Fabula XLIV (prima parte)

La Fascia Desolata, più che un luogo, è una presenza. Non ho bisogno di vederla per sentire che è vicina. La percepisco negli sguardi che sento pesare su di me dagli angoli immersi nelle ombre, dal rabbrividire della mia pelle sotto tocchi furtivi di mani invisibili, dall’odore di ozono e marciume che riempie l’aria, dalle sagome che vedo  passarmi accanto con la coda dell’occhio, mentre corrono verso il buio.
Gli altri però non mi sono sembrati turbati, non più del solito. Tutto quello che è successo negli ultimi tempi deve avermi reso più sensibile e ricettivo a certi tipi di energie. O forse solo più suggestionabile.
E l’attesa di certo non aiuta. Fisso attraverso i vetri rotti di questa finestrella il cancello della Magione della Contessa, un obbrobrio mezzo arrugginito di volute e decorazioni pretenziose quasi quanto il nome della sala ricevimenti, che ondeggia piano su cardini che lo reggono a malapena. È così fuori posto, in piena città, che probabilmente di giorno sembra ridicolo. La notte però è un’altra storia. Non dovrebbe essere lì, poggiato sull’asfalto di una strada cittadina, a proteggere un vialetto di pietra bianca che si addentra in un prato di erba alta e trascurata, diretto chissà dove.
«Questo posto sembra proprio abbandonato.»
«Lo hai già detto.» Sono le prime parole pronunciate da Davelli da quando Mila è andata in avanscoperta con Silva, lasciando noi uomini ad aspettare in questo garage in rovina.
«E allora perché ci mettono tanto?» Riesco a intravedere appena l’uomo, seduto con aria tranquilla su un secchio rovesciato, appoggiato con la schiena contro la parete. Non l’ho visto sobbalzare per nessuno dei rumori che ogni tanto vengono dalle scatole e dai barattoli di vernice poggiati sullo scaffale di ferro accanto all’ingresso.
«Forse perché lo sembra soltanto. O perché vogliono essere sicure che lo sia. Non ti preoccupare, se ci fossero problemi ce ne accorgeremmo.»
«E come?»
«Dalle colonne di fiamme e dalle urla dei poveracci bruciati vivi.» Accompagna le parole con una risata soddisfatta.
«Non è per niente divertente.»
«Sì che lo è. Sei solo troppo nervoso per capirlo.»
Volto le spalle alla finestra e mi avvicino all’uomo. «Tu non sei preoccupato per Folco?»
«Certo che lo sono. È il motivo per cui sono venuto con voi. Ma io e lui ci fidiamo l’uno dell’altro, e abbiamo imparato a prendere questo lavoro in modo… rilassato. È essenziale per andare avanti.»
«Ho sempre sentito dire che sono l’ansia e la paura a mantenerti vivo, in situazioni di pericolo.»
«Le ho sentite anch’io, quelle stronzate da film. Magari è anche vero, nel breve periodo. Ma è come quando ero in polizia: se ogni giorno ti svegli sapendo che dovrai affrontare chissà quale mostruosità, non puoi permetterti di avere sempre paura. Finisce per logorarti. Ti toglie energie, ti consuma, non ti fa dormire bene, ti fa reagire in maniera esagerata e commettere errori. E dato che non è una sensazione piacevole cerchi di liberartene il prima possibile, e finisci per saltare alle conclusioni sbagliate, o per agire troppo in fretta e senza pensare. Proprio come ha fatto Salvo.»
Sentirgli pronunciare quel nome è come ricevere uno schiaffo. Mi irrigidisco e faccio un passo indietro. «Non dovresti parlare di lui…»
«Eh, lo so cosa pensa Silva. Che l’abbiamo abbandonato, lasciato chissà dove quando si poteva ancora fare qualcosa per salvarlo. E lo dice perché così può fare finta che quello che è successo non sia stato colpa del loro atteggiamento.» Fa una pausa per massaggiarsi la spalla del braccio protetto dal tutore. «Forse» continua poi, tra qualche verso di dolore «se non fossero stati sempre così seri e tesi, Salvo avrebbe avuto le energie mentali per fermarsi a pensare a cosa stava facendo, a controllare e analizzare le sue visioni, invece di limitarsi a seguirle dritto tra le braccia di un mostro.»
«È molto facile sputare giudizi, ma cosa ne sai di quello che succedeva nella sua testa?» Serro i pugni. Come si permette di parlare così?
