Fabula XXXVII (prima parte)

«Dobbiamo uscire da qui.»
Le parole di Malombra sono pronunciate in fretta, e con una preoccupazione che sembra sincera. Beh, non ho bisogno di lenti incantate per capire che c’è qualcosa che non va. La sfera che, a sentire il fattucchiere, contiene l’anima di Tessalonica sta pulsando di una luce poco rassicurante, e si è riempita di crepe. Mi volto verso Irene. Non ho neanche bisogno di formulare la domanda.
«Non so cosa stia succedendo, ma sono d’accordo, è meglio allontanarci.»
«Va bene. Forza, andate fuori.» Afferro il ragazzo sdraiato a terra e lo tiro in piedi. «Anche tu, basta scherzare. Saranno almeno cinque minuti che sei sveglio, credi che non l’abbia notato?» Provo a lasciarlo andare, ma lui cade in avanti, dritto tra le mie braccia. «Ehi! Ho capito che sei un bel tipo, ma non te ne approfittare!» Lui mi guarda con aria afflitta. Apre la bocca, ma tutto quello che ne esce è un gemito rassegnato. «Oh, va bene» borbotto, caricandomelo sulle spalle. «Mi sa che quello che sta succedendo, qualunque cosa sia, è colpa tua, vero?»
«Tes… Tessalonica…» mormora a fatica.
«Ssh, ne parliamo dopo.» Appena fuori dallo sgabuzzino lo lascio andare, e Malombra è pronto a sorreggerlo. Irene ha già aperto la valigia e trovato le mie lenti. La ringrazio con un cenno mentre le indosso.
Il primo impatto con la visione del mondo offerta dai cristalli mi stordisce. Questo posto è pervaso dall’energia mistica delle creature non-umane che lo frequentano, e adesso è anche pieno di emozioni violente. Per un attimo tutto quello che riesco a vedere sono esplosioni di luce rossa e marrone, e tracce sbiadite di aure gialle, verdi e blu. Abbasso lo sguardo verso il pavimento, aspettando che i miei occhi si abituino.
«Tessalonica… Lei deve…» Quel tizio sta ancora cercando di dire qualcosa. Dev’essere urgente, se si sta sforzando tanto. Ok, vediamo di fare in fretta. Sollevo la testa con cautela. I colori delle cose che vedo sono ancora tutti sbagliati, ma almeno adesso riesco a distinguerne le forme.
Mi concentro sull’interno dello stanzino. E un attimo dopo ho già distolto lo sguardo e mi sono messa a frugare nella valigetta.
«Che succede? Che hai visto?» mi chiede Irene.
«Roba alla Lynch. L’intera stanza è riempita da un’enorme aura rosso sangue. Là dentro c’è qualcosa di potente e molto incazzato che sta cercando di manifestarsi.» Infilo i guanti alle mani, e mi sento subito più sicura. «Che diavolo è? Con cosa la combatto?»
«Non lo so, non sono pratica di quel tipo di magia. Malombra?»
«Ti sembro un vodnìk? Boh, sarà un sistema di sicurezza di qualche tipo.»
L’altro ragazzo scuote la testa, ma riesce ad articolare solo dei suoni senza senso.
«Qualche idea, allora?»
«Beh…» Irene si porta le mani al volto. Le sue labbra si muovono senza pronunciare suoni. Sta cercando di calmarsi, di mantenere il controllo. Non avrei dovuto portarla sul campo, questa pressione non le fa bene. «Possiamo provare a sigillare la stanza. Contenere ciò che c’è lì dentro, mentre cerchiamo di capirne di più.»
«Ottima idea. Che ti serve?»
«Il gesso.»
In fondo alla valigia c’è una scatoletta rotonda che contiene una manciata di mozziconi di gessetti. Passo a Irene il bastoncino più lungo ancora utilizzabile, quattro centimetri di gesso giallo.
Malombra intanto ha appoggiato il suo compagno contro un muro, ed è corso a chiudere la porta dello sgabuzzino.  «Ce la fai a creare un sigillo a mano libera?»
