Fabula XXXVI (prima parte)

L’appartamento odora di verdure cotte e fumo. La donna seduta nella poltrona di fronte a me mi fissa in silenzio, tirando lunghe boccate dalla sua pipa. Sembra molto anziana, come il cane accovacciato ai suoi piedi, un botolo dalla testa grossa che deve aver avuto un carlino tra i suoi progenitori più recenti.
Mi raddrizzo sul divano, facendo scricchiolare e lamentare la fodera di plastica che lo ricopre. Silva mi colpisce con il gomito, per poi sorridere alla donna.
«È una bellissima casa» osserva Mila, con tono cordiale. Non so se lo creda davvero o stia solo cercando di essere cortese: il salotto in cui ci troviamo è soffocato da massicci mobili di legno vecchio stile, ingombri di piccoli soprammobili e grosse cornici di legno e argento con foto del pre-Frattura, e male illuminato dalla luce prodotta da un braciere a tre piedi che si trova proprio accanto a me, e in cui si sta consumando del carbone. Da sotto il contenitore di metallo vedo sbucare un ciuffo di folti peli grigi. C’è un altro animale nascosto lì sotto?
La donna con la pipa si limita a rispondere con un grugnito. Posso capirla: tre estranei con l’aria di chi è appena uscito da una rissa si sono presentati a casa sua, e una di loro si porta dietro una spada. Una cosa del genere renderebbe nervoso chiunque.
Izabela finalmente esce dalla cucina. «Vieni, mamma, la cena è pronta» dice, porgendo il braccio alla donna. Lei lo usa per aiutarsi a sollevarsi dalla poltrona, per poi lasciare la stanza a piccoli passi faticosi, mentre il cane segue ogni suo movimento.
Silva scuote la testa. «Non dovevamo venire qui» sussurra.
«Lo so, non è la soluzione ideale, ma non potevamo aspettare che andasse in ufficio domattina per parlarle.»
«Dopo quello che è successo da te è un miracolo se siamo ancora vivi, e siamo riusciti a fuggire prima dell’arrivo della polizia per puro caso.» Si passa le mani sul volto. «Non dovremmo coinvolgerla. Se succede qualcosa anche a lei…»
«Non le succederà nulla. Ora aspetteranno che siamo noi ad andare da loro. Sono più preoccupato per te, hai preso dei brutti colpi.»
«Sto bene» mi interrompe, seccata. «Quella bastarda. Non riesco a credere che il mio fuoco non le abbia fatto nulla.»
«Non farti confondere, è quello che vuole.» Mila stende le gambe, si lascia scivolare in avanti, strisciando rumorosamente sulla fodera del divano, e chiude gli occhi. La invidio: se lo facessi io sono certo che mi addormenterei subito. Non pensavo si potesse essere così tanto stanchi. «Il tuo fuoco sarebbe stato efficace anche su quell’huldra, se non si fosse protetta così bene. L’ho sentito quando abbiamo combattuto, non incontravo una creatura circondata da tante barriere mistiche dai tempi della guerra. Un colpo diretto, portato con abbastanza forza e con l’arma giusta» spiega, battendo la mano sull’elsa della spada, «può sfondarle e andare a segno lo stesso. Le fiamme invece le devono consumare. Funzionano altrettanto bene, ma richiedono più tempo.»
Silva scatta in piedi. «Merda! Avrei dovuto accorgermene, concentrarmi sugli altri Variaghi invece che su di lei. Per voi sarebbe stato tutto più semplice, e non avrebbero potuto portarlo via.»
«Portare via chi?» Izabela rientra nella stanza, chiudendo la porta dietro di sé. Porta i lunghi capelli raccolti con una fascia elastica, indossa un maglione sformato e ha l’aria preoccupata, dietro i grossi occhiali. «Che è successo? Come mai siete venuti qui all’improvviso? E chi è lei? » Fa queste domande senza quasi fermarsi a respirare fra l’una e l’altra.
Io e Silva ci scambiamo un’occhiata imbarazzata. Ma nessuno di noi due fa in tempo a cominciare a rispondere. «Io sono Mila, piacere.» L’Ospitaliere si avvicina a Iza, porgendole la mano.
Ma, invece di stringerla, lei arretra, una smorfia di paura sul volto. «Quella Mila?» chiede a Silva. «L’hai portata qui? Sei impazzita?»
«No, non devi preoccuparti. Lei non è… quello che pensavamo che fosse.»
Mila si volta a guardarmi, confusa.
«Ma ho fatto le carte! Le hai viste anche tu.»
«Siamo stati un po’ frettolosi nell’interpretazione» intervengo.
«Ascolta, Iza, mi dispiace se ti siamo piombati in casa così, ma abbiamo bisogno del tuo aiuto.» Silva le poggia con delicatezza le mani sulle spalle. «Si tratta di Folco. È stato rapito.»
«Che cosa?» La cartomante barcolla e si appoggia alla cassettiera dietro di lei, rovesciando un paio di ciotoline di ceramica.
«Si è ritrovato coinvolto con noi in quell’indagine per cui ti abbiamo chiesto di darci una mano, e adesso…»
«Adesso è nei guai» continua Mila. «E non c’è tempo per cercare di sistemare la faccenda passando per i canali ufficiali, anche se non fosse una cattiva idea per un sacco di altri motivi. Dobbiamo aiutarlo noi.»
