Intermezzo – Il domovoi di Izabela

Da sotto il braciere nel soggiorno vedo sempre sbucare qualche ciuffo di peli neri e grigi. Appartengono al domovoi che vive lì. Cerco di non guardare in quella direzione, quando passo per la stanza, ma non ci riesco. So che c’è. Sento i suoi occhietti puntati sulla mia schiena, anche se non riesco a vederli. Mi dà lo stesso fastidio dell’indossare qualcosa a cui ho scordato di staccare il cartellino.
Alle volte esce dalla sua tana, ma solo quando mia madre e il cane non sono in giro. Un secondo è un minuscolo ometto peloso, e quello dopo è seduto sul divano, ha una corporatura normale e la faccia di uno dei miei fratelli. Le copia dalle foto che teniamo esposte nelle cornici che affollano i vecchi, pesanti mobili che riempiono la stanza, quindi loro sembrano sempre giovanissimi. Come se il tempo si fosse fermato a quando ero piccola, e la Frattura non li avesse mai portati via.

È una cosa che odio. L’idea di uscire dalla mia stanza e vedere Marek o Emil che mi salutano col volto dei loro sedici anni mi fa restare ogni mattina ferma davanti alla porta per cinque minuti buoni, cercando di calmarmi e trovare la forza di aprirla. Come se avessi bisogno di altri motivi per essere ansiosa.
Oggi però ha superato ogni limite. Gli lancio un’occhiata di sottecchi, mentre Leo mi passa un altro bicchiere di quella che si ostina a chiamare grappa. «Cazzo, che impressione!» Lui fissa il folletto apertamente, e quello gli risponde con un sorriso cordiale. Il sorriso di Marek. «Chi hai detto che è?»
«Un domovoi» borbotto. Mi bagno le labbra con il liquore e cerco di trattenere una smorfia di disgusto. «Mi dispiace tanto, non credevo…»
«E perché? È interessante.» Tina ha un mare di capelli biondi e ricci, e un debole per le stranezze. Calcola temi natali e oroscopi dei clienti dell’EXO. Anche a lei piacciono i numeri. «Non sapevo fossi russa.»
«Non lo sono. La mia famiglia è polacca.»
«E allora che ci fa in casa tua?»
«Cerca di farmi impazzire.» Mi appoggio contro lo schienale del divano, e la plastica che lo ricopre scricchiola penosamente. «Sentite, ragazzi, mi fa piacere che siate passati, ma davvero non me la sento di uscire…»
«Dai, Iza, quando ci ricapita di non dover lavorare tutti nello stesso giorno?» Gaetano si pulisce gli occhiali sulla camicia con aria distratta. La stessa che ha sempre. Ogni tanto mi chiedo come abbia fatto a notare Tina abbastanza da sposarla. «Dobbiamo approfittarne!»
«E poi è festa.» Leo indica la finestra alle sue spalle, attraverso cui la musica e il vociare entrano dalla strada nella stanza, nonostante i vetri chiusi e le tende tirate. «Floralia, Beltane, o come la vuoi chiamare.»
«Nomi diversi per la stessa numerologia. Io la chiamavo Festa del Lavoro» ribatto.
«La solita sovietica comunista.»
«Non sono russa!»
«Se ci tieni alla festa, perché non partecipi?» interviene Tina, un sorriso malizioso sulle labbra.
Leo rabbrividisce, una cosa che non succede spesso. Lui si occupa della stipula dei contratti con l’agenzia, e capita che a firmare o a fare da testimoni si debbano convocare entità molto meno simili agli umani di quelle a cui ormai ci siamo abituati. «Se si parla di sesso, in tre si è una folla, figuriamoci in dieci o quindici. E il primo che dice che per me è una folla anche in due si prende una testata!» Gaetano, che si era sporto in avanti sulla sua poltrona e stava per parlare, chiude la bocca e torna ad appoggiarsi allo schienale. «Poi i satiri sono troppo pelosi persino per me.»
«Dovresti vedere lui, allora.» Indico il domovoi, che siede tranquillamente tra i miei amici e continua a osservarci senza dire una parola. «Coperto di peli da capo a piedi…» Dopo un paio di sorsi, la “grappa” non è più così imbevibile. E il calore che mi fa salire verso la testa è rassicurante.
«Sai che portano bene e proteggono le abitazioni? Nel mio settore sta girando l’idea di inserire la convivenza con un folletto domestico portafortuna nei pacchetti di assicurazione sulla casa.» Gaetano lo dice mantenendosi sul vago, ma scommetto che è una sua proposta. Sembra proprio il suo genere. «E ci sono anche i domovoi nella lista di quelli che si potrebbero utilizzare.»
«Oh, allora perché non lo venite a prendere?» azzardo, speranzosa.
Lui scuote la testa. «Non credo sia così semplice…»
«No, non lo è.» La voce del domovoi mi coglie di sorpresa. Non è quella di Marek. Non so nemmeno se sia davvero una voce. Ho visto la sua bocca muoversi, ma è come se a parlare fosse stato lo scoppiettio dei carboni nel braciere, lo scricchiolio dei mobili e dei teli di plastica sui divani, il lieve tremito dei vetri delle finestre. «Noi ci affezioniamo alla casa e alla famiglia che abbiamo scelto. Odiamo essere cacciati o portati via.»
«Ah, ma sa parlare! Izabela non ce l’aveva detto.» Tina sorride, gentile ed educata. «Non eravamo sicuri che capisse quello che dicevamo, magari siamo stati scortesi…»
No. Non può saper parlare. Non l’ha mai fatto. Perché comincia adesso? Perché con quell’aspetto?
«Non importa, davvero. È stato interessante ascoltarvi.»
Provo a dire qualcosa, ma è come se la mia gola fosse serrata, ostruita. È troppo, troppo da sopportare. Devo andarmene subito da qui.
«Tutto bene, Iza?» sussurra Leo.
Scatto in piedi come una molla. «Sì, sì. Non dovevamo uscire? » 