«Ci provo.» Irene inizia a tracciare simboli, o forse lettere di chissà che alfabeto, sul legno della porta. La mano con cui scrive è salda e precisa, ma con quella libera si sta stropicciando i vestiti, e riesco a vedere i serpenti agitarsi sotto il suo cappello. La bocca è contorta in una smorfia tesa che lascia intravedere le sue piccole zanne, e ha l’aura che vibra di un nervoso azzurro pallido.
«No, è sbagliato, dev’essere più stretto.» Malombra indica uno degli angoli del triangolo che Irene sta disegnando. Neanche lui sembra tranquillo. Gli si agitano intorno sfumature di blu, nero, marrone. Scommetto che si chiede se riuscirebbe a fuggire approfittando di quello che sta succedendo. Però c’è anche quel brutto rosso che non so…
No. Il rosso non viene da lui, ma dalla stanza. Attraversa la porta, si diffonde intorno a noi. «Ehi, state attenti, sta succedendo qualcosa là den…»
L’urlo copre le mie parole. È un grido acuto, fortissimo, diverso da qualunque cosa abbia mai sentito. Fa tremare i vetri delle finestre, lo sento vibrare nel pavimento. Mi copro le orecchie con le mani, e vedo che lo fanno anche gli altri. La porta dello sgabuzzino si scuote, il legno si riempie di fessure. Sta per cedere.
Salto in avanti, spingo via Malombra, afferro Irene e la stringo a me, voltandomi e accovacciandomi su di lei. Sento la porta spaccarsi, esplodere. Un grosso pezzo di legno mi passa accanto, sfiorandomi la guancia, ma molte schegge più piccole mi piovono sulla schiena. Un paio di fitte mi fanno capire che qualcuna deve anche avermi ferita. Posso solo sperare che non sia nulla di grave.
Finalmente l’urlo si affievolisce, si spegne. Lascio andare Irene e mi piego sulle ginocchia, con un sospiro.
«Stai bene?» mi chiede lei.
Bella domanda. Respirare non è faticoso o doloroso, e riesco anche a muovere il busto senza gridare di dolore. Due buoni segni. «Mai stata meglio. Ma che è successo?»
«Non lo so, è come se…» Le parole di Irene le muoiono sulle labbra. Sta fissando qualcosa dietro di me.
«Mi sa che oggi si celebra la festa del dio delle giornate di merda» sento mormorare a Malombra, mentre mi volto. E mi sa che per la prima volta sono d’accordo con lui.
Sulla porta dello stanzino c’è una figura magra e alta, molto più di me. Il suo volto ha tratti femminili che si perdono in un fitto piumaggio da cui emergono due grandi occhi rotondi e sporgenti, completamente rossi. Le piume le scendono lungo il collo sottile e le braccia che, appena sotto le spalle, si trasformano in ali sormontate all’estremità da protuberanze ossee ricurve simili a dita o artigli, ricoprono un insensato accenno di seno e si fanno più folte sul bacino e le cosce, da cui partono esili zampe da uccello. Sono penne di un nero spento, opache e spesso danneggiate, e in alcuni punti diventano così rade da lasciar intravedere la pelle sottostante, di un malsano colore grigiastro.
Penserei di avere a che fare con una creatura morta, se non si muovesse con una incerta andatura a scatti e i suoi occhi non continuassero a spostarsi rapidi da me agli altri, come se fosse confusa dalla presenza di tutte quelle persone.
«E questa cosa sarebbe?» riesco a chiedere, dopo aver annaspato per un po’.
«È Tessalonica.» Finalmente l’amico di Malombra ha recuperato la parola. «Le cose che ho visto nel suo spirito, i suoi ricordi… c’era qualcuno, lì, che le ha ordinato di impedire che fossero rivelati,  di proteggerli. In tutti i mondi.»
