Fabula XXXVIII

L’erba è troppo umida per restarci seduti sopra a lungo, e fa molto freddo qui all’aperto. I miei vestiti puzzano e ho bisogno di pisciare. Ho fame e sete. Ma non riesco a odiare nessuna di queste sensazioni. Mi ci sto aggrappando con furia. Non voglio che scompaiano.
Sto per morire.
Non credevo che nel giardino di una sala ricevimenti potessero crescere dei funghi. Hanno un tondo cappello color nocciola e lunghi gambi sottili e biancastri. Mi circondano, creano un cerchio perfetto intorno a me, ma non fanno certo impressione. Quando Zampa de Gal mi ha gettato qui dentro e se n’è andato, ho creduto che fosse uno scherzo sadico. Che mi sarebbe piombato addosso non appena avessi tentato di scappare.
Ma quando ho provato a scavalcare il confine del cerchio mi sono ritrovato a camminare verso il suo centro. Ho cercato di uscire da qui correndo, saltando, strisciando e gattonando. Tutto inutile. Ho tentato di strappare da terra i funghi, e appena li ho sfiorati la testa ha iniziato a girarmi talmente forte che sono caduto e ho ricominciato a dare di stomaco.
Questo cerchio è una cella perfetta.
E allora resto seduto e mi guardo attorno. Mi aspettavo prati all’inglese ben curati e vialetti con piastrelle in cotto, gazebo, fontane, siepi, al massimo qualche palma. E invece in questo giardino, tra statue in gesso rotte ed erbacce cresciute senza controllo, ci sono una decina di alberi diversi. Vorrei conoscere i loro nomi. Riconosco una betulla, delle querce, ma per la maggior parte non riesco a distinguerli.
Oltre le loro cime intravedo degli edifici. Un posto del genere in piena città. Chissà se era qui già prima della Frattura o se si è spostato. Chissà se ha sostituito qualcosa che sorgeva in questo luogo e ora è scomparso per sempre.
Ci sono creature intorno a me. Alle volte mi sembra che dagli alberi si affaccino volti di donna che mi spiano, ma scompaiono ogni volta che cerco di vederli chiaramente. I miei tentativi di fuga sono stati accompagnati da scoppi di risa grasse e sgradevoli.
E poi ci sono i monacelli. Ogni tanto nell’erba alta spunta all’improvviso un cappuccio rosso, dal di sotto del quale due enormi occhi neri mi osservano curiosi per poi svanire fulminei in un frusciare di piante, solo per ricomparire dopo qualche minuto.
Devono viverne parecchi, qui. Ne ho intravisti fino a cinque nello stesso momento. Ma sono fuggiti all’arrivo dei Variaghi.
Quando li ho visti mi sono alzato in piedi e ho cercato di smettere di tremare. Erano in quattro. Cantavano e trascinavano un corpo che non si muoveva. Lo hanno gettato di peso nel cerchio, e poi mi hanno squadrato. Uno di loro ha sorriso. Gli mancavano diversi denti e metà dell’orecchio sinistro. «Ci vediamo tra poco» ha sputato, prima di andare via con gli altri.
Mi sono avvicinato alla persona riversa a terra, ma l’avevo già riconosciuta. Folco. Vivo e senza ferite apparenti, ma privo di sensi. Cosa gli è successo? La sua indagine sul monacello morto non c’entrerà mica con questa storia del complotto?
Ho provato a fargli riprendere conoscenza, ma non ci sono riuscito. Quindi mi sono rimesso ad aspettare. Con le risposte alle mie domande non potrei comunque fare molto.
La luce sta svanendo, il buio si impossessa del giardino. Sono gli ultimi istanti in cui posso ancora vedere qualcosa. Per me non ci saranno altre albe.
Una fiamma compare tra gli alberi. Una vera, rossa e brillante, non un fuoco fatuo. Stanno venendo a prendermi? No, si sta avvicinando una sola persona. Una donna, credo. Indossa una lunga tunica giallo ocra, e ha il capo coperto da un velo rosso. Impugna una torcia da giardino in bambù.
Si ferma poco distante dal cerchio, pianta la torcia a terra e mi fa cenno di alzarmi. Dopo un attimo di esitazione la accontento. Vedo la sua testa muoversi sotto il velo, mentre mi osserva dalla testa ai piedi.
«Fai veramente schifo.»
Non è quello che dice a sorprendermi, ma la voce. Una che conosco bene.
Provo a parlare, ma riesco a biascicare solo qualche parola strozzata. Lei ridacchia, e abbassa il velo.
I capelli sono più corti di quanto ricordassi. Gli occhi, alla luce della fiamma, brillano dorati invece che castani. Il volto è segnato da rughe che devono essere recenti, e che neanche il trucco riesce a nascondere. Eppure… «Ciao, Renzo.» Detto da lei, quel nome cancella ogni dubbio, ogni residuo sospetto di essere solo incappato in una straordinaria, casuale somiglianza.
«Anna…» mormoro. Da quanto tempo non pronunciavo il nome di mia moglie?
«Beh, che è quella faccia di cazzo? Te l’ho detto che non eri stato scelto per caso e t’avevamo tenuto d’occhio.»
«Eri tu dietro quella tenda?»
«Ah, ci sei arrivato. Credevo mi avresti riconosciuta subito, mi hai fatto rimanere di merda quando non te ne sei accorto.»
«Ma la voce… il modo di parlare…» No, un attimo, non dovrei essere io a giustificarmi. Vero?
«È colpa delle essenze e dei fumi che ci fanno respirare prima di fare qualcosa di importante. Per ispirarci, dicono. Per me fanno solo rimbambire e parlare strano, ma mi tocca. Sono una Pizia, ora.» Allarga le braccia e gira su se stessa per mostrarmi la sua tunica. «Figata, eh?»