«Allora, ti sei divertita?»
I festoni e le ghirlande, tutti rigorosamente verdi, penzolano tristemente sopra di noi mentre passiamo sotto i balconi di una strada troppo affollata. Uomini, donne e spiriti ci passano accanto di corsa reggendo rami pieni di foglie e fiaccole, inseguendosi, ridendo, lanciando grida eccitate.
Gaetano e Tina camminano qualche metro più avanti, sussurrandosi qualcosa a vicenda. Io mantengo il passo di Leo, che ha iniziato a zoppicare un po’. Di solito è quasi impossibile capire da come si muove che ha perso la gamba sinistra dal ginocchio in giù, ma anche lui ha i suoi limiti.
Sospiro. «Il locale era troppo rumoroso, mi è venuto mal di testa. La birra era annacquata. E cosa doveva significare quello spogliarello?»
«Un modo come un altro per festeggiare la giornata!»
«Se lo dici tu…»
«Non ti stanchi mai di essere così tesa e negativa?»
«Certo che mi stanco. Sono esausta.» Le strigi urlano da qualche parte sopra di noi, ma stanotte nessuno sembra curarsene. Qualcuno grida in risposta, scimmiottando il loro verso. Io invece mi accosto un po’ di più al muro che costeggiamo. «Mi sa che non sono fatta per questo mondo. Anche quello di prima mi faceva un po’ paura, ma allora almeno capivo i numeri. Adesso tutto è… troppo per me.»
«I numeri li hai ancora.»
«No, sono cambiati anche loro. Mi hanno abbandonata, i bastardi.»
«L’ultima volta che ho controllato funzionavano ancora nello stesso modo!»
«Quando, prima della Frattura, si diceva che con la matematica si poteva capire il mondo, non ci si riferiva alla  smorfia, la cabala o la gematria. Che i simboli avessero potere all’epoca era un modo di dire, non un dato di fatto…»
«Va bene, ci sono stati dei cambiamenti.» Indica davanti a sé. «Tina fa gli oroscopi nonostante siano anni che non si vede più una stella, Gaetano compila liste di folletti, e io ho dovuto imparare a camminare di nuovo mentre cercavo di accettare il fatto che difficilmente avrei avuto una carriera in aeronautica.» Si stringe nelle spalle. «Ma le cose importanti sono ancora le stesse. Viviamo e moriamo. Siamo ancora capaci di incazzarci, di avere paura, di essere felici. La birra annacquata fa ancora schifo, i locali troppo rumorosi fanno ancora venire mal di testa, gli spogliarelli scadenti sono ancora poco divertenti, e ti assicuro che gli uomini troppo pelosi non mi piacevano neanche prima.» Mi scappa un sorriso. «E vale anche per i numeri. In tre quando si scopa si è ancora una folla, e» fa un cenno in direzione di una coppia che ci passa accanto, tenendosi per mano «uno più uno fa ancora due.»
«Non ti facevo così poetico…»
«È un modo per dire che non ti ho convinta?» Annuisco, ridendo. «Merda. E i robot? Ti piacciono ancora, no? Ci hai riempito l’ufficio di quella roba.»
«Erano i miei fratelli i collezionisti, mi hanno contagiata. Erano quasi coetanei, ma parecchio più grandi di me, e mi hanno viziata. Da piccola a turno mi prendevano sulle spalle, così potevo pilotarli come fossero robot giganti e farli combattere tra di loro. Ma non sono mai riuscita a convincerli a mettersi uno sull’altro per creare Otto, l’incredibile automa componibile!»
«Eri una bambina spietata, sai?»

