Fabula XLV (prima parte)

Si avvicina a me senza preavviso, senza una parola. Mi tiene fermo con una mano, e con l’altra solleva il coltello. Avverto il tocco freddo del metallo sulla pelle quando la lama mi sfiora.
«Oh, ma che fai?» sbotto, cercando di divincolarmi.
Malombra sbuffa, trattenendomi il polso. «Dai, non fare il bambino. Siamo tutti d’accordo, no?»
Entrambi guardiamo le due Furie. Irene è impegnata a disporre dei bastoncini d’incenso, presi dalla valigetta sottratta ai goblin, lungo il rozzo cerchio magico tracciato attorno ai miei piedi con nastro adesivo e pennarelli, e si limita a mugugnare qualcosa senza sollevare lo sguardo. Vittoria annuisce senza esitazione. Sembra trovare divertente la scena.
«Eravamo d’accordo sull’evocare un lemure!» Quando ho spiegato che Jindrich aveva scambiato lo spirito di Tessalonica con un gran numero di anime desiderose di diventare lemuri, il piano originale di Malombra, che consisteva nel trovare il vodnìk e torturarlo con non so quale orrore cabalistico per farsi confessare dove si fosse procurato l’essenza della sirena, è stato sostituito da uno che prevede di intrappolare uno dei fantasmi al servizio del nostro necromante misterioso e sfruttare il legame tra lui e il mago per rintracciarlo.
«Hai letto i classici, sai come funziona. Come pensi di evocare un morto senza usare del sangue?» chiede il fattucchiere, spazientito.
«Ok, l’esperto sei tu… ma dobbiamo proprio farlo qui?» Alla luce incerta dell’unica lampada che ha deciso di accendersi stasera, quella accanto all’ingresso, i libri che riempiono gli scadenti scaffali bianchi disposti lungo le pareti appaiono polverosi e ingialliti. Più di quanto non lo sembrino di solito, perlomeno. Non dovrei usare le chiavi della libreria per entrarci al di fuori degli orari di lavoro, ma Vittoria aveva fretta di allontanarsi dal Municipio 3, ci serviva un posto dove riposare e riorganizzarci, ed eravamo vicini al Capro. «I proprietari vivono a due portoni di distanza…»
«Staranno andando a letto, e c’è anche la saracinesca abbassata.»
«…e se succede un casino c’è il rischio che i libri vengano danneggiati…»
«Più di così?»
«…e domani Marciano che fa, apre e trova una pozza di sangue al centro del negozio?»
«Ehi, non devo dissanguarti, solo farti un taglietto.» Malombra abbassa il coltello e mi fissa con curiosità. «Cos’è, hai paura?»
Distolgo lo sguardo dalla lama. «Ma no.» Fosse un ago, quello sì che mi terrorizzerebbe. «Però non capisco perché devo farlo io.»
«Perché quello là non lo faccio avvicinare a una di noi due con un coltello» interviene Vittoria.
Malombra scuote la testa. «E perché tu sei l’unico legame che abbiamo con quel maledetto mago. Sei il bersaglio di Tessalonica, sei entrato in contatto con il suo potere. Nel viaggio dentro di lei forse hai anche imparato qualcosa che lo riguarda.»
«Ho visto qualcuno che potrebbe essere lui, ma…»
«Perfetto. In questo momento, e in mancanza di componenti più adatte, sei la nostra migliore chance di successo. Quindi, tira fuori un ariete da sacrifici o dammi un po’ del tuo sangue.» Mi prende di nuovo la mano. «Qualche goccia, lo sentirai appena.» Sogghigna. «Dopo vuoi un succo di frutta e un cornetto?»
Non riesco a evitare di sorridere. «Dai, muoviti.» Trattengo il respiro per essere sicuro di non lamentarmi, e guardo un punto a caso di fronte a me per non vedere il coltello che mi passa lungo il pollice. Poi Malombra afferra il dito e lo tiene premuto, mentre qualche goccia di sangue inizia ad affiorare e cadere a terra.
«Ora ti devi concentrare» continua. «Pensa al necromante. Pensa a quello che hai visto nella mente di Tessy, a ciò che ha fatto a lei e a te, a cosa provi a sapere di avere un revenant sulle tue tracce… »
L’ultima richiesta non è difficile. La consapevolezza della presenza della sirena, la certezza che sia lì a due passi, dietro ogni angolo e dentro ogni ombra, pronta ad afferrarmi se mi avvicinassi troppo, non mi ha abbandonato per un istante dal nostro incontro. Il necromante, invece, l’ho visto per pochissimo, e i dettagli di ciò che ho vissuto all’interno dell’anima di Tessalonica stanno diventando sempre più sfuggenti e confusi, come quelli di un sogno quando ci si sveglia.
