Fabula XLII (terza parte)

(continua da qui)

«Finalmente! Dove sei? Stai bene?»
«Sono al Municipio 3, qui è successo un casino.»
«Lo so, siamo stati informati. Notizie dei nostri sul posto?»
«No, non ho trovato nessuno… Aspetta, che intendi con finalmente
Deifobe sospira. Riesco a sentire la sua stanchezza anche attraverso la distorsione creata dall’acqua. «Stavo cercando di capire dove foste finite tu e Irene. Siamo in una situazione difficile. Abbiamo perso i contatti con diversi agenti, abbiamo dovuto salvarne un paio sopravvissuti per un pelo a delle imboscate, e altri ancora…» Il suo silenzio è eloquente.
Le mie dita si irrigidiscono, e per un attimo temo di essere sul punto di spezzare la ciotola. Inspiro, espiro. Cerco di contenere la rabbia e la preoccupazione. «Chi?» mi costringo a chiedere.
«Parecchie reclute. Tramontana e la sua squadra. Lissa, Orione, Valla…»
Nomi che richiamano volti familiari, chiacchiere in ufficio, un paio di missioni agli inizi, prima di scoprire con chi lavorassi meglio. Ma nessuno per cui provassi vero affetto. Una cosa che un po’ mi consola e un po’ mi fa sentire una merda. Cerco di non pensare al nome che potrei dover aggiungere alla lista. «Così tanti?»
«E non abbiamo ancora notizie di molti altri usciti in missione. Può darsi che siano semplicemente difficili da rintracciare, come lo sei stata tu finora, ma visto quello che sta succedendo non mi sento ottimista.»
«Stai iniziando a farmi paura…»
«Bene, un po’ di paura ti sarà utile. Ci stanno prendendo di mira.»
D’istinto mi guardo attorno e tendo le orecchie. Questo vicolo non sembra più un buon posto in cui sostare. E aver lasciato Irene da sola ora mi pare una pessima idea. «Com’è possibile? Non dovremmo essere così facili da riconoscere e colpire.»
«A meno che gli aggressori non sapessero dove aspettarci e come individuarci.» Non mi piace l’implicazione di quelle parole. «Qualcuno ha tradito. C’è una spia tra di noi, e ha rivelato ai nostri avversari i dettagli delle missioni in corso.»
«No!» È ridicolo, la Sibilla sta sbagliando. Capita anche a lei, più spesso di quanto le piaccia ammettere. «Nessuno di noi metterebbe in pericolo un collega.» Non con quello che vediamo, che passiamo insieme. Quando la morte è il destino più clemente che aspetta alla fine di una missione andata male, la responsabilità per le persone che lavorano con te è speciale. Ognuno di noi affida agli altri non solo la vita, ma la sanità mentale, l’identità, l’anima, a volte il ricordo stesso della nostra esistenza. «Potrei capire qualcuno dei culi piatti in segreteria o in ragioneria, o…»
«Nessuno al di fuori del nostro ufficio avrebbe avuto abbastanza informazioni.» Deifobe è perentoria, e non tradisce nessuna emozione. Come può? Come fa a non essere distrutta da un pensiero simile? «È colpa mia. Non posso credere di essermi fatta distrarre da quello che stava succedendo in città al punto da non accorgermi di una talpa.»
«E se fosse stato un veggente? Una spia magica, qualcuno con la vista e addestrato allo screening o alla proiezione astrale!»
«Con le protezioni che abbiamo?»
«Ho visto succedere cose più strane.» Non ribatte, e sono felice quanto lei di lasciar cadere l’argomento. «Ma perché tutto questo?»
«Per indebolirci, immagino. Un colpo a sorpresa per renderci meno pericolosi e avere campo libero per… qualunque cosa abbia in mente di fare il responsabile di tutto questo.»
«Delfine. È sicuramente opera sua.»
«È possibile, ma…»
«No, ti dico che è lei. È peggio di quanto credessimo. Ha organizzato l’omicidio della sirena, e non mi stupirebbe se fosse dietro anche a quello della Pizia, e magari del monacello.»
«Come lo sai?»
«Ho un testimone. E una prova inconfutabile…»
«Finalmente una buona notizia!»
Il sollievo nella sua voce è tale che esito un istante, prima di continuare. «…che però si è trasformata in un revenant, e sta cercando di ucciderci.»
«Cosa?»
