Fabula XLI (prima parte)

«Perché non lasci perdere? Finirai solo per rallentarci.»
«Non vedo come, ho mangiato mentre camminavamo.»
«E smettila di fingere di non capire!»
Silva e Davelli hanno continuato a discutere per tutto il percorso fino a casa di Izabela, e anche ora che lei è rientrata non sembrano aver intenzione di smettere.
Appoggiato contro un muro li ascolto litigare, mentre osservo luci sporadiche accendersi qua e là nella via, e i passanti in bicicletta rallentare curiosi per cogliere qualche frammento della lite.
Mila è accanto a me, il cappotto che nasconde la spada stretto contro il petto, gli occhi rivolti al cielo. «Sta succedendo qualcosa.»
«Davvero?» Guardo verso l’alto anch’io, ma non vedo nulla oltre la solita cappa nera.
«La spada lo sente. Ci sono strane energie all’opera, e da qualche parte si sta combattendo. Uno scontro serio, non le solite cazzate.»
«Pensi che abbia a che fare con noi?»
«Sarebbe strano se non l’avesse. Magari è un bene, un po’ di confusione potrebbe distrarre da noi i nostri nemici.»
«Non ne sembri convinta.»
«No. Visto come vanno le cose da quando ti ho incontrato, è più probabile che, qualunque cosa stia succedendo, aspetti solo il momento peggiore per precipitarci addosso.»
Faccio per protestare, ma mi fermo. Non posso proprio darle torto.
Silva intanto sta alzando la voce. «Come pensi di arrivare al santuario con la gamba in quelle condizioni? Non credo che a breve passerà un taxi.»
Davelli scuote la testa. «Ah, ragazza mia, hai ancora parecchio da imparare. Quando diventi importante per l’EXO, l’azienda si prende cura di te. E io e Folco siamo molto, molto importanti.» Ignora il lamento esasperato di Silva e ci volta le spalle. «Venite, vi faccio vedere.» Zoppica fino all’angolo più vicino e si infila in una stradina laterale. Dopo un attimo di titubanza, lo seguiamo tutti.
«Ho sentito dire che tra poco potremmo avere un servizio di risciò trainati da biciclette, o da fauni particolarmente in forma, per risolvere il problema del trasporto pubblico in città.» Si è fermato subito dietro l’angolo, e sta tirando fuori dalla tasca dell’impermeabile una boccetta di vetro piena di una qualche sostanza di colore nero. «Ma se hai un’emergenza, il modo migliore di muoversi è con questo.»
«Che roba è?» chiedo, avvicinandomi di qualche passo. Silva mi afferra per la spalla e mi tira indietro.
«Uno dei prodotti speciali del reparto ricerche alchemiche.» Svita il tappo della boccetta e vi immerge un dito, tirandolo poi fuori immediatamente, con una smorfia di dolore. Mi sembra che stia sanguinando.
Inclina la bottiglietta verso terra, e il liquido al suo interno, invece di svuotarsi sulla strada, appena lascia il contenitore si dissolve, trasformandosi in un denso fumo scuro che scende rapido verso il basso, si modella, assume la forma, sempre più definita, di una figura umana alta una cinquantina di centimetri, con una grossa testa tonda, due corte braccia, protuberanze simili a gambe e piedi privi di dita. La sagoma si condensa, diventa sempre più compatta e di una consistenza quasi materiale. E poi, nel suo volto privo di tratti, proprio là dove in un essere vivente mi aspetterei di trovare gli occhi, si accendono due puntini di pulsante, profonda luce azzurra.
Quando inizia a muoversi salto all’indietro. Le mani di Silva si illuminano come brace, Mila infila una mano nel suo fagotto.
Davelli scoppia a ridere. «Tranquilli, non vi fa niente.» La creatura non più di fumo ci osserva un attimo, poi si volta verso l’uomo. «Dobbiamo raggiungere l’Ardente.» L’omino resta immobile per qualche secondo, poi tende una delle sue braccia, che si allunga, si assottiglia e si avvolge intorno alla mano di Davelli come un tentacolo, e inizia a camminare.
«Forza, seguiteci!» grida l’agente, lasciandosi condurre dalla creatura. «Non abbiamo tempo da perdere.»
Silva sembra confusa e indecisa quanto me. Mila, invece, non esita un istante a raggiungere Davelli. «Che aspettate voi due?»
«Che sta succedendo?» chiedo, iniziando a muovere qualche passo. Quelli che servivano a vincere l’incertezza di Silva, che mi segue.
«Non lo so. Non ho mai visto niente di simile.»
«Lavori per l’EXO e non hai mai visto un omuncolo? Ma chi vi addestra?» le chiede Mila. Ci stiamo inoltrando nella stradina, che diventa sempre più buia. Riesco a malapena a intravedere chi mi cammina davanti.