«Che?»
«Pi-zi-a» scandisce. «Una specie di profetessa. La Madre ci tiene a questa cosa, fa diventare Pizie tutti i cambiati con la vista che vengono da lei. Ma se è contenta così…» Si stringe nelle spalle. «Tu invece ci sei finito davvero con quei matti dei 47.»
«Matti? E tu e i tuoi amici, allora?» Vorrei sporgermi verso di lei, ma sono già ai limiti del cerchio. «Ti rendi conto di cosa state facendo?»
«Io mi fido della Madre. Tu non la conosci. Lei è buona, è generosa…»
«Sta per provocare un disastro! È per questo che sei andata via? Per unirti a una banda di assassini?»
La sua occhiata furiosa mi fa pentire subito di quello che ho detto. «Sono andata via perché il mio cazzo di marito se la stava facendo sotto!» grida, e quelle parole somigliano a uno schiaffo. «Oh, mi stava venendo la vista, pensavi che non l’avessi capito? Io le sentivo tutte le tue emozioni, certe volte pure i pensieri. Morivi di paura mentre mi riempivi di balle per cercare di convincermi che andava tutto bene.»
«No, non è vero» provo a ribattere. «Certe volte ero preoccupato, va bene, però…»
«E smettila.» Si indica gli occhi con le dita. «Vista. E anche senza quella… dai, ti sei unito a quei cazzo di fanatici. Ti fanno sentire protetto e sicuro, almeno loro?»
«Ma che ne sai tu dei seguaci?» Mi accorgo di stare gridando anche io e mi interrompo, per poi riprendere con voce più bassa. «Non sono quello che pensi. Non siamo una minaccia per quelli come te.»
«No, sei tu che non sai niente. Io l’ho visto il tizio dei 47, quando parlava con la Madre. Le cose che diceva, il modo in cui ci guardava tutti… Se avesse potuto ci avrebbe ammazzati. E se non avesse avuto bisogno di noi ci avrebbe provato… Tu non sei così, non c’entri niente con quelli. Anche durante la Frattura, durante la guerra, anche quando avevi più paura, tu non hai mai odiato nessuno.»
«Neanche tu, eppure sei qui a complottare omicidi e rivolte!»
Anna scuote la testa. «Stronzate. Ho odiato eccome, io. Quando mi sono accorta di stare cambiando non sai quanto ho odiato l’antenato che non aveva saputo tenere l’uccello nelle mutande o le gambe chiuse davanti a un dio o una fata. Ho odiato te perché non capivi cosa mi stava succedendo, e ho odiato me perché stavo diventando un cazzo di mostro. Se la Madre non m’avesse raccolta chissà come sarei finita. E ce ne sono tanti altri come me, che le devono tutto. Lei non è un mostro. Gli dei le hanno fatto cose orribili, sì, ma non è per vendetta che sta facendo tutto questo.» Fa un passo in avanti, verso il cerchio. «Vieni con noi e lo capirai. Non è troppo tardi. Ho trattenuto i Variaghi e sono venuta a parlarti apposta. Ripensaci.»
«No.» Sento gli occhi che mi pizzicano. Anna. Dopo tutto questo tempo lontani non so se la amo ancora. Ma dal giorno in cui è andata via mi sono maledetto per non aver capito cosa stesse succedendo, per non averle dato una ragione per rimanere. E mi sono detto un milione di volte che, se l’avessi incontrata di nuovo, mi sarei comportato diversamente, sarei stato migliore. L’avrei ascoltata, sostenuta, sarei stato dalla sua parte… «Non è cambiato niente. Credo ancora alle cose che ho detto prima. Il vostro è un piano da pazzi criminali.»
«Maledetto coglione, morirai se non mi dai retta! I Variaghi sono pronti. Sarà una morte brutta e inutile, e tu hai paura di una morte del genere, lo vedo!»
Annuisco. «Una paura fottuta.» Cerco il suo sguardo, una scintilla d’oro nel buio. «Ma non bisogna per forza fuggire dalle cose che ti spaventano.»
Anna fa un passo indietro. «Tu… tu…» Sento la sua voce rompersi. «Muori allora, stronzo!» Strappa la torcia da terra e mi volta le spalle.
La osservo allontanarsi, in silenzio. Mi asciugo le lacrime. Potrei chiamarla, trattenerla, chiederle di liberarmi, ma non lo faccio. Non credo acconsentirebbe, e non voglio aggiungere altri rimorsi a quelli che già ha.
«Mi dispiace per com’è andata.» Una voce dietro di me. Lo spavento per poco non mi fa urlare. Voltandomi intravedo una sagoma seduta a gambe incrociate al centro del cerchio. «Ehi, ma tu sei quello dei 47, vero? Quello picchiato da Sergio e che ci ha portati in quel cortile.»
«Folco? Da quanto sei sveglio?»
«Qualche minuto, ma non mi sembrava cortese interrompere una conversazione così privata. Sai, sei stato gentile quella volta, hai mandato davvero i soccorsi per il mio amico.» Si alza in piedi. «È un cerchio delle fate, questo?»
«C… credo di sì.»
«Oh. E come ci sono arrivato? Dove sono gli altri?»
«Ti hanno portato dei Variaghi, ed eri da solo. Senti, per quella storia del cortile, mi dispiace davvero, io…»
«Aspetta, magari ho capito male, ma i Variaghi non sono quelli che dovrebbero venire ad ammazzare te?»
«Sì, anche, ma…»
«Beh, allora non abbiamo tempo da perdere.» Mi si avvicina e mi passa un braccio intorno alle spalle.
«Ehi, che vuoi fare?»
«Mi sembra ovvio» risponde lui. «Evadiamo.»

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