Fabula XXXV (seconda parte)

(continua da qui)

«…a! Ehi! Mi senti?»
La voce di Malombra si insinua nelle mie orecchie nonostante le grida della sirena, ancora udibili ma finalmente più deboli. Ho smesso di cadere, ma non sono fermo. È come se stessi ondeggiando piano su un’altalena.
«Dai, niente scherzi, saresti davvero un pezzo di merda a morire in un momento del genere!»
Ma cosa vuole? Se ricominciassi a cadere forse quell’urlo sparirebbe del tutto, e con lui l’atroce dolore che mi trapana il cranio. Vorrei rispondergli di lasciarmi in pace, ma capirebbe che lo posso sentire, e non me ne libererei più. No, meglio tacere e aspettare che se ne vada.
«Dovrò usare di nuovo l’occhio per venirti a prendere, se non reagisci e mi aiuti a riportarti indietro. E non sarà bene per nessuno di noi due!»
L’occhio… no, cazzo, non ho voglia di ripetere quell’esperienza. Forse è meglio dirgli qualcosa. Solo che non riesco a muovere la bocca. Non sono neanche sicuro di avercela ancora, una bocca.
Malombra… Formulo il pensiero come farei se stessi cercando di pronunciare la parola, concentrandomi e impegnandomi a fondo, ma non riesco ad articolare un solo suono. Devo essere messo male. Forse la sua voce non è neanche reale, solo un’allucinazione prodotta dal mio cervello che si spappola.
«Ah, eccoti! Coglione, mi stavi facendo venire un infarto!»
La voce del fattucchiere mi sembra più vicina di prima. È riuscito a sentirmi? Non credevo di aver parlato davvero, ma con la confusione che ho in testa non posso essere certo di nulla.
«Ti sto riportando indietro. Sono venuto a prenderti, da come si agitava il tuo corpo sembrava che stessi per crepare. Tempismo di merda, a proposito, grazie!»
L’urlo di Tessalonica si spegne del tutto, in lontananza. Per un istante tutto tace. Non ho mai desiderato qualcosa come questo silenzio. Mi ci immergo con gratitudine, lascio che mi avvolga, che mi curi. Non mi importerebbe, se durasse per sempre.
Ma ovviamente non dura. «Ascoltami bene, prima del tuo ritorno nel corpo dobbiamo parlare. Per ora puoi sentirmi solo tu, ma non abbiamo molto tempo.» Se potessi, spiegherei a Malombra che ogni discorso può aspettare, che non c’è nessuna fretta, che… No, non lo farei. Non mi metterei anche io a sprecare questo silenzio. Mi limiterei a un verso infastidito. «Mentre eri in trance c’è stata un’irruzione nella Scuola. Ci sono sbirri dappertutto, e le Furie ci hanno scoperto.»
Mi sto muovendo come trasportato da una leggera corrente, ma non sono in acqua. Non sono da nessuna parte, a quanto riesco a capire. Le parole di Malombra turbano il mio percorso, sento che mi fanno oscillare . Sono importanti, so che lo sono, ma non riesco a ricordarne il motivo. Provo a ripetermele in mente, cercando di associarle a qualcosa.
La Scuola, le Furie… Le Furie?
No! Merda, non proprio ora!
«Ehi, fai piano! Per poco non mi sfondavi la testa» si lamenta Malombra. «Mantieni il controllo, se ti agiti riportarti indietro diventa ancora più difficile.»
«Cos’è successo?» Mi sto muovendo più velocemente. E quella che finora era stata solo la vaga sensazione del possedere un corpo, una consistenza, ha iniziato a farsi più concreta. Ma sentire la mia voce mi sorprende lo stesso.
«La polizia è arrivata poco dopo l’inizio del tuo viaggio, e si è portata dietro anche la Legione. Non so cosa sia successo di preciso, visto che sono rimasto chiuso in questo buco con te, ma lo posso immaginare. E adesso sono con due Furie che mi hanno dato il permesso di aiutarti a non ammazzarti solo quando hanno capito cosa stavamo facendo.»
«Gliel’hai detto davvero?»
«Oh, piano con la gratitudine, potrei commuovermi» sbotta. «La prossima volta ti faccio buttare nel cesso l’anima senza fare niente, promesso, ma ora dobbiamo prepararci per quando riaprirai gli occhi. Sono sicuro di poterle distrarre mentre ti porto fuori dalla stanza, ma poi dovrai metterti a correre da solo, perché…»
«No, aspetta, di cosa stai parlando?»
«Del piano di fuga. Tu hai qualche idea su come battercela? La bici l’hai lasciata alla porta antincendio?»
«Fuga? Non sono neanche sicuro di riuscire a muovermi!»
«E allora dimmi, cosa dovremmo fare?»
«Non lo so! Lo vuoi sapere da quello tra noi due che non è neanche certo di essere davvero vivo in questo momento?»
Nessuna risposta. Il silenzio torna assoluto, ma questa volta non è un sollievo. Devo sapere cosa sta succedendo, liberarmi da questo torpore. Dov’è Malombra? Non avrò mica immaginato l’intera conversazione?
