Fabula XXXVI (seconda parte)

(continua da qui)

«Non ci volevo credere, quando è successo. Avevamo sacrificato così tanto, fatto cose che…» La voce di Mila si spezza. Le lascio il tempo di ricomporsi. «Credo di aver ucciso un dio, o qualcosa di molto simile, in quella battaglia. Uno non troppo potente, e che si stava ancora risvegliando. Quando il suo sangue toccava terra nascevano cose mai esistite prima… piccoli animali simili a granchi ma con tre occhi, fiori con sette petali disposti intorno a bocche piene di piccoli denti, una parola con quattro significati incompatibili… Una simile morte non è fatta per essere vista e sopportata da un essere umano. Poco prima il Divinatore mi aveva pregato di farlo smettere di soffrire, quando il suo corpo aveva iniziato a sciogliersi in centinaia di insetti, e io l’avevo accontentato. Certe notti lo sogno ancora. E tutto è diventato inutile, quando il Templare ha fatto quello che non avrei mai creduto possibile.»
«Il Templare?» Se non stesse parlando di un argomento del genere penserei stia scherzando.
«Già. La nostra guida, il nostro esempio.» Si stringe nelle spalle. «Almeno ha guadagnato il massimo dal suo tradimento.»
L’immagine mi compare davanti agli occhi all’improvviso. Una scritta in rosso su un manifesto, Traditore. Una parola a cui finora non ero riuscito a dare un senso. «Il massimo? Vuoi dire che il Tribuno…»
«No, non dire altro.» Mila mi guarda di sottecchi, gli occhi che splendono di un grigio metallico. «Questi discorsi fanno innervosire la spada. E non dovrai parlarne con nessuno, mai!»
«Ma perché? Se una cosa del genere si venisse a sapere…»
«La città esploderebbe. I non-umani ricordano bene i 47, e anche le perdite che hanno subito a causa del Templare. E gli umani come la prenderebbero?»
«Allora ti sta bene come sono andate le cose? Che lui l’abbia passata liscia?»
«Certo che non mi sta bene. Mi fa incazzare. Per interi anni sono stata furiosa, avrei voluto farlo a pezzi, letteralmente. Avrei potuto farlo, ne ho i mezzi.» Batte una mano vicino alla tasca posteriore dei pantaloni. «Ma a cosa sarebbe servito? Abbiamo perso. E, nonostante questo, la vita è andata avanti. Per colpa del nostro fallimento non è più quella di prima, e in tantissimi non ce l’hanno fatta.» Si volta a prendere una cornice da un tavolinetto alle nostra spalle. Contiene una foto che raffigura una famiglia al mare: un uomo e una donna, due ragazzi adolescenti, una bambina molto piccola. Izabela, immagino, visto che la donna nella foto è sua madre. «Ma l’equilibrio che si è venuto a creare concede a chi è sopravvissuto una possibilità. Non un granché, magari, ma più di quanto potremmo offrire noi. Non gliela porterò via per il mio egoismo, e non permetterò che lo faccia neanche il desiderio di vendetta di un mago impazzito di rabbia.» Rimette a posto la foto, con un sospiro. «E poi, finché il Tribuno rimane al potere, l’accordo resta valido. I miei compagni ancora in vita sono al sicuro. Senza di lui, se si venisse a sapere che alcuni di noi sono sopravvissuti, non avrebbero scampo. Non posso tradirli anche io.»
Rimango in silenzio, cercando di mettere ordine nei miei pensieri confusi, di trovare qualcosa di sensato da rispondere. O perlomeno di capire come mi senta riguardo a tutta questa storia, cosa credo che sarebbe giusto fare.
Ma non ci riesco. Forse sono troppo sfinito per riflettere lucidamente. E ho problemi più immediati da affrontare. «Quindi qualcuno vuole colpire il Tribuno, e per questo sta creando un incantesimo per… cosa?»
«Controllarlo, forse. Farlo uscire allo scoperto. Nessuno sa dove vive il Tribuno, si mostra poco in pubblico e si vede raramente anche nel palazzo in cui si trovano gli uffici dei suoi collaboratori. E di sicuro è ben protetto, sia sul piano fisico che su quello mistico.»
