Fabula XLV (seconda parte)

(continua da qui)

Gli altri due lo imitano, muovendosi in fretta. Il leone si frappone tra il cerchio e Vittoria, mentre il maiale corre verso me e Irene.
«Ma che cazzo succede?» sento mormorare Malombra.
Non ne ho idea, e non c’è tempo di preoccuparsene, perché il coniglio abbassa il volto verso di lui e lo colpisce con un violento calcio al petto.
«Succede che ci stanno attaccando, idiota.» Vittoria schiva un fendente del machete mentre grida, afferra il suo avversario per il braccio che regge l’arma e lo tira a sé, rifilandogli una ginocchiata al basso ventre. «Si sono accorti delle nostre intenzioni.»
«Com’è possibile?» La maschera da maiale mi compare davanti agli occhi, nascondendomi la visuale dello scontro. La mazza da baseball si muove rapida verso la mia testa. Riesco a schivarla abbassandomi, ma sento con orrore il rumore di qualcosa che si rompe, quando colpisce la libreria alle mie spalle. Mi lancio a destra per guadagnare spazio, cercando di non pensare ai libri che cadono con tonfi pesanti intorno ai miei piedi.
«Siamo stati troppo incauti.» Irene è proprio dietro di me. La sua voce è sottilissima, ma non suona spaventata. Minuta com’è, è pur sempre una Furia. Dev’essere abituata a cose del genere. «Abbiamo sottovalutato il nostro avversario.» Il maiale si gira verso di noi, roteando la mazza sopra la testa prima di usarla per attaccarci di nuovo. Spingo Irene fuori dalla traiettoria dell’arma, ma non riesco a spostarmi abbastanza in fretta, e la mazza si abbatte sul mio omero. Il dolore mi strappa un grido, e anche la Furia urla, forse spaventata per me.
Barcollo di lato, ma quando mi rendo conto che è in arrivo un secondo colpo, diretto alla mia schiena, lo attutisco lasciandomi cadere. Non è certo il mio primo pestaggio. Sollevo le braccia e le ginocchia per proteggere le parti più vulnerabili del corpo, e mi preparo per l’inevitabile terzo attacco…
Il rumore di uno scaffale schiantato interrompe il maiale mentre sta per colpirmi ancora. Un attimo dopo Vittoria mi supera con un salto e travolge il lemure, facendolo finire di schiena contro il pavimento e atterrandogli addosso. Lo spettro cerca di allontanarla agitando la mazza, ma la Furia gli blocca il braccio armato con facilità. «Stai lontano da lei.» Serra la mano libera in un pugno e lo abbatte sulla maschera da maiale, provocando un suono orribile che evoca immagini di cose umide e mollicce che vengono spiaccicate. «Devi-stare-lontano-da-lei!» Ogni parola è accompagnata da un colpo più veloce e violento del precedente. Al secondo pugno lo spettro ha lasciato cadere la mazza, e a al terzo il suo corpo inizia a contorcersi così tanto che sono costretto a distogliere lo sguardo. Non credevo che i lemuri potessero provare dolore fisico.
«Vic, basta, sto bene» prova a intervenire Irene. «Smettila, non è… Attenta!»
L’avviso arriva troppo tardi. Il coniglio mi sfreccia accanto e piomba addosso a Vittoria prima che lei se ne accorga. Il tirapugni dello spettro è già sporco di sangue, a cui se ne aggiunge dell’altro, quando colpisce la Furia alla nuca, facendola rotolare a terra.
Che è successo a Malombra? Mi volto a cercarlo. È disteso qualche passo dietro di me, la faccia coperta di sangue, gli occhiali in frantumi accanto a lui. Un lamento mi rassicura sul fatto che almeno è ancora vivo. Più in là c’è lo spettro con la maschera da leone, che giace immobile sotto quello che rimane di uno scaffale e dei libri che conteneva. Sta svanendo lentamente, già faccio fatica a distinguergli i piedi.
Un altro grido di Irene attira la mia attenzione. Vittoria è in ginocchio. Ciocche di capelli sfuggiti alla crocchia le pendono disordinati intorno al viso, il biondo sporcato da chiazze rossastre.
Il coniglio le tira un calcio in pieno ventre e lei finisce supina, soffocando un gemito. Lo spettro la fissa per un istante, quasi stia pensando a cosa fare. Poi si china su di lei, le afferra il volto e le volta la testa, esponendo la tempia. Solleva il tirapugni…
