Fabula XXXVII (seconda parte)

(continua da qui)

Buio. Rumori. Non mi interessa il motivo per cui lo fai. Mi interessa che tu lo faccia. La voce della Sibilla. Parole sentite tanto tempo fa. Tu dovrai tenere al sicuro me, i tuoi colleghi, il Tribuno. E i guanti che ti ho affidato terranno al sicuro te. Come vedi, tutti si prendono cura di tutti, in questo lavoro…
Apro le palpebre. Mi aspetto di vedere occhi rossi che mi fissano, artigli che si avventano su di me. Ma non c’è niente di tutto questo.
«Che cosa…» Sono a terra, e non ho neanche capito come è successo. Devo aver preso un colpo più forte di quanto credessi. Quella sirena…
Un momento, dov’è Tessalonica?
Salto in piedi, mi guardo attorno. Non è qui. Come ha fatto a sparire?
E poi lo sento. Il suo orribile, stridulo urlo. Viene da sotto di me, dal primo piano o dal pianoterra. Non è doloroso, così attutito dalla distanza. Ma quello che significa è terrorizzante.
Inizio a correre.
Devo aver perso i sensi. Per quanto? Almeno qualche minuto. Sono svenuta e Tessalonica mi ha ignorata. Ha inseguito la sua preda, l’amico di Malombra. E Irene è con lui.
Mi lancio lungo le scale che portano verso il basso e sfilo le lenti, per vedere dove metto i piedi senza essere distratta da residui di energie magiche o visioni di spettri spaventati. Macino i gradini fino al primo piano. Sento qualcuno che corre via, porte che sbattono, ma i rumori che sto seguendo non vengono da qui.
Ora riesco a distinguerli meglio. Grida di rabbia, gemiti di dolore, bestemmie. E, su tutto, ancora l’urlo della creatura, che cancella tutti gli altri suoni.
Avrei dovuto fermarmi a raccogliere la valigetta. Avrei dovuto armarmi, o almeno cercare qualcosa per proteggermi le orecchie. Ma non potevo perdere tempo. Se li ha raggiunti…
L’ultima rampa di scale la faccio solo per metà, poi scavalco il corrimano e salto. Ad accogliermi all’atterraggio è l’odore inconfondibile di sangue e sudore. E mi basta fare pochi passi e svoltare un angolo per scoprirne la fonte, quando per poco non inciampo sul corpo di un Legionario.
Caschi da motociclista, scudi di plexiglas, armi e protezioni create con cuoio, legno e lamiera: la Legione. Teppisti che si credono soldati, una banda di criminali violenti che si vanta della sua disciplina e del suo codice d’onore da scadente film in costume. Un codice che non consente la fuga dalla battaglia, in nessun caso.
Dev’essere il motivo per cui, in questo corridoio, tra i corpi riversi a terra, quelli dei feriti e quelli che non si muovono, i civili e i poliziotti sono pochissimi. Avranno avuto il buonsenso di scappare davanti alla sirena.
I superstiti della Legione sono rannicchiati in un angolo, gli scudi sollevati, le armi tremanti agitate disperatamente nel tentativo di tenere lontana Tessalonica, che incombe su di loro. Un velociraptor di Jurassic Park a caccia di bambini.
Non so dove sia Irene. Non mi sembra di vederla, ma sto cercando di guardare il meno possibile le figure immobili che supero mentre mi faccio strada verso la sirena. Se fosse qui, sdraiata nel suo sangue, io…
Mi chino a raccogliere un’arma abbandonata da qualcuno, una brutta mazza di legno rinforzata a un’estremità da bande di metallo tra cui spuntano lunghi chiodi. Accelero il passo, poi inizio a correre. Non è troppo tardi. Non può essere troppo tardi.
Quei guanti sono un oggetto utile, ma anche una promessa. Una promessa di vittoria. Divoro la distanza che mi separa da Tessalonica, la voce di Deifobe che mi ronza nella testa. È un lavoro difficile e pericoloso, quello che ti chiedo di fare, ma ti prometto che ti fornirò i mezzi necessari per vincere ogni scontro. «Ehi, Tessy, qui!» grido. La sirena si volta proprio nel momento in cui salto, abbastanza in alto e con abbastanza slancio da arrivarle addosso sbattendole la mazza in pieno volto.
Atterro accanto a lei, rotolo e mi rialzo alle sue spalle. Non ho più l’arma in mano. È rimasta conficcata nel lato sinistro della sua testa, all’altezza della tempia.
Non me l’aspettavo. Resto per alcuni lunghissimi secondi a fissarla, senza fiato. Non si muove. Forse l’ho sconfitta, forse…
Si gira di scatto verso di me. Non perde sangue dalla ferita, e il suo volto non tradisce dolore. Ha un’espressione più che altro sorpresa e infastidita. Deve aver sentito appena il colpo.
Un goffo movimento con le ali, e la mazza cade a terra.
«Fossi in voi comincerei a correre» dico ai Legionari dietro di me.
