi davanti alle finestre sono fatti di un pesante tessuto dorato, attraverso cui è difficile vedere qualcosa. Ottimi per nascondersi, ma ovviamente inutili contro la vista. Però, mentre sgattaioliamo da una tenda all’altra o facciamo una pausa per capire se siamo abbastanza vicini ai nostri carcerieri da comprendere cosa stanno dicendo, nessuno grida o dà l’allarme.
E non lo fa neanche quando finalmente raggiungiamo un nascondiglio da cui riusciamo a dare un senso alla conversazione in corso. Folco chiude l’occhio destro e solleva entrambe le mani all’altezza delle spalle, i palmi rivolti in avanti. Mi sembra di sentire un suono provenire da lui, un mormorio rapidissimo, ma la sua bocca non pare neanche muoversi.
Io, da parte mia, mi concentro sul provare a rimanere calmo.
«Perciò abbiamo preso un ostaggio.» A parlare è una donna dall’accento straniero, forse nordico. «Uno importante. Domani ci consegneranno quello che ti serve. E poi li ucciderò tutti.» La rabbia nelle sue parole mi fa rabbrividire.
«Il maestro ritiene che la situazione sia stata sottovalutata da lei e dai suoi sodali, e non venga ancora trattata con la dovuta gravità.» La voce fredda e inespressiva della persona che stava parlando con Anna poco fa. «Non sembrate comprendere chi sia il vostro avversario.»
«Chi, l’umana con la spada che stavo per uccidere, o la piromante che è riuscita appena a bruciacchiarmi i vestiti?» Una risata sarcastica, a cui se ne aggiungono altre, maschili. «Il fattucchiere, lui è pericoloso. Mi ha costretta a fuggire. Ma se si fa vedere sarà il primo a morire.»
Non so di chi stiano parlando, ma Folco, senza cambiare posizione, si è sporto un po’ in avanti.
«La sorte dei dilettanti delle arti arcane non ci riguarda. La portatrice della spada dovrebbe essere l’unico oggetto della vostra attenzione. E porre fine alla sua esistenza dovrebbe essere considerata extrema ratio
Passano alcuni secondi di silenzio prima che Zampa de Gal intervenga. «Uccidetela soltanto se siete costretti a farlo.»
«Oh.» La donna sembra un po’ delusa.
«E comunque si concluda la transazione, il maestro rimane contrariato dal fatto che si sia dovuti arrivare a questo punto.»
«Abbiamo comunque fatto meglio dei suoi ridicoli lemuri.»
«Il maestro non concorda nel ritenere le sue creazioni “ridicole”. E simile linguaggio non potrà che causare delle ripercussioni.»
«Non ho capito metà delle parole che hai detto, stai provando a minacciarci?»
«Per favore, per favore!» Anna interrompe il battibecco. Deglutisco. Mantenere la calma. Tenere a bada le emozioni. Questo groviglio bruciante di emozioni confuse che mi stringe la gola fin quasi a soffocarmi. «Smettiamola con queste discussioni, ora risolveremo tutto.» Il sollievo nella sua voce è quasi palpabile. «La Madre è arrivata!»

(continua qui)

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