Fabula XLII (seconda parte)

(continua da qui)

All’imbocco della stradina rallento. È un budello chiuso in fondo da un’inferriata, che si snoda tra il muro esterno del Municipio e quello, macchiato ed eroso, di un edificio massiccio e dall’aria antiquata. La puzza di spazzatura in decomposizione è insopportabile, e pozze di acqua stagnante riempiono le buche nell’asfalto.
Non riesco a vedere molto, ma li sento. Squittii, risatine eccitate, o forse spaventate, sussurri incomprensibili. E il rumore di qualcosa che sbatte contro del metallo.
Mi faccio avanti schivando i rifiuti e le pozzanghere, mentre le sagome dei goblin diventano più definite. Sono davanti all’inferriata, e stanno cercando di far passare la valigetta attraverso lo spazio tra le sbarre, nonostante sia chiaramente troppo stretto. Sgusciano da un lato all’altro della barriera, tirando e spingendo, così concentrati che sembrano non essersi neanche accorti di me.
«Ma fate sul serio?» Al suono della mia voce sobbalzano e si voltano, lanciando gridolini acuti. «Su, sparite.» Faccio un passo in avanti, aspettandomi che corrano via. E invece si radunano intorno alla valigia e si accucciano, scoprendo i denti e soffiando come gatti. Questa poi… «Non voglio farvi del male.» Mi abbasso e tendo una mano. «Mi interessa solo…»
Uno dei folletti salta, si aggrappa al mio polso e mi morde le dita. Ha denti più aguzzi e robusti di quanto immaginassi, riesco a sentirli persino attraverso la pelle dei guanti. Se non li indossassi mi sa che mi farebbe un male cane.
Agito la mano cercando di farlo cadere, ma lui non vuole saperne di mollarmi. E il suo gesto sembra aver dato coraggio agli altri. Un secondo folletto si appende alla mia gamba sinistra e affonda i denti nel mio polpaccio. Grido di dolore, barcollo. Provo a scacciarlo con la mano libera, ma appena mi piego gli ultimi due mi afferrano il braccio e iniziano ad arrampicarsi verso la spalla. Cazzo, staranno mica cercando di raggiungere la gola?
«Adesso basta!» Faccio per colpire il muro con la mano a cui è appeso il goblin, e il piccolo bastardo molla la presa e si lascia cadere prima dell’impatto. Me l’aspettavo. Lo colpisco con la gamba libera prima che tocchi terra, una pedata che lo fa rotolare contro un muro.
Spingo via i folletti dall’altro braccio, ma quando cerco di afferrare quello che mi sta mordendo la gamba il maledetto mi lascia andare e corre via, passandomi tra i piedi.
E sono già di nuovo davanti alla valigia, occhietti ridotti a fessure e aria feroce. Mi scappa un verso di frustrazione. «Va bene, però non dite che non ve la siete cercata!» Sono veloci, ma lo sono anch’io. E un cazzotto dei miei ha tirato giù cose molto più grosse di loro.
Finto un calcio contro il più vicino, e tiro indietro la gamba quando salta per tentare di afferrarmi di nuovo. È sbilanciato, non può fuggire. Il mio pugno scende dritto su di lui, preciso, inesorabile…
«Ferma, così lo ammazzi!»
Il grido improvviso mi fa perdere l’equilibrio. E l’attimo che mi serve per recuperarlo basta al goblin per correre a nascondersi dietro l’inferriata, lanciando acuti lamenti terrorizzati.
Mi volto, furiosa. Il bel tipo sta arrancando verso di me più in fretta che può. Tanto che dev’essere finito in un paio di pozzanghere, a giudicare dalle scarpe zuppe e dai pantaloni bagnati fino alle caviglie.
«Uh… Sami, giusto?» Annuisce. «Cosa ci fai qui? Torna subito indietro, questi non sono affari tuoi.»
«Quello che stai facendo non è necessario, davvero.» Ha in mano il portafogli. Lo apre e ne tira fuori qualcosa che nasconde in un pugno, prima di rimetterlo in tasca. «Si può risolvere la situazione senza che nessuno si faccia male.»
«Troppo tardi» borbotto, indicandomi la gamba.
Mi passa accanto senza guardarmi, gli occhi fissi sui goblin, un sorriso rassicurante sul volto. I folletti lo osservano minacciosi, stringendosi tra loro. Lui si piega su un ginocchio, prende qualcosa dalla mano e glielo mostra sollevandolo tra le dita. È una moneta, una di quelle lucide, larghe e sottili coniate dal santuario del Senza Occhi. Sto per dirgli qualcosa sul fatto che non ho tempo da perdere, ma mi accorgo che l’attenzione dei folletti si è spostata sul dischetto di metallo. Un’attenzione intensa, famelica.