E qualcosa gli piomba sulla schiena, con un grido di rabbia. Una creatura con serpi tra i capelli, che si contorcono come impazzite, zanne snudate che affondano nella gola del lemure, lunghe unghie che luccicano come metallo quando gli straziano la schiena.
Irene? Quella è Irene?
Il coniglio si rialza, cerca di afferrarla, ruota su se stesso per farla cadere, ma lei non lo lascia andare. Però lo spettro non solo non sanguina, non sembra neanche soffrire troppo per quell’attacco.
La mazza da baseball di maschera da maiale è a terra accanto a me. La afferro, e la soppeso mentre mi rialzo. Tra le mie mani sembra molto solida e del tutto reale. Forse non lo è davvero, ma non è il momento per la filosofia.
Il lemure si piega in avanti di scatto, e Irene viene rovesciata a terra. Ma non lascio allo spettro il tempo di raddrizzarsi. Lo colpisco con la mazza proprio dietro il ginocchio sinistro, facendogli perdere l’equilibrio, e poi sulla maschera, costringendolo a indietreggiare.
«Non ti fermare.» Il mormorio di Irene viene dalle mie spalle. «Spingilo nel cerchio.»
«Quel maledetto cerchio non funziona!»
«Al diavolo il nastro adesivo, ora ci penso io. E sta attento a non guardarmi in faccia. Mai!»
Un colpo di mazza contro la spalla dello spettro, un suo passo indietro. Irene inizia a cantilenare una formula diversa da quella usata prima, più aspra e ritmata. Mi sguscia accanto, a testa bassa. I serpenti mi soffiano contro. Ora capisco il perché del cappello.
Un altro colpo. Un altro passo. La spalla mi fa ancora male, ma la mazza sembra affondare un po’ nel corpo del lemure, come se non fosse del tutto solido. Mi fa senso accorgermi di quanto trovi facile picchiarlo.
Colpo. Passo. La Furia ha raccolto da terra un libro dalla costola danneggiata. Dalla copertina mi sembra Il nome della rosa. E quasi grido, quando inizia a strapparne via le pagine a manciate.
Probabilmente è quello che mi fa esitare e perdere il ritmo. Il coniglio stringe le mani attorno alla mazza, la blocca, mi costringe ad abbassarla. Lottiamo per il controllo dell’arma, la mia faccia piantata contro la sua maschera. Ancora rumore di pagine strappate, carta che fruscia cadendo per terra.
Lo spettro approfitta dei miei sforzi per strappargli l’arma, e invece di tirarla la spinge verso di me, assecondando il mio movimento. Mi ritrovo a camminare all’indietro, sbilanciato. Spinge ancora. Non posso fermarmi senza cadere. Mi lascio allontanare dal cerchio.
«Puoi ancora fermarti. Non deve andare per forza così.» Il coniglio china la testa, come sorpreso dal fatto che gli stia parlando. Fisso i suoi vacui occhi finti, cercando di capire dove siano i buchi attraverso cui vede.  C’è davvero uno spirito, là dentro? Una persona, una personalità con cui sia ancora possibile comunicare? Forse avrei dovuto provarci da subito. «Non vogliamo farvi del male, vogliamo aiut…»
Una spinta inattesa, più forte delle altre. Sbattere contro il muro interrompe la frase, mi toglie il fiato. La mazza finisce contro la mia gola, a impedirmi di recuperarlo. Annaspo in cerca d’aria, mentre lotto per liberarmi, ma lo spettro è più forte di me, e in una posizione migliore.
Aumenta un po’ la pressione contro la mia trachea. Strane luci iniziano a ballarmi davanti agli occhi, la vista si fa sfocata. Perdo forza nelle braccia, allento la presa sulla mazza. Probabilmente sto soffocando, perché i miei sensi iniziano a farmi strani scherzi. Sento addirittura puzza di bruciato…
Un braccio compare alle spalle del coniglio, si stringe intorno al suo collo, lo tira via. Mentre la mazza cade a terra e riesco a ricominciare a respirare, vedo Vittoria, i capelli incollati al volto e il collo incrostato di sangue, che senza una parola trascina il lemure verso il cerchio al centro della libreria. Che ora è delimitato da basse fiamme, alimentate da carta che brucia.
Le pagine dei miei libri!

(continua qui)

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