Fabula XLIV (terza parte)

(continua da qui)

Non riesco neanche a riprendere abbastanza fiato da rispondere a Davelli, le lunghe braccia dello spirito si stanno già tendendo di nuovo verso di me. Questa volta sembrano più veloci e sicure. O forse sono io che riesco a malapena a muovermi.
Mi trascino via, e lo spirito mi segue ondeggiando. A ogni passo sembra sul punto di cadere, e a ogni passo riesce a mantenere chissà come l’equilibrio. Non è un modo elegante di camminare, ma è più efficiente del mio.
Inventati qualcosa, dice il grande agente. Non so neanche cosa sia, questa creatura! Sicuramente uno spirito vegetale, forse una ninfa, anche se non di quelle affascinanti e gioviali.
«Magari possiamo parlare?» riesco a dire, approfittando dell’affievolirsi del dolore al petto per costringere polmoni e bocca a collaborare e formare delle parole. Per tutta risposta mi ritrovo a dover schivare un altro attacco di quelle mani scheletriche. Scommetto che con Folco non avrebbe nessun problema a fermarsi a fare conversazione.
«Che fai, stronza, aiuta…» Il rumore di un colpo violento interrompe il mormorio del custode, ma non abbastanza in fretta. La ninfa si ferma e si volta verso l’uomo e Davelli.
«Eh no, cazzo!» Corro verso di lei, nonostante le dolorose proteste dei miei muscoli, e mi lancio con tutta la mia forza e il mio peso contro la sua schiena. È instabile, posso buttarla a terra con una buona spallata. Mi raccolgo su me stesso e…
Freddo. Buio.
L’impatto è più violento di quanto mi aspettassi. Ricado all’indietro con l’impressione di essermi schiantato contro un muro, mentre la ninfa vacilla appena. Ma sono troppo confuso per rimanerci male.
Sola. Freddo.
Non sono parole, non esattamente. Sono impressioni, sensazioni, frammenti di immagini che si riuniscono a formare pensieri. Mi ci aggrappo, mi focalizzo su di loro, attento a non distrarmi per non rischiare di perderli.
Buio. Stanca. Dormire. Di nuovo.
La creatura si gira piano verso di me. Quando mi ritrovo a fissare la sua inespressiva parodia di un volto le percezioni si fanno un po’ più chiare.
Intrusi. Freddo. Dormire. Uccidere.
Non è il tipo di conversazione in cui speravo, e il contenuto non mi piace per nulla, ma è meglio di niente. Mi rimetto in piedi mentre mi corre incontro, più veloce di quanto credessi possibile. Sfuggo alle sue dita protese, mi muovo all’indietro, la allontano da Davelli.
«Non devi ucciderci per forza, per dormire.» Le parole sembrano uno strumento penoso e inadeguato per comunicare con lei, ma il guardiano aveva parlato di qualcosa da dirle. Un comando? Una parola d’ordine? «Ehm… per piacere?»
Uccidere. Sola. Freddo.
Forse sto recuperando le forze, o mi sto abituando al suo ritmo, ma tenerla sempre alla stessa distanza sta diventando più semplice. «Non siamo intrusi» continuo. Se guadagno tempo magari Davelli escogiterà qualcosa e mi darà una mano. Spero prima che la stanchezza mi rallenti troppo. «È solo un malinteso!» Oppure ne sta già approfittando per intrufolarsi nel giardino, lasciandomi qui come un diversivo spacciato? Non mi stupirebbe affatto.
Intrusi. Dormire. Stanca.
Potrei fuggire. Se Davelli mi ha mollato potrei iniziare a correre e lasciarmi dietro questo incubo vegetale. Non credo mi seguirebbe oltre il cancello.
Ma questo vorrebbe dire voltarle le spalle.
Cuore. Testa. Basta. Uccidere.
Correre nel buio sapendo che è dietro di me, non potendo voltarmi per paura di rallentare ma sentendo la sua presenza, le sue parole. Chiedendomi a ogni passo quanto sia vicina, se mani sottili e freddissime stiano già per afferrarmi senza che io neanche lo sappia…
La mia schiena sbatte contro qualcosa. Devo tapparmi da solo la bocca per soffocare un urlo, mentre salto in avanti. Poi mi raggiunge un cigolio. Che coglione, sono finito contro il cancello!
Testa.
La ninfa è su di me. Le sono andato incontro. La sua mano destra scende in un ampio arco, le dita già mi sfiorano il viso.
Cuore.
La sinistra punta invece al mio petto, troppo vicina e veloce per sperare di evitarla. Il gelo è terribile, doloroso, affonda nella mia pelle come un morso. Non è un freddo naturale. Per cominciare mi paralizzerà, di quello sono sicuro. Ma poi? Fermerà i miei organi uno dopo l’altro? Mi ustionerà la pelle fino a consumarla? Magari è solo un’illusione, e si insinuerà nella mia testa cancellando ogni altra sensazione e ogni ricordo di calore, fisico o emotivo, finché non sarò impazzito…
Uccidere.
«No.» Le afferro i polsi senza pensare a quello che sto facendo, senza credere davvero che possa servire. La sua pelle, all’apparenza liscia, è ruvida come corteccia sotto le mie dita, finché il freddo non le priva di ogni sensibilità. «No!» Pianto a terra i piedi e spingo, cercando di allontanare da me le sue mani. Non riesco a spostarle di un millimetro, ma per un istante si fermano.
La ninfa si china verso di me, come incuriosita dalla mia reazione, e mi ritrovo a fissare i buchi dei suoi occhi, il buio che contengono…
Buio. Buio. Buio.
