Fabula XLIV (seconda parte)

(continua da qui)

«Non ho ancora capito come hai fatto a convincermi. Sono troppo pochi, non possiamo confonderci come in una folla!»
«Valuteremo la situazione e coglieremo le opportunità.» Davelli è in piedi accanto a me, fermo all’ingresso del garage. Non riesco a vedere il suo volto, ma so che sta sogghignando. «E ti ho convinto perché in realtà non vedevi l’ora di fare qualcosa, invece di restare chiuso lì dentro a rimuginare sulla tua inutilità.» Il corteo sta passando lungo la strada, proprio di fronte a noi. Le torce sono troppo lontane per renderci visibili, ma mi permettono di distinguere chi le porta. O me lo permetterebbero, se solo riuscissi a distogliere lo sguardo dalla creatura al centro del gruppo. «Non ci si ritrova in una situazione del genere senza un certo gusto per il mettersi nei guai.»
«Non mi ci metto, è che ultimamente ci finisco dentro a ogni passo.» Una donna bellissima, dal volto alla vita. E un gigantesco serpente dai fianchi in giù. Striscia sull’asfalto con leggerezza, lo sguardo fisso dinanzi a sé, come se ciò che la circonda non le importasse. E perché dovrebbe, del resto? Cosa potrebbe mai minacciare un essere simile?
«Sì, continua a cercare di convincertene.» Davelli indica il corteo. «Cos’è quella faccia? Mai vista una drakaina?»
Scuoto la testa. Fino ad ora avevo avuto una vaga idea che creature del genere esistessero, ma addirittura pensare di incontrarne una… «Sai chi è?»
Annuisce. «Si chiama Delfine. Ai primi tempi dell’EXO un santuario ci offrì un contratto per arrestarla, dopo la scomparsa sospetta di alcuni sacerdoti e dei non-umani che li scortavano. Non finì bene.»
«Vi aggredì?» Immaginavo che una drakaina avesse una potenza spirituale enorme, eppure non riesco a percepirla, neanche concentrandomi al massimo. O forse sì, ma è così diversa da tutto ciò che ho incontrato finora che faccio fatica a capirla. È un’assurdità anatomica, ma appare più solida e reale di tutto ciò che la circonda. Non sento nessuna energia mistica provenire da lei, ma a ogni suo movimento mi sembra che la terra sotto i miei piedi vibri leggermente. Ha un corpo fisico, ma mi dà l’impressione di essere ancora più antica ed estranea della Divoratrice. Mentre mi sfila davanti un vago odore di zolfo e muschio mi sfiora le narici, e una ventata di aria calda e umida allontana per un attimo il freddo della notte.
«Non ne ebbe bisogno. Ci presentammo a uno dei suoi covi con almeno tre quarti degli agenti disponibili, perché nessuno sapeva cosa aspettarsi, ma quando provammo a entrare ci ritrovammo circondati senza neanche aver tempo di capire cosa stesse succedendo. La più assurda accozzaglia di non-umani mai vista, riuniti senza limiti di affinità o alleanze. Sembrava che mezza Fascia Desolata avesse spiato i nostri movimenti e ci stesse aspettando. Ce la svignammo senza pensarci un secondo, con tante scuse, e l’agenzia non ha più accettato nessun lavoro che la riguardasse.» Sospira. «Che ci fa qui? È lei che ha fatto prendere Folco?»
«Non ne ho idea.»
«Allora ci tocca andare a scoprirlo.» Si abbassa il cappello sulla fronte, afferra la stampella appoggiata al muro, raddrizza la schiena e inizia a camminare verso il corteo. «Mi sa che questa è la volta che ci rimetto il posto. O il collo.»
«Ma dove vai?» sussurro, trattenendolo per una spalla. «Ti vedranno!»
«Ragazzo, hanno le fiaccole. Se anche tra di loro ci fosse qualcuno in grado di vedere abbastanza lontano nel buio da notarci, la luce glielo renderebbe impossibile. E se invece hanno dei sensitivi, allora ci hanno già scoperti comunque.» Si libera dalla mia mano con uno strattone. «Ora stai tranquillo, e fai quello che faccio io.»