«No. No no no!» Izabela si divincola dalla stretta di Silva. Si sforza di tenere la voce bassa, ma gesticola furiosamente, e ha gli occhi lucidi. «Questo è un disastro! Mi avevi assicurato che tutto sarebbe andato bene, che non ci sarebbero stati problemi. E adesso? Io non posso andare in prigione, non posso perdere il lavoro!» Mentre pronuncia queste parole indica la porta dietro cui ha portato sua madre. «E Folco… è in pericolo? Che cosa gli succederà?»
«No, non devi fare così, calmati! L’ansia adesso non serve a niente.»
«Non dirmi di non essere ansiosa! Non essere ansiosa mi fa venire l’ansia!» Iza ci volta le spalle e punta verso un’altra delle porte che si aprono nel salotto, borbottando «Ho bisogno delle mie pastiglie di biancospino. E non mi dovevi fare questo!»
Silva sospira. «Meglio se le parlo da sola» dice, mentre la segue fuori dalla stanza.
Mila si stringe nelle spalle e poi torna a sedersi sul divano. «È una perdita di tempo.»
Scuoto la testa. «Izabela è la nostra migliore chance di portare a termine il tuo piano.» Il piano. Trovare dove hanno portato Folco, liberarlo, e poi occuparci del mandante dei Variaghi. A sentirglielo dire era sembrato così semplice…
«Non parlarne come se voi non foste d’accordo. È una buona idea. Noi tre possiamo muoverci rapidamente e senza farci individuare, e tra me e la piromante abbiamo abbastanza forza bruta da risolvere la questione senza dover coinvolgere le Furie o l’EXO e rispondere a tutte le domande che ci farebbero. E poi ci sei tu come rinforzo. Non ho capito che tipo di magia pratichi, ma funziona.» Lascio correre, imbarazzato. Non credo che mescolare a caso tutti i componenti che si pensa possano andare bene e sperare intensamente che abbiano un qualche effetto rientri in una qualunque tradizione magica. «Quando tutto sarà finito voi avrete messo le mani sul vostro assassino, io mi sarò liberata dello stronzo che ha deciso di tirarmi dentro questa storia, il tuo amico sarà tornato a casa sano e salvo, e Variaghi e lemuri, senza qualcuno a dare gli ordini, smetteranno di darci la caccia. Con un po’ di fortuna nessun altro sarà venuto a sapere del mio segreto e avremo anche messo fine a un maledetto complotto.»
Mi volto a fissarla. «Complotto. Mi sa che tu sei l’unica che sa cosa sta succedendo davvero.»
«Non del tutto, ma mi sono fatta un’idea. A questo punto ce l’avrai anche tu, no?» Annuisco. «Avanti allora, sentiamo.»
«Cosa?»
«La tua teoria. Per cosa pensi che i nostri avversari si stiano dando tanto da fare?»
«Beh, sto ancora mettendo insieme i pezzi, ma… Insomma, sappiamo che un mago sta preparando un incantesimo molto potente. Gli manca un ingrediente fondamentale, qualcosa contenuto nei tuoi documenti. E tu, anche se non potevi essere certa di cosa si trattasse, quando siamo stati attaccati hai nascosto delle foto. Dovevano essere importanti. Forse la “garanzia” a cui avevi accennato.»
Mila non dice nulla, e i suoi occhi non si spostano da me. Forse sto dicendo solo un mare di cazzate. Oppure cose che convinceranno la spada a cercare di nuovo di uccidermi.
«Dev’essere qualcosa che assicura che ti lascino in pace nella tua nuova identità» continuo. «Sono foto, quindi probabilmente quello che ritraggono può mettere nei guai qualcuno con abbastanza potere da impedire che ti vengano a cercare.»
«Non solo me» ammette Mila, parlando lentamente. A quanto pare sto andando nella direzione giusta. E questo mi spaventa. «Tutti i sopravvissuti dei 47. Il fatto che fossi l’unica a cui il Cronista aveva rivelato dove aveva nascosto il suo archivio e la promessa che lo avrei protetto e tenuto segreto ha permesso a me e agli altri di essere dichiarati morti e sparire dopo la guerra, senza che le nuove autorità ci dessero la caccia.»
«Ma i documenti del Cronista riguardano la storia dei 47, contengono informazioni su di voi.» Le parole che sto per dire sono così assurde che non riesco a crederci nemmeno io. Eppure più ci penso, più non vedo altre soluzioni. «Quando Izabela ha indagato su di te usando i tarocchi…» Mila mi lancia un’occhiataccia. «Sai, eri una sospettata, così… beh, è venuta fuori una lettura interessante. Una Regina di Spade solitaria, pericolosa. E tradita.»
Mila abbassa la testa. Resta per alcuni secondi in silenzio, a fissare il pavimento. E quando ricomincia a parlare riesco a malapena a sentire la sua voce. «L’ultima battaglia la combattemmo sull’orlo della Frattura stessa. Non era ancora stabile, allora. Avremmo potuto sigillarla. Anfisbena sapeva cosa fare. E anche se avevamo perso dei compagni, eravamo ancora abbastanza. Eravamo forti e decisi. Potevamo vincere, anzi, avremmo vinto, se quel giorno…»
«Se quel giorno uno dei 47 non avesse tradito i suoi compagni» concludo per lei.

(continua qui)

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