Fabula XLI (seconda parte)

(continua da qui)

Prima della Frattura era stato un teatro dell’opera, recente ma costruito con la pretesa di imitare quelli classici. Ha una larga facciata a due piani di cemento grigio, un porticato d’ingresso con gli archi chiusi da porte a vetri e una balconata decorata da sottili colonne che reggono un architrave su cui sono appollaiate una decina di statue dorate, tra cui una che sembra continuare a cambiare posizione ogni volta che distolgo lo sguardo.
Attraverso le grandi finestre del teatro si riversa sulla piazza una cascata di luce brillante, oscurata alle volte dal passaggio di grosse ombre all’interno dell’edificio e dalle creature che volano intorno al santuario, esseri di fumo e scintille dalla forma mutevole.
«Non sapevo ci fosse una festa oggi» commenta Davelli.
«Non c’è» risponde Mila. «Da quando il tempio è stato attaccato durante gli ultimi scontri i fedeli hanno iniziato a organizzare veglie per sorvegliarlo e proteggerlo. O, se preferisci la versione dei Cercatori di Anime, i sacerdoti hanno raggruppato qui quanti più scudi umani possibili.»
«Non solo umani…» Un rumoroso gruppo di folletti seminudi e dai nasi enormi ci sfila davanti, cantando e saltellando intorno a una ragazza dai capelli rossi. Mentre ci supera mi lancia un’occhiata coi suoi grandi occhi bianchi attraversati da sottili pupille orizzontali.
«Comunque è un bene, con così tante aure ed energie concentrate qui sarà più difficile che ci sentano arrivare, se il posto in cui tengono Folco è sorvegliato misticamente.» Davelli prende di nuovo la bottiglietta e la apre. A quel gesto l’omuncolo si dissolve immediatamente in fumo, rientrando nel contenitore. «Che facciamo ora?»
Ci voltiamo tutti verso Silva. Lei si accende una sigaretta prima di rispondere. «Beh, superiamo la piazza. Cerchiamo di non perderci di vista là in mezzo.»
Davelli sbuffa, indicando la stampella. «Più facile a dirsi…»
«Nessuno ti ha obbligato a venire, anzi!»
«Ancora? Vedete di smetterla» li interrompe Mila. «Ed è meglio girare attorno a questa folla, quelli coi bastoni non sono esseri umani e non sono lì a divertirsi. Non attiriamo l’attenzione.»
Le lasciamo fare strada e la seguiamo. Costeggiamo gli edifici restando ai margini dell’anello di luce e fuoco che circonda il santuario. Le sue energie sono calde e confortevoli, e trasportano ondate di eccitazione, entusiasmo, forza che cancellano la mia stanchezza e che, quando si ritirano, lasciano a volte il posto a malinconia e riflessione, altre a rabbia, voglia di picchiare qualcuno e una gran sete. Non hanno uno scopo, semplicemente esistono e si espandono libere in ogni direzione, eppure riesco a sentirle come se fossero concentrate su di me. È il potere distratto e inarrestabile di un’entità che potrebbe distruggere tutto ciò che sfiora con la sua mera presenza, se solo volesse fare lo sforzo di raccogliere la sua forza e darle un intento invece di lasciarla disperdere in decine di direzioni diverse.
Il contatto con la Divoratrice mi ha svuotato, quello con l’Ardente penso che mi disintegrerebbe.
Credo che anche Silva percepisca le energie del santuario, perché le sue mani stanno ardendo, e lasciano striature marroni sui suoi jeans ogni volta che li sfiora. Mila invece cammina china e rasente i muri, tenendo stretto al petto il fagotto, come se cercasse di nascondersi. Inizio a pensare che i guardiani non siano l’unico motivo per cui ha deciso di rimanere il più lontano possibile dal tempio.
Davelli chiude la fila, e non ha difficoltà a tenere il nostro passo. «Non riesco a sentire il dolore» lo sento mormorare a un certo punto, non so se rivolto a me o a sé stesso. «So che c’è, ma non riesco a sentirlo…»