«N-n-non possiamo, noi…» Una voce da ragazzino.
Tessalonica balza in avanti. Strappo lo scudo dalle mani di quello più vicino e lo uso per bloccare un colpo di artigli. La lastra di plexiglas si spezza in due.
«Vi sta massacrando, coglioni! Levatevi subito dalle palle, è l’ordine di una Furia.» Mi sottraggo a un improvviso attacco con le zampe, e le lancio addosso quel che resta dello scudo. «O preferite che vada via e lasci fare a voi?»
Esitano ancora, si scambiano occhiate indecise. Poi uno di loro muove un paio di passi indietro, e un attimo dopo stanno tutti fuggendo, nel chiasso delle loro assurde armature.
«Di nuovo io e te, ragazza. Come ti sei permessa di lasciarmi sola, prima?»
Tessalonica non si lascia distrarre. Con uno stridio mi è di nuovo addosso. Schivo, le giro intorno. Valuto le opzioni. Le esili zampe da uccello potrebbero essere vulnerabili, e il collo è così sottile che potrei riuscire a torcerglielo. Certo, nell’istante in cui si stuferà o si sentirà in difficoltà inizierà a urlare, e a quel punto non potrò fare più nulla. E poi le ho appena conficcato una mazza chiodata nel cranio, e non se n’è neanche accorta. Che effetto potrà avere qualunque altro attacco fisico?
Sì, posso provare a trattenerla, guadagnare un po’ di tempo per Irene e gli altri. Ma non posso vincere.
Mi sa che questa la Sibilla non l’aveva proprio prevista…
Mi getto contro Tessalonica fintando un attacco al busto, e invece spazzo col piede contro la sua zampa, cercando di sbilanciarla. Non è difficile, dà sempre l’impressione di essere in equilibrio precario. Si inclina all’indietro, e la colpisco di nuovo. A terra non avrebbe il vantaggio dell’altezza. Potrei cercare di bloccarle la bocca, impedirle di urlare, e…
Tre battiti d’ali, e quella che era una caduta si trasforma in un salto senza conseguenze. «No! Perché non vuoi andare giù, cazzo?» grido, per sfogare la frustrazione.
La sirena inclina la testa, come se fosse perplessa. Poi raddrizza il collo, si piega leggermente all’indietro, apre la bocca. Sta per urlare.  È finita. Mi tappo le orecchie, già sapendo che non servirà a nulla…
Una sagoma scura mi sfreccia accanto, e in un attimo ha raggiunto Tessalonica. Le balza addosso, mirando al collo. La sirena batte le ali, scalcia, cerca di allontanare il suo aggressore. Una creatura nera, evanescente e veloce, difficile da distinguere. Forse un po’ somigliante a un grosso felino…
«Scommetto che adesso il mio gatto ti sta simpatico.»
Mi volto. Malombra è dietro di me, con in faccia un insopportabile sorriso soddisfatto. Dietro di lui ci sono il bel tipo, appoggiato contro il muro ma capace di reggersi in piedi senza bisogno di aiuto, e Irene, che sta sospirando di sollievo. «Appena in tempo!»
Resto a fissarli, incredula. «E voi che ci fate ancora qui?»
«Oh, figurati, non c’è di che» sbotta Malombra.
Irene lo urta con la spalla mentre mi raggiunge. «Se non avessi avuto da far evacuare la gente radunata in palestra sarei tornata indietro quando ho sentito il primo urlo. Poi sono arrivati alcuni Legionari impazziti di paura, e… Non ha un corpo normale, come hai potuto pensare che colpirla con una mazza avrebbe funzionato?»
Quasi sorrido a quel rimprovero. «Mi sa che l’ho un po’ sottovalutata. Ma non dovreste comunque essere qui. Il testimone…»
«Il testimone è qua e ti sente» mi interrompe lui. Ha lo sguardo fisso sui suoi piedi. Solo quando competa la frase capisco cos’è che non vuole vedere. «E ho già provocato abbastanza morti, non mi va che se ne aggiungano altri.»
«Beh, se non ci muoviamo se ne aggiungeranno altri quattro. Non so quanto il mio animaletto riuscirà a trattenerla.» Seguo lo sguardo di Malombra. Passata la sorpresa, ora è Tessalonica a essere in vantaggio. La creatura nera viene spazzata via dalle ali ogni volta che cerca di saltarle addosso, e quando è a terra fatica a sfuggire ai violenti colpi delle zampe da uccello. «Usciamo attraverso la palestra, finché è distratta.»
Annuisco. Afferro il bel tipo senza chiedergli il permesso, e me lo carico sulle spalle. Prova a protestare, ma lascia perdere subito. È chiaro anche a lui che, nelle condizioni in cui si trova, trasportarlo è la soluzione più rapida.
«Troveremo il modo di fermarla, te lo assicuro» gli sussurro, mentre ci affrettiamo verso l’uscita. «C’è una persona che mi ha fatto una promessa, e questo è proprio il momento giusto per ricordargliela.»

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