«Ah, abbiamo un’esperta. Omuncolo, anche Folco l’ha chiamato così» interviene Davelli. «Un modello creato per il trasporto.» Giriamo a sinistra, in un vicolo ancora più angusto. È strano, quando ho guardato, prima, mi sembrava che la strada non avesse svolte. «Mi hanno spiegato che sfrutta il fatto che la città, almeno in parte, non esiste soltanto nel mondo materiale. Ci sono luoghi che si estendono fino a livelli di realtà diversi, ma non troppo lontani dal nostro.» Sbuchiamo in una strada ampia, in cui c’è persino qualche insegna illuminata, ma nessun passante. La attraversiamo. «E questo piccoletto può distinguere quali sono questi luoghi, e sfruttarli come scorciatoie per arrivare dove vuole.»
Dall’altra parte c’è una porticina di legno verde, incastrata senza nessun motivo apparente nel muro di un edificio di cemento. Si apre appena l’omuncolo la sfiora. Per passarci attraverso dobbiamo abbassarci.
«Stai dicendo sul serio?» chiede Silva, un po’ allarmata. Ci ritroviamo in un corridoio con le pareti rivestite di carta da parati floreale e illuminato da una diffusa luce azzurrina. Non riesco a capire da dove provenga, e non sono sicuro di volerlo sapere.
«Oh, sì. Può portarti da un capo all’altro della città in un paio di minuti di passeggiata.»
«No, non intendevo quello! Dove diavolo siamo adesso?»
«In un’intercapedine tra i mondi. O forse un incrocio.» La voce di Mila si è fatta seria. Il corridoio si restringe man mano che lo percorriamo. Superiamo un paio di stanze. Abbasso gli occhi, costringendomi a non guardare cosa ci sia dentro. Mi raggiunge una ventata di aria tiepida e profumata di limone. «In ogni caso state attenti a non perdere di vista la guida, e non rimanete indietro.»
Raggiungiamo un’altra porta, che conduce a una balconata che si affaccia su un cortile. Dobbiamo essere almeno al quarto piano.
«Non è possibile» sbotto, «eravamo al livello della strada un attimo fa.» Silva, davanti a me, mi tende la mano. Non so se per rassicurarmi, o perché è lei ad avere paura, o entrambe le cose. Gliela stringo. È calda e confortante.
Dall’esterno del cortile arrivano grida e rumori di scontri. C’è odore di fumo nell’aria, e il cielo è arrossato dalle luci di un incendio. Intravedo delle persone sotto di noi, due donne e due uomini raggruppati intorno a un corpo disteso a terra.
Poi una finestra alla nostra destra si spalanca, e abbandoniamo il balcone per una camera da letto ordinata e silenziosa, illuminata da un filo di luce che filtra dalle ante di un enorme armadio a muro rosa pallido. Mi sembra di sentire una voce sottile e disperata che sussurra «C’è qualcuno?» mentre lasciamo la stanza.
«Incredibile.» Seguo gli altri in uno scantinato umido, pieno di cesti di vimini e mobili rotti, e su per un paio di scalini che portano a uno spiazzo erboso dove due conigli si rincorrono, incuranti di noi. Entrambi hanno un lungo corno al centro della testa. «Mi avevano detto che i confini tra i mondi si erano assottigliati, ma non avevo ancora capito cosa significasse davvero. Se si potessero utilizzare questi passaggi anche senza una guida…»
«Impossibile» mi interrompe Davelli. «Può capitare che qualcuno scivoli senza volerlo da una realtà all’altra, ma di solito non riesce più a tornare indietro.» L’omuncolo lo fa girare intorno a un albero ai margini dello spiazzo. Non riesco a capirne il motivo, ma mi affretto a seguirli. «Il piccoletto è stato creato e addestrato solo per questo scopo, ma chiunque altro… Neanche Folco si è mai azzardato a provare una cosa del genere. Forse potrebbe riuscirci un cambiato con una vista molto potente.»
«O qualcuno con un legame mistico speciale con la città…» aggiunge Silva, pensierosa.
Tirato dalla sua mano la seguo intorno all’albero… che dopotutto non è affatto un albero, ma un lampione dell’illuminazione stradale, spento. Resto a fissarlo per un istante, confuso. Non c’è più erba sotto i miei piedi, ma un marciapiede, e alle mie spalle solo una saracinesca chiusa. Allungo una mano e la tocco, per assicurarmi che sia reale.
«Non ci credo» sento mormorare Mila, «ha funzionato davvero.»
«Mica male per uno con una gamba rotta» commenta Davelli. «Neanche cinque minuti dai Tumuli fin quaggiù.»
Li raggiungo. In qualche modo siamo comparsi ai margini di una piazza. È piena di persone, animata, rumorosa. Folti gruppi di ragazzi e adulti sono raccolti a bere da grosse tazze intorno a falò da cui si alza l’odore di carne arrostita, altri circondano un piccolo palco su cui si sta esibendo un gruppo di percussionisti. Qua e là, senza ordine apparente, spuntano tende, bancarelle e padiglioni. Sono tenuti d’occhio da uomini e donne dai volti magri e affilati, con indosso abiti diversi ma rigorosamente bianchi e rossi, e armati di bastoni di metallo sulla cui cima ondeggiano piccoli globi di fiamme multicolori.
E in fondo, oltre il muro di luci, risate e musica, riesco a intravedere il santuario dell’Ardente.

(continua qui)

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