«Anche in quello materiale. Bella trappola.» Malombra è già il più lontano dalla creatura, e sta indietreggiando ancora, senza mai perderla di vista. «Quello che ha venduto l’anima di Tessy l’ha protetta nel caso qualcuno avesse ficcato il naso nei suoi affari e cercato di usarla per scoprire l’assassino. Niente male.»
«Quindi questa è una sirena?» Non pensavo fossero così orribili.
«No, non lo è. È la materializzazione fisica di ciò che rimane dello spirito di una cambiata defunta, un qualche tipo di revenant. È disgustoso, quanto ancora vogliono far soffrire quella povera ragazza?»
«Allo stronzo che ha fatto tutto questo penseremo dopo, Irene.» Tessalonica mi si avvicina. A ogni passo il suo intero corpo ondeggia, come se fosse sempre sul punto di perdere l’equilibrio. Mi faccio indietro, ma non troppo. Voglio rimanere io l’oggetto della sua attenzione. «Cosa ne facciamo?» Muove un altro passo verso di me, questa volta così goffo che per bilanciarsi deve spalancare le ali e…
L’ala destra si piega in avanti, gli artigli puntano verso di me. Non stava cadendo, mi sta attaccando! Ho abbastanza spazio per scartare di lato e allontanarmi in fretta, e la sirena colpisce il pavimento, frantumandolo. Un grido stridulo sottolinea la sua rabbia per avermi mancata.
«Ok, cambio di domanda: come la fermo?»
«Ci… ci devo pensare.» Non è mai un buon segno quando Irene non sa cosa fare. «Un revenant di solito non ha una volontà propria, non possiede un vero corpo ma non è neanche uno spirito. Se non la immobilizziamo non avremo tempo per esorcizzarla o bandirla…»
«…ma se non riesco ad abbatterla fisicamente non possiamo immobilizzarla.» La creatura mi insegue. Mi muovo in tondo, tenendomi appena al di fuori della sua portata, e il risultato è che continuiamo a girare intorno allo stesso punto. È stupida, per fortuna. «Ok, porta via quei due e avvisa l’ispettore che la Scuola è pericolosa e dev’essere evacuata subito.»
«E tu?»
«Io mi occupo di Tessy, qui.» La sirena salta in avanti, le zampe tese verso di me, sbattendo le ali per prolungare il balzo. Schivo gettandomi a terra, ma sento comunque i suo artigli  lacerarmi la pelle dietro la spalla sinistra. Forse non è poi così stupida.
«No, non ha senso. Sono io che ho visto quello che è successo, vuole me. Anche se scappiamo ci inseguirà. Invece, se attirassi io la sua attenzione…»
«Moriresti.» Interrompo l’amico di Malombra senza preoccuparmi di non sembrare brusca. Non posso farmi distrarre da lunghi discorsi, ora. Se solo riuscissi a mettere le mani sulla valigia…
«E con te morirebbero informazioni essenziali» continua Irene. «Non ti preoccupare, lei…» Posso sentire il suo sguardo su di me. L’affetto e la paura che la fanno esitare. La fiducia e il senso del dovere che la fanno proseguire. «Lei sa quello che fa. Andiamo, presto.»
Sorrido quando sento il rumore di passi che si allontanano di corsa. Tessalonica distoglie lo sguardo da me, cerca di capire cosa sta succedendo. Non gliene do il tempo. È così alta che non riesco a colpirla al volto, quindi porto una combinazione rapida di pugni al ventre e al collo. Coi guanti non ho difficoltà a toccarla, anche se il suo corpo è reale solo in parte.
Saltella all’indietro, sorpresa, dolorante. «Non vai da nessuna parte, uccellino.»
Rido della sua aria confusa. È il momento di insistere. Mi faccio avanti, la incalzo, passo sotto le ali che agita per tenermi lontana colpendola ancora, e ancora, e…
L’urlo mi coglie impreparata. Esplode improvviso, mi costringe a fermarmi, a piegarmi, a ripararmi le orecchie, mentre le finestre intorno a me vanno in pezzi.
E quando sembra che il rumore si stia affievolendo, vengo colpita in pieno petto.

(continua qui)

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