Fabula XL

Un drago cinese mi fissa dal muro, triste e scolorito. Le sue squame una volta devono essere state giallo vivace e rosa fluo, ma ora sono solo macchie spente e scrostate su quello che rimane dell’intonaco della parete. Non può essere molto vecchio, ma ha un’aria remota e malinconica da affresco in un palazzo in rovina.
I graffiti che lo circondano sono più recenti. Un grosso 47. Un serpente che si morde la coda, accanto alla cui testa qualcuno ha scarabocchiato un fumetto che dice Ahia! Una scritta in rosso, un po’ sbavata: Tessy vive.
Rabbrividisco, e non solo perché il gradino su cui sono seduto è gelido e umido. Tessalonica può non essere viva, ma mi sta cercando. La sento. La consapevolezza della sua presenza, da qualche parte nei dintorni, è una sensazione quasi fisica, sgradevole e costante. Una scheggia infilata nel mio cervello, che mi ricorda dolorosamente di essere lì ogni volta che provo a non pensarci.
«Sei perseguitato da un revenant, e se quei bastardi hanno un obiettivo specifico possono anche incasinargli la testa. Metti in conto che non riuscirai a dormire finché non ce ne saremo liberati.» Dopo quello che gli ho visto fare oggi, che Malombra stia rispondendo a qualcosa che ho solo pensato non mi meraviglia neanche più. È seduto accanto a me, e fissa il cancello sfondato alla base della scalinata su cui ci troviamo. Una volta doveva portare a una stazione della metropolitana, a giudicare da quel che rimane della segnaletica appesa al soffitto, divorata dalla ruggine e da qualcosa che l’ha marchiata con segni di denti. «Secondo te cosa c’è la dietro?»
Ratti, scarafaggi, larve, qualcosa che picchietta contro i muri e lancia versi lamentosi che potrebbero anche essere miagolii distorti dall’eco e dalla distanza. «Non saprei. La città che ricordo io, prima della Frattura, la metro neanche l’aveva.»
«I cambiamenti ci sono stati anche sotto le strade. È ovvio, ci sono città che si estendono nel sottosuolo quanto e più che in superficie, anche se di solito non ci facciamo caso.» La voce della ragazza col cappello. Ero così immerso nei miei pensieri che non ho neanche sentite tornare lei e la sua compagna. «Ecco.» Mi passa una bottiglietta di vetro piena d’acqua. Quasi la svuoto in due lunghi sorsi, prima di ricordarmi di ringraziarla.
Malombra l’ha chiamata Irene. Non è la solita Furia. È minuta, parla solo quando è necessario, non guarda nessuno negli occhi, tiene il cappello calato sulla fronte e il collo del cappotto alzato, come se si stesse nascondendo. Alle volte fa fatica a pronunciare alcune parole, quasi avesse problemi a muovere la bocca, e forse è per questo che di solito sussurra.
Soprattutto, è gentile. Quando si è resa conto delle condizioni in cui sono ha insistito per fermarci e farmi riposare un po’, e per andare a comprare da bere e mangiare al minimarket che avevamo superato due isolati fa.
«Bene, ora riesci a parlare.» La sua compagna è molto diversa. Alta e forte, aggressiva, autoritaria. Ma mi ha portato di peso fuori dalla Scuola, e si è lasciata convincere che non saremmo scappati anche se avesse accompagnato Irene. Se non avessi visto le condizioni in cui i miei compagni sono usciti dalla palestra, le fratture, le ferite, i denti mancanti, potrebbero persino starmi simpatiche. «Allora, hai scoperto qualcosa di importante durante la tua visita nella sirena?»
«È reduce da un viaggio fuori dal corpo in condizioni estreme, e non ha ancora avuto tempo di riprendersi. Lascialo in pace» borbotta Malombra.
Scuoto la testa. «No, va bene.» È bello riuscire di nuovo a parlare senza dover lottare per formulare ogni parola. Ed è più facile che camminare, ora come ora. «Ma è il caso di parlarne adesso? Se vi dicessi quello che so, anche voi diventereste bersagli per il revenant.»
La Furia scende gli scalini fino a superarmi, per potermi guardare in volto, e mi porge dei cracker. Quando rifiuto apre il pacchetto e inizia a mangiarne uno. È sporca di sangue e ha qualche graffio, regalo dello scontro con Tessalonica, ma la cosa non sembra infastidirla. Uno strano paio di lenti tenute insieme da una fascia elastica le pende intorno al collo, ha le mani coperte da guanti di pelle che sembrano rigidi e scomodi, e i suoi orecchini paiono proprio piccole teste di Darth Vader. «È lui a essere un bersaglio per noi. L’ufficio del Tribuno disapprova le creature non-morte in preda a furia omicida incontrollata.»
«Se non lavorano per lui» si intromette Malombra, diventando il bersaglio del lancio di un secondo pacchetto di cracker.