«Quella nella sfera è proprio l’anima di Tessalonica? Hai scoperto chi l’ha uccisa?»  mi chiede infine il fattucchiere.
«Sì, a entrambe» rispondo in fretta, ansioso di farlo parlare, di trattenerlo con me.
«Va bene, allora adesso ci penso io. Tu rilassati e lasciati andare.»
Rilassarmi? Mi vuole lasciare di nuovo da solo? «No, as…»
La caduta mozza la frase. Sto precipitando davvero, stavolta. Mi agito alla ricerca disperata di un appiglio, di qualcosa che mi rallenti, ma a malapena sento di avere braccia e gambe, e probabilmente non sono neanche vere. Vorrei urlare, che è l’unica cosa che sono certo di poter fare, ma ho paura. Paura che il mio grido si trasformi di nuovo in quello della sirena, che tutto ricominci, che questa fuga non si riveli altro che un’illusione.
E allora mi lascio cadere, nel silenzio, nel buio, chiedendomi se dovrò continuare a farlo per sempre…
Le sensazioni arrivano aspre e improvvise. Tonfi regolari, rapidi. Dolore alla gola e al petto. Pesantezza, immobilità.
Mi ci vogliono alcuni secondi di completo panico per capire che sto sentendo il battito del mio cuore, il mio respiro, il mio corpo che si fa ricordare con tutta la sua ingombrante materialità.
Sono tornato! Ce l’ho fatta!
Poco a poco mi riapproprio della consapevolezza del mondo intorno a me. Il pavimento duro e freddo. L’odore di chiuso e di erbe che riempie lo sgabuzzino. La luce che filtra attraverso le mie palpebre chiuse. Le voci.
«Mi stai prendendo per il culo?»
A parlare è una donna. Riesco con enorme fatica a socchiudere gli occhi e la vedo, in piedi sopra di me. Alta, atletica, con lunghi capelli biondi raccolti in una stretta crocchia sulla testa. È così che è fatta una Furia?
«Mai stato più serio.» Malombra. «Vuoi sapere chi ha ucciso Tessalonica? Allora voglio che vengano rilasciati i miei compagni fermati o arrestati oggi, e che tutti i porci che ti sei portata dietro, quelli in divisa e quelli raccattati per strada, lascino subito la Scuola con tante scuse.»
«Tutto qui?» La voce della donna gronda sarcasmo.
«Certo che no. Dobbiamo ancora discutere di un qualche tipo di concessione o autorizzazione che ci metta al sicuro da eventuali sgomberi futuri.»
Cosa sta facendo Malombra? Provo a sollevare il busto, ma non ci riesco. Non mi ero mai reso conto di quanto potesse essere pesante un corpo.
«Noi non discutiamo di niente. Voi due mi dite tutto quello che sapete, e subito, o vi sbatto dentro.»
«E per cosa?»
«Traffico di materiale necromantico non autorizzato.»
Decido di provare con qualcosa di più semplice. Faccio ruotare piano la testa sul collo, e mi ritrovo a fissare il portauovo che mi ha venduto Jindrich. La sfera vi è ancora sospesa sopra, perfetta, splendente. Forse troppo.
«Non autorizzato? È un’anima comprata da un vodnìk, è legale!» continua a sbraitare Malombra.
«Questo lo deciderà l’Ufficio del Tribuno.»
«Col suo solito senso di imparzialità e giustizia, eh?»
No, non è una mia impressione. La sfera brilla molto più intensamente di quanto ricordassi. E la sua luce non aveva quelle sfumature rossastre, prima.
«E poi mi hai aggredita, mi basta questo per arrestarti» continua la donna.
«Mi sono solo difeso da un pestaggio ingiustificato!»
C’è qualcosa che non va. Devo avvisarli. Tento di parlare, ma riesco a emettere solo un rantolo, che si perde sotto la risata ironica della Furia.
Provo a cambiare approccio, e mi concentro sul piede sinistro. Ci vogliono tutte le mie forze per sollevarlo e poi farlo ricadere, sbattendo il tacco della scarpa a terra. Nessuno sembra accorgersene. Lo faccio di nuovo. E poi un’altra volta, spingendomi al limite, tendendo così tanto tutti i muscoli del mio corpo che mi stupisco che non si strappino.
Niente. Quei due continuano a litigare e a ignorarmi…
«Potete smetterla un secondo, per favore?» Ah, ma c’è un’altra persona qui. Una ragazza bassina, mora, che entra nel mio campo visivo senza smettere di lottare con un grosso cappello che sembra non voler proprio restarle fermo sulla testa. «Guardate là» dice, indicando nella mia direzione. Sì, mi ha notato! Grazie, sconosciuta! «Quella non credo dovrebbe fare così…»
No, un attimo, che c’entra? Non sta parlando di me? Mi volto di nuovo a guardare il portauovo. E rimpiango che tutto quello che riesce a uscirmi dalla bocca sia solo un lamento strozzato, quando mi accorgo che la superficie della sfera che contiene l’anima di Tessalonica si sta riempiendo di crepe.
Come un uovo che si schiude.

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