«Ma con il clima che si è creato adesso in città far scoppiare una rivolta svelando la verità su di lui sarebbe facilissimo, e se si trovasse in un luogo pubblico in quel momento…»
«Con gli ingredienti che hanno raccolto e quello che si trova nelle mie foto potrebbero farlo camminare dritto in mezzo a un picchetto di protesta sventolando una confessione firmata. E a quel punto sarebbe finito. Una preda facilissima.»
«Ma se si tratta di una vendetta, perché prendersi tanto disturbo? Perché non creare un semplice incantesimo, o una maledizione?»
«Hai sentito l’huldra, no?» Mila si stiracchia, si sfila la cinghia con la spada e la lascia cadere a terra, poi, senza esitazione, si sdraia sul divano e poggia la testa sulle mie gambe. «Il mago non sta facendo tutto questo da solo. Ha un alleato, probabilmente non umano, che deve avere degli interessi personali in questa storia, e a cui serve una città sull’orlo della rivolta.»
Sento a malapena le ultime parole dell’Ospitaliere. La guardo incredulo, mentre cerca la posizione più comoda per la testa. «Ma che fai?»
«Mi riposo. Sono stanca» risponde lei, chiudendo gli occhi. «Per salvare il vostro amico dovrò combattere, devo recuperare energie.»
«Sdraiata su di me?»
«Non mi va di sbatterti giù dal divano, ti reggi a malapena in piedi. E anche Silva, quindi meglio se lasciamo la poltrona libera per lei. Cos’è, ti do fastidio?»
«No, ma…»
«Splendido.» Incrocia le braccia sul petto e inizia a respirare profondamente e con regolarità. Per un momento credo che si sia addormentata di schianto. Ma ricomincia a parlare. «Sai, non ti ho fatto un favore a rivelarti quel segreto. Però, visto che ci stavi arrivando da solo, dovevo avvertirti. Tienilo per te, sempre. Se si venisse a sapere che ne sei a conoscenza ti eliminerebbero, e metteresti a rischio la vita di molte altre persone. Forse sarei costretta a ucciderti io.»
«Oh, in poche ore siamo passati da un tentativo di omicidio alle minacce di morte. È un miglioramento.»
«Non sto scherzando. Questa è roba pericolosa. Giurami che non rivelerai mai a nessuno il segreto del Tribuno.»
«Guarda che non sono un folletto, non sarei comunque costretto a mantenere il giuramento.»
«Tu fallo lo stesso. Giura sulla mia spada. Tanto per farmi sentire tranquilla.»
Sospiro. «Va bene, lo giuro sulla tua spada. Però…»
Una porta si apre, e sento i passi di Silva e Izabela che rientrano nella stanza.
«Oh, stiamo interrompendo qualcosa?» chiede la cambiata. Non fa nulla per nascondere l’irritazione nella sua voce.
«Niente di importante» risponde l’Ospitaliere, senza badare al tono di quelle parole. «Allora?»
Izabela viene a sedersi per terra di fronte a noi, disponendo davanti a sé un paio di grossi libri, un blocco di carta quadrettata, qualche matita e un mazzo di tarocchi col retro delle carte color verde foresta e decorato con due lepri in panciotto che danzano. Ha gli occhi rossi di pianto, ma ora sembra molto più tranquilla di prima. «Vi aiuterò. Ma non sono sicura di come fare.»
«Pensi di poter scoprire dove si trova Folco in questo momento?» le chiedo.
«Non lo so. Non ho una mappa affidabile, e nemmeno molti dati su cui lavorare. Non so neanche se quello che conosciamo è il vero nome di Folco…»
«L’EXO non ha informazioni sui suoi dipendenti? Veri nomi, date di nascita e tutto il resto?» suggerisce Mila.
«Sì, ma noi non abbiamo accesso a quei fascicoli. E provare a entrare di nascosto per recuperarli sarebbe un suicidio» risponde Silva.
Ippolito potrebbe darceli, non credo si opporrebbe. Anzi, lui probabilmente potrebbe trovare Folco in un attimo. Se solo avessi un modo per contattarlo…
Iza si volta a guardare Silva. «Beh, qualcuno che di sicuro ne sa molto più di noi, su Folco, lo conosciamo.»
«No! Non dire quello che stai pensando…»
«Sil, è un’emergenza. E tu sai dove trovare Davelli, vero?»

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