Le descrivo in breve quello che è successo alla Scuola, le cose viste da Sami, lo scontro con la sirena. Lei mi ascolta in silenzio. Riesco a immaginare il suo volto reso ancora più grinzoso del solito dalla concentrazione. «Non so per quanto riusciremo ancora a sfuggire a Tessalonica» aggiungo alla fine. «Non siamo attrezzati per affrontarla, nessuno qui lo è. Sarebbe un massacro. Non ci resta che rientrare alla base, mettere il testimone al sicuro e preparare un piano per l’arrivo del revenant.»
La risposta di Deifobe è l’ultima che mi sarei aspettata. «No.»
La sorpresa mi ammutolisce per un paio di secondi. E me ne prendo un altro paio per evitare di sputare la prima risposta che mi sale alle labbra. «Forse non hai capito cosa sta succedendo» dico alla fine, cercando di trattenere la rabbia.
«Ho capito perfettamente. Non puoi tornare qui. Se l’ufficio è compromesso, nel momento in cui il testimone ci mette piede i nostri nemici potrebbero esserne informati. Il necromante che ha creato il revenant potrebbe decidere che il rischio di lasciarlo venire da noi sia troppo alto, e disfare la sua opera. E abbiamo bisogno dello spirito della sirena per incastrare Delfine. Senza considerare l’altra opzione…»
«Cioè?»
«Che lasciare l’anima di Tessalonica in giro non sia stato un errore. Che chi l’ha trasformata in quella creatura sia certo che non possa essere fermata. E se è così, non possiamo rischiare un attacco qui. Abbiamo già subito troppe perdite oggi. Un altro colpo sarebbe letale.»
«Ci stai abbandonando, quindi? Dobbiamo vedercela da noi?» Agito una mano al di sopra della ciotola per mostrarle uno dei miei guanti, ricordandomi troppo tardi che probabilmente lei mi vede solo come una macchia confusa. «Mi hai fatto una promessa quando ho iniziato a lavorare con te, ricordi?»
«Certo che lo ricordo. E l’ho già mantenuta.» Fisso la sagoma nell’acqua, confusa. «Ti ho fornito il mezzo per vincere, l’informazione di cui avevi bisogno» continua, spazientita. «Il revenant forse non può essere sconfitto, ma chi ha manipolato lo spirito della sirena fino a trasformarlo in quella creatura può anche annullare il processo. Trova il necromante e costringilo a farlo.»
«Sono senza il mio equipaggiamento, con la sola Irene come supporto e due civili da proteggere! Come pensi che possa fare?»
«Sta a te trovare il modo. Non posso mandare i nostri in strada col rischio di farli cadere in altre imboscate, ma ci sono ancora delle Alseidi o degli uomini di guardia lì, no? Usali per rallentare la creatura. Abbiamo tenuto d’occhio i posti che frequenta Delfine, visitali e spremi informazioni dai non-umani che ci trovi. Interroga un oracolo, se devi!»
«E se anche dovessi avere fortuna poi dovrei battermi da sola contro un mago, e magari una drakaina?»
«Trova il necromante, e se puoi fammelo sapere.» Il tono della Sibilla sembra addolcirsi per un attimo. «Nel frattempo escogiterò un modo per farti ricevere aiuto.»
Resisto alla tentazione di lanciare la ciotola contro il muro. Temo ne avrò ancora bisogno. «Ai tuoi ordini…» mormoro, per poi versare l’acqua a terra. I simboli nel vetro si spengono.
La rimetto nella valigia, ed esco dalla stradina. Irene mi sta aspettando, ferma davanti alla tenda azzurra. «Cos’hai fatto tutto questo tempo?» mi chiede.
«Ricevuto istruzioni» rispondo, senza guardarla. La supero. Sami e Malombra sono seduti contro un muro, dietro di lei. Il bel tipo mi lancia un’occhiata gelida. «In piedi. Abbiamo del lavoro da fare.»
«Vic…» Irene mi sfiora la spalla. «La tenda.»
«Non ora.»
«Ma…»
«Non ora!» ribadisco secca, decisa, quasi urlando. Fa un passo indietro. «Il piano è cambiato. Non possiamo tornare alla base.» Siamo soli, con un mostro che non so come fermare alle calcagna e un mago da affrontare. «Se vogliamo restituire la pace a Tessalonica dobbiamo andare alla radice.» E ho tre persone da proteggere. Dovrò combattere meglio di quanto ho fatto finora, se voglio riuscirci. Combattere come non potrei fare senza la speranza che Fra non sia dentro quella tenda. «Dobbiamo trovare il necromante.»
Malombra si alza in piedi e si stiracchia. «Scovare quel bastardo, eh?» Si sistema gli occhiali sul naso. «Allora avremo bisogno di un po’ di stregoneria di quella cattiva.»

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