«Vogliamo trovare chi ha ucciso Tessalonica e tenerti in vita» continua, riempiendosi di briciole. «Entrambe le cose passano dall’affrontare la sirena. Qualunque cosa tu possa dire non potrà peggiorare la situazione.»
«E tu?» Mi volto verso Malombra. «Puoi ancora scappare, non sta cercando te.»
Il fattucchiere resta in silenzio per alcuni secondi. Guarda me, Irene, e poi in alto, verso la strada. Si alza in piedi, mi dà una pacca sulla spalle e inizia a salire i gradini.
Annuisco. Va bene così. Non c’è bisogno che si metta ancora di più nei guai. E se collaborare con le Furie è già duro per me, per lui dev’essere una tortura.
«Dovresti andare anche tu.»
La voce di Irene suona incredula quando risponde alla sua compagna. «Cosa stai dicendo?»
«È pericoloso per te restare con noi due. Separarci è il modo più sicuro di avvisare Deifobe della situazione e chiedere rinforzi. Noi ce la caveremo nel frattempo.»
Irene scuote la testa, incrocia le braccia e si siede. Continua a tenere gli occhi bassi, ma la sua bocca è serrata in una smorfia testarda. «Ti ho lasciata sola prima, e stava per accadere qualcosa di terribile. Ti metteresti nei guai senza di me» mormora.
L’altra Furia sbuffa, ma non ribatte. «Allora?» mi chiede.
«Tessalonica sapeva che sarebbe stata assassinata» rispondo. «Era stata manipolata al punto da accettare l’idea come un sacrificio necessario.»
«Manipolata da chi?»
«Una drakaina. Si chiama Delfine, è…»
«Sì, sappiamo chi è.» C’è una certa eccitazione nella sua voce. «La teniamo d’occhio da un po’. Finalmente, con una prova del genere…»
«Quale?» chiede Irene.
«Che vuoi dire? Abbiamo una testimonianza che l’incastra per l’omicidio!»
«Beh, non è stata lei a ucciderla» continuo. «Non materialmente. È stato qualcuno del suo seguito, un qualche tipo di non-umano. Ma l’ho visto in faccia, potrei…»
«Ok, che la collega all’omicidio. È comunque abbastanza per giustificare un arresto.»
«No, non lo è» replica Irene. «È il resoconto di una visione avuta sotto l’effetto di stupefacenti. Per sostenere un’accusa simile ci servirebbe una confessione dell’assassino. O almeno la fonte della visione, che però…»
«Che però è lo spirito della creatura che adesso sta cercando di farci fuori. Cazzo! Perché è sempre tutto così complicato quando c’è lei di mezzo?»
«Quindi non serve a nulla?» chiedo. «Quello che ho visto, aver provocato la trasformazione di Tessy in quella belva scatenata, è tutto inutile?»
La Furia batte il pugno chiuso contro il muro. «No, non può andare in questo modo! Fra è con una squadra al Municipio 3, giusto? Se lo raggiungiamo potremo utilizzare il suo equipaggiamento e i suoi uomini, creare dei blocchi per contenere la minaccia e contattare l’ufficio per istruzioni. Lì sapranno cosa fare con queste informazioni.»
Irene non sembra del tutto convinta dal piano, ma non protesta. Le mie gambe invece sì. Per arrivare al Municipio 3 c’è da percorrere un sacco di strada, che sembrerà ancora più lunga con una sirena che ci dà la caccia. Sospiro, e appoggiandomi contro il muro mi rimetto in piedi.
«Beh, avete già finito?» La voce di Malombra ci raggiunge dalla cima delle scale. «Che si fa?»
Mi volto così in fretta che per poco non rotolo giù. «Che ci fai qui? Non te n’eri andato?»
«Ma sei scemo? Un revenant ti dà la caccia, hai fottutamente bisogno del migliore dei necromanti da strada!»
«Ma ti sei allontanato, credevo che…»
«Ehi, una mano a rimanere vivo te la do volentieri. Ma se quella cosa ti ammazza, non è più affar mio. Voglio potermela filare senza dovermi preoccupare che mi venga a cercare.»
Nonostante la situazione, mi scappa da ridere. «Wow, che bel gesto! Sono quasi commosso!»
«Se vuoi promesse di vendetta e qualcuno che ti tenga la mano con occhi lucidi mentre pronunci le ultime parole, chiama Marciano. Io ti posso garantire solo magia nera e calci in culo, casomai dovessero essere utili a farti sopravvivere. O se mi andasse di darteli.»
«Ma la smettete voi due? Questa è una cosa seria» ci rimprovera la Furia. «E tu, fogna-mante, ringrazia che non siamo in condizioni di fare le schizzinose o…»
Il grido stride attraverso l’aria, scende le scale volando sulle nostre teste, cancella le parole. Restiamo paralizzati ad ascoltarlo mentre ci circonda, ci sfiora, passa oltre, si frantuma negli echi delle gallerie buie sotto di noi. E appena si spegne ci muoviamo tutti insieme, senza neanche bisogno di guardarci.
Non c’è tempo per quello. Tessalonica è vicina.

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