Ogni tanto qualcuno si volta a guardarci, ci indica, grida qualcosa, ma nessuno ci ferma. E dopo un po’ inizia ad apparire ciò che ci aspetta oltre il tempio, una distesa silenziosa di edifici che, paragonati alla piazza luminosa, sembrano sagome ritagliate nelle tenebre più fitte. Dietro di loro, là dove il buio è così profondo che sembra ingoiare anche il cielo notturno, dove lampi indaco e violetti si rincorrono facendo tremare l’aria e proiettano gigantesche ombre bizzarre sulle nuvole, c’è la Frattura, circondata dalla Fascia Desolata.
Mila rallenta, distoglie lo sguardo. Si lascia superare da tutti. Quando le passo accanto mi sembra di sentire le voci della spada che gemono di frustrazione e rabbia. «Va tutto bene?» le sussurro.
«Era tanto che non venivo da queste parti. Non preoccuparti.» Inspira profondamente, e si raddrizza un po’. «Il bastardo pagherà anche questa.»
Alla fine ci fermiamo sotto un palo che regge vecchi cartelli, all’imbocco di una strada larga e dritta, costeggiata dalle ombre di palazzoni squadrati e alberi scheletrici. Le luci e il rumore del santuario sono appena dietro di noi, ma sembrano appartenere già a un altro mondo.
Silva solleva una mano, che si illumina della luce calda e soffusa di un braciere. «Bene, adesso dobbiamo metterci a cercare» dice. Lascia scorrere lo sguardo attorno a noi. «Non sarà semplice come credevo…»
«Soprattutto perché non ci hai ancora detto cos’è che dovremmo cercare» le ricordo.
«Eh? Luoghi legati ai matrimoni, scemo. Era di quello che parlava la voce che hai sentito, no?»
«Sì, ma che…»
«Ai matrimoni? Come una chiesa?» mi interrompe Mila.
«Ma state dicendo sul serio?» provo a intervenire.
«Sì» risponde Silva. «E sì, chiese, o negozi di abiti da cerimonia, o…»
«O una sala ricevimenti, magari?» chiede Davelli.
«Anche. Perché?»
L’uomo indica con un dito un punto al di sopra della testa di Silva. Ci voltiamo tutti a guardare. Alla luce prodotta dalla mano della cambiata i cartelli stradali sono ancora leggibili, con un po’ di sforzo e di fantasia nel riempire i buchi delle lettere mancanti. Centro commerciale, Campo sportivo, Deposito merci e…
«Perché» continua Davelli «da quello che mi ricordo io solo le sale potevano permettersi nomi come Magione della Contessa
Silva fissa per un attimo il cartello, a bocca aperta, poi abbassa la mano. «Vale la pena controllare» borbotta, seccata. «Però sarà difficile muoversi in questo buio. Io potrei usare i miei poteri, ma ci farebbero diventare un bersaglio facile.»
«Non ti preoccupare.» Mila si volta a fissare la strada. Fa scivolare il cappotto a terra, liberando la cintura della spada, e se l’aggancia a tracolla. I suoi occhi ora riflettono la luce creata da Silva come l’acciaio della sua lama, che scivola fuori dal fodero con un sibilo secco che ferisce il silenzio immobile che ci circonda. Davelli si china in avanti, osservando interessato. «Non ho bisogno di molta luce. Vi basta rimanermi attaccati, faccio strada io.»
«Che stai facendo?» sussurro, correndole accanto.
«Non ho molta scelta. Se non lo faccio c’è il rischio non solo di non salvare il vostro amico, ma che qualcuno di voi si faccia uccidere.»
«Non sappiamo nemmeno se Silva abbia ragione, e ho i miei dubbi a riguardo. Non hai bisogno di farti scoprire per questo.»
«Non ti preoccupare.» Lancia un’occhiata di sottecchi a Davelli, che adesso, una mano in tasca e lo sguardo rivolto verso l’alto come se ci fosse qualcosa di interessantissimo da guardare nell’uniforme cielo nero, sta fingendo di non prestare attenzione. E mentre mi supera piega la testa verso il mio orecchio e mormora poche parole, con una voce fredda e tagliente come una spada. «So cosa fare di lui.»

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