«Poco» ammette. «Ma so che un operatore con la vista e un’agente in grado di controllare il fuoco sono una combinazione da sogno bagnato per i vertici dell’EXO. Avrebbero dovuto sconvolgere l’agenzia, essere inarrestabili! E invece qual è sempre stata la squadra migliore? Folco e Davelli. Quella con lo sciamano che sente così tante voci e vede così tante stronzate che è un miracolo che sia ancora più o meno sano di mente, altro che controllare un paio di visioni.» Si solleva in piedi a fatica, e si indica con la mano libera. «E con me, un uomo di mezza età alto un metro e un cazzo e fuori forma, senza nessun potere o puttanata magica. Ma lucido, in controllo, e pienamente appagato da un eccesso di zuccheri!»
Distolgo lo sguardo per cercare di combattere la voglia di colpirlo forte in faccia. «Vorrei sentirti dire cose del genere davanti a Silva.»
«Non sono mica scemo. Ma tu dovresti pensare alle mie parole, se vuoi continuare con questo lavoro. Non lasciarti contagiare dal suo atteggiamento da crociata incazzata col mondo, o un giorno o l’altro finirai anche tu per aprire l’armadio sbagliato.»
Cerco qualcosa da replicare, ma non trovo nulla di convincente da dire. Silva è molto diversa da come la ricordavo, ma ho sempre dato per scontato che fosse diventata così dopo la scomparsa del fratello. Però ho  perso di vista lei e Salvo appena prima che entrassero nell’EXO. Non so cosa sia successo dopo, che persone siano diventate lavorando nell’agenzia. Davelli sì.
E forse ne sta approfittando per scaricare la responsabilità di quello che è capitato a Salvo.
Un forte rumore dalla strada. Ci metto un attimo a capire che è il cigolio del cancello che ruota. Mi precipito alla finestra, e sento l’uomo zoppicare dietro di me.
«Merda, non arrivo a vedere» sussurra. «Che succede?»
«C’è qualcuno al cancello. Sono in due, ma non riesco a distinguerli bene. Non hanno luci.»
«Silva e Mila?»
«Non credo, non stanno guardando da questa parte. Fissano il viale che scende alla Fascia e… Ah, ecco, vedo qualcosa che si muove sulla strada. Mi sa che sono fiaccole.»
«Vengono verso di noi?»
«Sì, piuttosto in fretta. Sono parecchie. Cos’è, una processione?»
Con un grugnito Davelli si allontana, per poi tornare a piazzare il secchio rovesciato accanto a me e salirci sopra, sostenendosi con un braccio sulla mia spalla.
«No, non è una processione.» Inizio a intravedere le figure che reggono le torce. Uomini e donne ordinati e ben vestiti, intorno ai quali si agitano esseri più piccoli, che corrono senza sosta. Uno tiene al guinzaglio un cane… no, forse sono due? E dietro di loro avanza, lenta e solenne, una creatura dalla testa coperta da un copricapo di un rosso intenso, che torreggia sopra quella dei suoi accompagnatori, troppo in alto per qualunque essere umano. «Quello è un corteo.»
«Cosa?»
«La Magione non è abbandonata, dopotutto.» Davelli scende dal secchio. «Chi ci vive sta per ricevere visite. Prendi una di quelle latte, vedi se c’è ancora della vernice utilizzabile.»
«Perché?» Mi avvicino allo scaffale con cautela.
«Perché lasciare un messaggio in bella vista sul pavimento è più sicuro che infilare un bigliettino da qualche parte, sperando che Mila e Silva lo trovino al loro ritorno. Ed è essenziale che sappiano quello che stiamo per fare.»
Mi volto a guardarlo con occhi sgranati, proprio mentre sto per sfiorare con prudenza un barattolo di vernice. «Non vorrai mica uscire da qui!»
«Certo che sì. È un’occasione unica, dobbiamo approfittarne!»
«Ma…»
«Ragazzo, qualunque sia il posto in cui vuoi entrare, il modo migliore per farlo senza dare nell’occhio è sempre lo stesso.» C’è un’ombra di eccitazione nella sua voce, un accenno appena percepibile al di sotto del suo tranquillo tono espositivo, quello che di solito si riserva alle verità assolute ed evidenti. «Mescolarsi agli ospiti.»

(continua qui)

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