«Accendi l’incenso» ordina Malombra a Irene, e pochi secondi dopo un mix di odori pungenti mi fa arricciare il naso. La Furia  ha iniziato a cantilenare una serie di parole assonanti di cui non comprendo il significato, se pure ne hanno uno. Chiudo gli occhi per raccogliere meglio i miei pensieri. Il mago, dunque. Com’era vestito? Abiti rituali, forse? Aveva un velo sul volto, di quello sono sicuro. E ha parlato. Mi sembra di ricordare la sua voce…
«Sei sicuro che funzionerà?» chiede Vittoria.
«Sì. Beh, quasi. Anzi sì, dai.» Malombra suona troppo insicuro della sua risposta persino a me. «In pratica, quello che stiamo facendo è accendere una luce nel buio per attirare le falene. Stiamo inviando segnali a una determinata categoria di creature, provando a focalizzarli su quelle che ci interessano.»
Quella voce era profonda, imperiosa. Pronunciava parole che avrebbero dovuto rassicurare e ispirare Tessalonica, ma erano prive di calore, e suonavano come ordini secchi.
«Quindi potrebbe presentarsi uno spirito qualunque, o magari nessuno» insiste la Furia.
Irene ha accelerato il ritmo della sua filastrocca. Anche nella sua voce posso cogliere una sfumatura di comando, ma rispetto a quella del necromante le manca qualcosa. Se solo riuscissi a capire cosa…
«In teoria sì. Ma non succederà.» Malombra finalmente mi lascia andare il pollice. Quanto sangue gli serve? «Il problema, quando crei lemuri da anime inadatte, è che il risultato finale è scadente.»
C’era rabbia, un odio appena nascosto, contenuto a malapena. Ma anche e soprattutto altro.
«Ottieni creature spiritualmente deboli, facili da controllare per te, ma anche per altri. E manipolabili, sciocche, prevedibili.»
Ah, certo. Era qualcosa che conosco bene. Che ho sentito tante volte, nelle parole frettolose di quelli che mettevo a disagio con la mia sola presenza, che recitavano come un copione frasi di circostanza perché costretti ad avere a che fare con me, e non vedevano l’ora che sparissi dalla loro vista.
«Con cui può funzionare persino un trucco come questo.»
Riesco a sentirlo, adesso. Era sufficienza. Disprezzo. Per Tessalonica, che stava sacrificando la vita e l’anima per quello in cui credeva…
La temperatura della stanza si è abbassata all’improvviso. Apro gli occhi. La luce della lampada sta lampeggiando. Irene si fa indietro, senza interrompere il suo incantesimo. Malombra mi dà una spintarella, allontanandomi dal cerchio e dalla macchia creata dal mio sangue sul pavimento della libreria.
«Ci siamo!» grida. «State tutti pronti in caso di imprevisti.»
Attacca anche lui con una qualche formula, aggiungendo la sua voce a quella di Irene. Sento un formicolio scorrermi lungo la pelle. Ha funzionato? Stiamo per catturare uno spirito?
Non c’è nessun rumore, quando succede. Nessuno strano effetto visivo. Un attimo prima all’interno del cerchio non c’era nessuno, e quello dopo ci sono tre uomini in felpa, coi cappucci sollevati e i volti coperti da ridicole maschere di gomma da coniglio, leone e maiale, armati di un tirapugni, un grosso machete e una mazza da baseball.
Li fisso, confuso. «Tre?» chiedo. Vedo con la cosa dell’occhio Irene che indietreggia verso gli scaffali, mentre Vittoria si fa avanti, pugni serrati ed espressione sospettosa.
Malombra abbozza una risatina nervosa. «A quanto pare ha funzionato meglio di quanto credessi. Ne abbiamo presi più del necessario!» Si fa avanti, spalancando le braccia. «Bene, iniziamo? Abbiamo un sacco di cose da…»
La frase viene interrotta dal lemure-coniglio, che lo colpisce in pieno volto col tirapugni. Malombra cade a terra, reggendosi il naso.
Lo spettro solleva la testa verso di me. La sua maschera ha grandi occhi rossi e un orribile, larghissimo sorriso.
Resta a fissarmi per un attimo, e poi fa un passo in avanti. Uscendo dal cerchio come se non esistesse.

(continua qui)

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