Riesco a vederli, ora. Il bosco di betulle. La luce del sole sulle piante, la corteccia bianca che sembra diventare d’argento sotto la luna. Pallide figure slanciate che scivolano tra i tronchi ridendo, mormorando, cacciando. Viaggiatori persi, rapiti, tormentati. Giochi antichi di morte e follia.
Non sono ricordi, sono molto più vividi e concreti. Sono cose che vedo accadere in questo momento, che sento sulla mia pelle. Il dolore sordo delle asce. Il silenzio sempre più profondo. La solitudine, la stanchezza di una vita troppo lunga. Il tepore del sole in cui chiudere gli occhi e addormentarsi, un sogno accogliente da cui risvegliarsi un giorno, al momento giusto.
Ma non qui. Non in una terra sbagliata, sconosciuta, gelida e priva di sole…
Freddo. Sola. Stanca.
…dove un uomo dal viso velato può strapparti al sonno e legarti a un luogo e alla sua volontà con parole resistenti come catene, con il cerchio e la campana, con la tortura del ghiaccio…
Mi mordo la lingua per liberarmi dal flusso delle visioni. Siamo ancora tutti e due nella stessa posizione. Quanto tempo è passato?
«Neanche tu dovresti essere qui» mormoro. Non arriva nessuna risposta. Inspiro profondamente per raccogliere tutto il coraggio che mi rimane, e lascio andare le mani dello spirito della betulla.
Cuore. Testa. Uccidere.
Le sue dita mi toccano. Il freddo è molto più intenso di quanto immaginassi. Svuota i polmoni, serra la gola, brucia la pelle, fa pulsare la testa.
Ma posso resistere. Mi bastano solo pochi secondi. Mentre sollevo una mano verso il volto della ninfa ripenso a tutte le giornate afose che ho vissuto, soprattutto quelle più sgradevoli. Pomeriggi d’estate passati a lavorare in stanze minuscole e senza condizionatore, treni strapieni fermi sotto il sole di mezzogiorno coi finestrini bloccati, biblioteche stagnanti del sudore, del fiato e del calore corporeo di troppe persone in cui dover studiare per ore con Silvia e Salvatore… Com’è che mi sembravano così tremende, allora?
Le mie dita intorpidite si accorgono a malapena di aver raggiunto l’occhio sinistro dello spirito. E forse è meglio così, perché quando le spingo dentro il buco sento qualcosa che si muove sotto di loro. Mentre frugo cerco di non immaginare cose con troppe zampe e pungiglioni che mi camminano addosso, ora che non posso sentirle. Fallendo miseramente.
La ninfa si piega ancora di più verso di me. Forse è solo per rinsaldare la presa delle sue mani, ma mi sta comunque aiutando, facendo scivolare le mie dita più a fondo. Finché non si chiudono intorno a qualcosa di liscio, duro, e che non si agita.
Freddo. Stanca. Dormire.
«Come desideri.» Mimo le parole con le labbra, perché non sono in grado di pronunciare alcun suono, ora come ora. E poi tiro indietro il braccio destro, sfilandole l’oggetto dall’occhio.
Lei mi lascia andare immediatamente. Indietreggia barcollando e si porta le mani al viso, mentre le dita simili a rametti si staccano e cadono, una a una. A ogni passo perde ciocche dai capelli, che si stanno piegando verso il basso, privi di vita e colore. I suoi movimenti si fanno più rigidi, mantenere l’equilibrio diventa sempre più difficile, cade all’indietro. E svanisce completamente un attimo prima di toccare terra.
Dove invece mi accascio io, affondando la faccia nel terreno. Non sento più nessuna parte del mio corpo, e sospetto che sia un bene. Quando ricomincerò a percepirle probabilmente il dolore sarà atroce.
L’unica eccezione è la mia mano destra. Ho abbastanza sensibilità nelle dita da avvertire la superficie liscia dell’oggetto che ho strappato alla ninfa. Non ho bisogno di guardarlo per sapere di cosa si tratta.  Ho visto il mago velato piantarglielo a fondo nell’occhio, quando lei mi ha mostrato il suo intrappolamento.
Un cristallo di quarzo a forma di goccia su cui è incisa una sottile barra verticale. Isa, la runa che sigilla gli incantesimi e li mantiene stabili nel tempo, la runa dell’immobilità, che impedisce la fuga e il cambiamento. La runa del freddo e del ghiaccio.
Tra tutti i metodi utilizzabili per legare lo spirito ha scelto quello che lo avrebbe tormentato costantemente con un gelo insopportabile. Se metto le mani su quel sadico figlio di puttana…
«Sai, sono quasi impressionato.» Sento dei passi che si avvicinano, e riconosco la voce di Davelli. «Ti avevo già dato per morto.»
«Credevo fossi andato avanti senza di me.»
«Ci ho pensato, ma quella creatura non sembrava particolarmente sveglia o veloce, e avere più dettagli sulla tua tragica fine mi avrebbe aiutato a inventare una balla per convincere Silva che avevo fatto di tutto per salvarti e non meritavo di essere arrostito.»
«Non sai quanto cazzo ti odio…»
«Non sei l’unico. Ce la fai ad alzarti?»
«Dammi qualche secondo per riprendermi.»
«Ok. Allora, visto che abbiamo tempo…» Lo sento armeggiare con le tasche del suo impermeabile. Poi un rumore di plastica lacerata, e un biascichio pronunciato con la bocca piena. «Merendina?»

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