Riprende a muoversi, e questa volta lo seguo. Mi adatto al suo passo, mentre ci muoviamo piano in direzione della drakaina e del suo seguito, che intanto ci sono sfilati davanti. Cominciamo a seguirli, stando attenti a rimanere abbastanza lontani dal cerchio di luce delle torce per rimanere invisibili, rallentando fin quasi a fermarci quando raggiungono il cancello e scambiano qualche parola con chi li sta aspettando, e accelerando di nuovo appena lo hanno attraversato.
Li lasciamo proseguire lungo il sentiero e attraverso il prato, ma quando il cancello inizia a richiudersi con un lamentoso cigolio Davelli si schiarisce la voce, si appoggia pesantemente a me e inizia a muoversi ancora più in fretta. «Un momento, aspettate!» chiama, senza parlare troppo forte. «Ci siamo anche noi.»
Il rumore dei cardini si interrompe, qualcosa si muove. Una sagoma alta e sottile, chiara nell’oscurità, e una più tozza e solida.
«Con la gamba in queste condizioni finisco per rimanere sempre indietro. Cazzo, che male» continua l’agente. Lo prendo sottobraccio per sostenerlo meglio, e tengo lo sguardo basso per nascondere l’incredulità sul mo volto. È questa la sua idea? «Grazie, arriviamo subito.»
Sento il rumore di passi che si avvicinano, e all’improvviso una luce fredda e concentrata mi acceca.
«Chi siete?» La voce è cauta, dubbiosa. Mi proteggo gli occhi con una mano, e riesco a distinguere un uomo basso e tarchiato quasi quanto Davelli, che ci punta contro una torcia elettrica.
«Ritardatari» rispondo, cercando di abbozzare un sorriso, e pregando di suonare più convincente di quanto non mi senta. «Raggiungiamo subito gli altri, va bene?»
Il custode ci squadra, illuminandoci dalla testa ai piedi. Gira la manovella della dinamo della torcia, con aria pensierosa. Non riesco a credere alle mie orecchie quando alla fine commenta «Eh, capita» e si scosta per farci passare. Annuisco con entusiasmo e trascino in avanti Davelli, facendolo quasi cadere. «Comunque sapete cosa dire a lei, giusto?» aggiunge, mentre gli passiamo accanto attraversando il cancello.
«Lei?»  Il mio cuore salta un battito, mentre la sagoma bianca ci si para davanti e si piega su di noi. Una creatura slanciata dalla pelle di un candore spettrale, liscissima in alcuni punti e segnata da profondi solchi e fessure in altri, lunghe braccia affusolate che terminano in mani dalle dita sottili come ramoscelli. Il volto è umano, dai tratti vagamente femminili, ma sormontato da un intrico di capelli spessi e ritti sulla testa, di uno spento colore tra il giallo e l’arancio. Dove dovrebbero esserci gli occhi e la bocca si aprono solchi irregolari e vuoti, simili a buchi nel legno.
«Cazzo.» Davelli si volta verso di me. «Peccato.» Non ha neanche finito di parlare che la stampella sta già disegnando un arco in aria, per poi andare a sbattere direttamente sulla tempia dell’uomo con la torcia, che barcolla all’indietro, penso più per la sorpresa che per la forza del colpo.
«Peccato fosse un piano di merda!» sbotto. La creatura resta immobile a fissarci, come se non fosse sicura di ciò che sta succedendo. «E ora che si fa?»
«Tutti buoni a criticare. Però così siamo comunque arrivati abbastanza vicini da stendere il custode senza fargli fare chiasso, ed è quello che conta davvero.» Si avvicina all’uomo che sta cercando di riprendere l’equilibrio. Questa volta la stampella si abbatte di punta sulla sua gola. «Tieni impegnata quella cosa, mentre mi lavoro ‘sto tizio.»
«E come?»
Una mano bianca si tende verso di me. Salto all’indietro giusto in tempo per farmi solo sfiorare, ma prima di riuscire a muovermi ancora una morsa gelida si serra intorno al mio petto. Mi piego in avanti, boccheggiando alla ricerca disperata di aria, coi polmoni che non sembrano per nulla ansiosi di collaborare. La creatura mi si avvicina, muovendosi con cautela su gambe dall’aria fragile, che terminano in due bizzarri piedi senza dita.
«Ehi, tu sei un operatore e quello è uno spirito.» Le parole di Davelli sovrastano un gorgoglio strozzato del custode. «Inventati qualcosa!»

(continua qui)

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