«Molti pensano che queste creature siano dei ladri.» Sami mette la moneta a terra e la fa rotolare verso i goblin. Due manine veloci la afferrano prima che si fermi. «Ma non è vero. Hanno un concetto di proprietà molto forte, anche se particolare. Tutto ciò che è lasciato solo e incustodito per loro semplicemente non è di nessuno, e può essere preso da chiunque lo veda.» Apre il pugno, rivelando altre tre monete. «Ma quando qualcosa è stato raccolto ed è nelle mani di qualcuno, gli appartiene, e sottrarglielo è una terribile ingiustizia, una violazione della loro convenzione sociale più importante. Qualcosa contro cui sono disposti a lottare.» Fa un passo in avanti, dicendo qualche parola che non capisco e indicando la valigetta. I goblin si avvicinano a lui, squittendo delle risposte. «D’altra parte, gli oggetti trovati possono essere scambiati. E, dal loro punto di vista, questi pezzetti di metallo luccicante, decorati con l’emblema di un Dio delle profondità della terra, hanno un valore enorme.» I folletti esitano un istante, scambiano qualche altra parola con l’uomo, poi si lanciano fulminei in avanti, strappandogli le monete dalle mani prima di correre via attraverso le sbarre dell’inferriata. Sami si rialza, prende la valigetta da terra e me la porge. «Ecco fatto.»
«Ok, lo ammetto, sei stato impressionante, Jareth.» Un’espressione confusa gli compare sul volto. «Sai, David Bowie. Per i goblin… Ah, lascia perdere.» Mi rigiro la valigia tra le mani. È proprio una delle nostre, coi sigilli incisi sul meccanismo di chiusura. Non sono allineati. In missione può servire doverla aprire in fretta. I goblin devono averla trovata qui, visto che la stavano portando fuori da questo vicolo. Ma come c’è arrivata? «Sei riuscito anche a parlare con loro. Cosa sei, un cambiato
«Ma no. Parlano una forma semplificata di greco, aggiungendogli parole prese dallo slavo, dall’arabo e da vari dialetti. È una lingua molto usata da certi gruppi di non-umani, ho un amico satiro che ci dà lezioni giù alla Scuola.» Fa una pausa. «Davvero non sai queste cose?» Sento una punta di indignazione nella sua voce.
«È più il campo di Irene. Il mio sono le maniere forti.» Apro la valigia. Non mi sorprende scoprire che è molto più ordinata della mia. Contiene un set di equipaggiamento standard, da principiante che ha avuto poco tempo e risorse per personalizzarlo. Proprio come Fra. Passo in rassegna un assortimento base di fiale, un coltello e un paio di manette di ferro freddo, bastoncini di incenso creati e consacrati per vari scopi, ognuno indicato a chiare lettere sulla bustina di carta che li contiene. E poi una torcia a dinamo, una pietra bucata, il necessario per disinfettare e fasciare una ferita… un attimo, cosa c’è qui?
«Ma è assurdo! Siete gli agenti della più alta autorità della città, dovreste almeno saperne quanto noi volontari sui non-umani!»
«Guarda, in un altro momento sarei felice di darti una risposta ironica o risentita, o magari di iniziare una conversazione, ma oggi sprecheresti il comizio. Sono troppo impegnata a cercare di salvare delle vite per pensare alla politica.» Non riesco a crederci. La ciotolina è ancora nel suo scomparto, intatta. Un colpo di fortuna, finalmente… «Quindi grazie dell’aiuto, ma se adesso non torni da Irene e mi lasci in pace a fare il mio lavoro potresti non avere un domani in cui lamentarti del governo.»
Non dice nulla mentre si volta e si allontana, ma lo sguardo che mi lancia prima di farlo unisce timore, tristezza, rabbia, forse persino commiserazione. Mirko sa farne di uguali, e mi lasciano lo stesso vago senso di colpa per qualcosa che non sono sicura di aver commesso. Cos’è, una tecnica segreta che insegnano a tutti i dissidenti?
Quando è abbastanza lontano prendo in mano la ciotola. Non occupa neanche l’intero palmo. È leggerissima, fatta di vetro sottile su cui sono stati incisi simboli alchemici e invocazioni elementali. Crearla richiede una cura straordinaria, per questo ogni kit ne contiene solo una, che non viene sostituita in caso di rottura. Non credevo che Fra tenesse le sue cose con tanta cura, ammesso che questo sia il suo equipaggiamento. La mia è andata in frantumi alla seconda missione.
Mi chino su una pozzanghera e riempio la ciotola d’acqua. È torbida e maleodorante, ma andrà bene lo stesso. Quando i simboli sul vetro iniziano a brillare di una lieve luce azzurra, pronuncio una parola. Una diversa da quella che usa la maggior parte dei miei colleghi, conosciuta da pochi, che non fa tremare e vibrare il grande specchio alla parete della segreteria del palazzo del Tribuno, ma uno molto più piccolo, fissato tra le sbarre di una gabbietta per uccelli, in un’altra parte dell’edificio.
Passano alcuni lunghi secondi, poi l’acqua si increspa, si solleva in piccole onde. Se ci fosse più luce e stessi usando acqua limpida vedrei comparire sulla sua superficie un volto, simile al riflesso di qualcuno che vi si specchiasse standomi accanto. Stavolta invece appare solo una confusa macchia scura.
«Che succede? Chi è?» La voce della Sibilla mi arriva attutita, distorta, ma suona lo stesso sospettosa e prudente. Anche lei non riesce a distinguermi.
«Sono Vittoria. E mi serve aiuto.»

(continua qui)

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