Entro in casa cercando di fare meno rumore possibile. A quest’ora mia madre starà dormendo da un pezzo. Tento di orientarmi al buio, muovendomi piano attraverso il soggiorno, e ovviamente finisco per sbattere contro una credenza, abbattendo le cianfrusaglie posatevi sopra.
«Mi dispiace per prima.» La voce del domovoi si modula nel rumore dei soprammobili che cadono. «Pensavo che, se avessi cominciato a parlare quando c’era altra gente, ti saresti spaventata di meno» dice l’avvampare del braciere, che riprende ad ardere senza che nessuno l’abbia sfiorato. Emil mi guarda dalla poltrona coi suoi occhi chiari.
«Adesso basta.» Lascio cadere il cappotto a terra, mentre mi sforzo di tenere bassa la voce nonostante la rabbia. «Devi lasciarli in pace! Smettila di usare le loro facce!»
Abbassa lo sguardo, mortificato. Quando rialza la testa Marek mi rivolge la sua tipica smorfia testarda. «Non penso di poterlo fare» sussurra il gocciolio del rubinetto che perde in cucina
Il cuore accelera il battito. Respirare diventa un po’ più difficile. «Perché mi torturi così?» mormoro, con la voce rotta. «Cosa vuoi da me?» La testa inizia a girarmi, gli occhi si riempiono di lacrime. Annaspo, mi aggrappo al mobile accanto a me per rimanere in piedi. Ho bisogno d’aria. Devo uscire di nuovo.
Muovo un passo verso la porta, ma le gambe non mi reggono. Barcollo, perdo l’equilibrio, sto per cadere in avanti quando qualcuno mi afferra, mi sostiene, mi tira a sé. Mani tiepide e delicate mi stringono e mi sollevano, prima ancora di rendermi conto di cosa stia succedendo.
Il calore di quel contatto non è solo fisico. È una sensazione nostalgica ma dolce, che mi avvolge, mi abbraccia, tiene a bada l’ansia. Il tocco di qualcuno che mi conosce e mi vuole bene, che non mi lascerà mai cadere e non permetterà che mi venga fatto del male.
Questa non è la casa in cui sono cresciuta, ma mi sembra le somigli un po’, ora che mi muovo in braccio a qualcuno e osservo il pavimento scorrere sotto di me. È una scena fin troppo familiare. Se urlassi il nome di una mossa, mi aspetterei di vedere uno dei miei fratelli tirare un pugno all’altro.
«I simboli hanno potere.» Ripeto quelle parole mentre il domovoi mi trasporta piano in camera mia. Mi sembra di capirle meglio, in questo strano istante. Lui vive sotto il braciere perché incarna il focolare, quello reale e quello fatto di emozioni e sentimenti. Protegge la famiglia che ha adottato, tiene lontani i pericoli dalla casa, ne preserva i ricordi. Se dovessi scegliere qualcosa che simboleggi tutto questo per la mia famiglia, sceglierei i volti di Emil e Marek.
Quando mi depone sul letto sollevo lo sguardo su di lui. Non riesco a capire di chi indossi il viso. «Domovoi fa otto» sussurro. Come la somma dei nomi dei miei fratelli e del mio. Non ci avevo mai fatto caso.
Batto le palpebre per schiarirmi la vista, e mi ritrovo sola. Il battito del cuore ora è regolare, il respiro non è più affannoso. Nessun attacco d’ansia mi è mai passato così in fretta.
Forse ho sognato tutto per la birra e la maledetta grappa, e mi sono trascinata qui da sola. Forse domani non ricorderò più nulla. E sicuramente avrò di nuovo paura.
Ma in questo istante posso concedermi il lusso di aggrapparmi a questo tepore, di pensare che la creatura nel soggiorno non sia lì per caso, e di credere che Leo avesse ragione. I numeri non sono cambiati.
Due più uno fa ancora otto.

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Un pensiero su “Intermezzo – Il domovoi di Izabela

  1. Meraviglioso!
    Ho perfino controllato la costatazione numerologica del racconto!
    Scrivi divinamente come sempre!

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