Fabula XXXIV (prima parte)

Fissare una pistola a pochi centimetri dai propri occhi è terrorizzante. Resto immobile, senza azzardarmi neanche a respirare o a battere le palpebre. Ogni movimento che faccio potrebbe essere l’ultimo.
Ma Zampa de Gal non sembra avere fretta di fare fuoco. Continuando a tenermi sotto tiro abbassa la pistola all’altezza del fianco, in una posa più rilassata. «Hai finito di correre?»
«N-n-non puoi ammazzarmi. Gli altri vedranno… capiranno…»
Piega la testa di lato, perplesso. «Cosa? Pensi che ti cercherebbero? O si direbbero che ti sei tirato indietro? Hanno visto anche loro come hai reagito, prima. Forse Paolo sarebbe addirittura contento, se tu sparissi.»
Le sue parole mi gelano il sangue anche più dell’arma puntata su di me. No, non lo farebbero mai. Loro sono i miei compagni. Alcuni sono miei amici. Abbiamo rischiato tutto, insieme, e ci siamo guardati le spalle a vicenda. Non mi abbandonerebbero solo perché non sono d’accordo col loro folle progetto di rivolta. Neanche Paolo.
Ma posso esserne certo? Davvero non lo farebbe mai? Neanche per seguire le istruzioni di uno dei 47?
Zampa de Gal approfitta del mio smarrimento per mettersi al mio fianco e passare il suo braccio sinistro sotto il mio destro. La zampa che ha al posto della mano si stringe intorno al mio avambraccio. «Ma perché sei sicuro che sia qui per ucciderti? Non ho intenzione di farlo. Non ancora.»
Fisso incredulo il folletto. «Ma io… la pistola…»
«La pistola è qui per ricordarti che se provi di nuovo a correre via ti faccio saltare le ginocchia.» La sua espressione non cambia mentre lo dice. Non avrebbe problemi a farlo. «E ora reggiti forte.»
Non riesco a dire nulla. Muove un passo, e la strada scompare. Urlo e mi aggrappo a lui con tutte le mie forze, mentre la città scorre sotto, sopra, intorno a noi. Distinguo a malapena gli edifici che mi sfiorano, mentre ce li lasciamo indietro come se ci stessimo muovendo a una velocità impensabile. E invece io muovo i piedi a malapena, mentre Zampa de Gal, dal movimento ritmico delle sue scarpe lucide, sembra stia facendo una tranquilla passeggiata.
Mi volto per guardarlo. Il suo viso è cambiato così tanto che mi viene il dubbio che non si tratti più di lui. Un grosso naso a becco gli penzola in mezzo al volto allungato, incorniciato da due enormi orecchie sporgenti. I capelli si sono ridotti a poche ciocche grigiastre. Sta ridendo, mettendo in mostra i pochi, radi denti aguzzi che gli spuntano dalle gengive nerastre.
Le ruote di decine di biciclette mi sfiorano la testa. Un solo passo falso e cadrei verso il cielo grigio, perdendomi per sempre. Le voci di migliaia di persone mi inseguono, cercano di ferirmi le orecchie. Il vento mi toglie il respiro, preme così forte che non riesco neanche a chiudere gli occhi. Altro che spararmi. Mi ucciderà così, in questo modo assurdo. Non resterà nulla di me, o della mia mente, o…
Rotolo su un pavimento duro, in una stanza in penombra. Batto la schiena quando mi fermo, ma me ne accorgo appena. Non riesco a capire come ho fatto ad arrivare qui e la testa mi gira troppo in fretta per trovare la forza di fare ipotesi.
Chiudo gli occhi e vi premo sopra i pugni, ma non serve a nulla. Faccio appena in tempo a girarmi su un fianco prima di iniziare a vomitare.
«Voi umani a volte siete disgustosi.» La voce di Zampa de Gal. «Dopo tutti quelli con cui ho avuto a che fare, ancora non mi abituo.»
Mi ci vuole un minuto buono di conati continui prima di riuscire a calmarmi un po’. Rotolo sulla schiena. Mi pulisco la bocca con la manica del mio maglione. Tanto dovrò buttarlo lo stesso.
«Avanti, alzati. Ti stanno aspettando» insiste il folletto.
Chi mi sta aspettando? Cosa vogliono da me? Zampa de Gal è tornato al suo solito aspetto affascinante e non sembra avere voglia di toccarmi, quindi mi prendo il tempo che mi serve prima di mettermi in piedi, e ne approfitto per guardarmi attorno.
Sopra di me c’è un soffitto a volta, sorretto da muri in cui si aprono archi che portano in altre stanze… anzi, in altre parti della stessa grande sala. Sembrano fatti in pietra. Forse mi trovo sottoterra? No, c’è luce naturale qui dentro. Il pavimento è ricoperto di piastrelle che, anche se sporche, sono recenti e molto belle. Che razza di posto è questo?
Zampa de Gal mi fa cenno di proseguire verso il fondo della stanza. Passando accanto agli archi scopro che la poca luce che vedo è quella che filtra attraverso pesanti tendaggi dorati chiusi su ampie finestre. Contro le pareti sono allineati parecchi tavoli rotondi, su cui sono poggiate delle sedie rovesciate. A intervalli regolari degli elaborati lampadari pendono spenti dal soffitto.
Alla fine arrivo davanti a una nicchia scavata nel muro, appena sopraelevata rispetto al resto del pavimento. È chiusa da una sottile tenda bianca, attraverso cui riesco a intravedere un altro tavolo, più piccolo. E allora capisco. Una fottuta sala ricevimenti. Non ne vedevo una da prima della Frattura. Anche quando mi sono sposato non me la sono potuta permettere…
Non riesco a distinguerle bene, ma ci sono due persone nella nicchia, sedute ai lati del tavolo come per lasciare posto a una terza, assente. Una fiamma brilla tra di loro. Una candela?
«Cosa gli è successo?» La voce viene dall’altra parte della tenda bianca. Suona distorta, ma mi sembra femminile. «Gli è stato fatto del male?»
«Non ha retto bene al viaggio» risponde in fretta Zampa de Gal. Con un po’ d’ansia, forse.
«Non è importante.» Una voce differente. Maschile? È così difficile capirlo. Come le modificano?
«Stai bene?» mi chiede la donna.
«Sto meglio. Ma non capisco…»
«Cerchiamo di fare in fretta» mi interrompe l’uomo, ma non sta parlando a me. Vedo annuire la sagoma di quella che credo essere la donna.
«Noi siamo la voce della signora. Parliamo a nome della Madre dei Mostri» comincia. Ecco, questo è un nome che non mi piace. A chi si riferiscono? «Siamo quelli che hanno fatto l’accordo col vostro gruppo, seguace dei 47. Quelli che vogliono cambiare questa città.»
«No, aspetta, siete quelli che hanno preso accordi col sopravvissuto dei 47, allora?» Mi guardo attorno. Se dovesse sbucare da dietro un arco all’improvviso tutta questa storia assumerebbe un minimo di senso. «È  qui? Posso parlargli?»
«No, non è qui» risponde l’uomo, stizzito.
«E non hai bisogno di parlare con lui. Siamo noi che vogliamo parlare con te» continua la donna.
«Perché con me? È Paolo a comandare.»
«E tu di Paolo ti fidi, no?»
La domanda mi ammutolisce per un momento. Come posso non fidarmi? È la nostra guida. Ci ha trovati, organizzati, protetti.
Certo, alle volte ha delle idee estreme. E ci ha coinvolto in un complotto pericolosissimo senza dirci nulla né chiedere la nostra opinione. E vuole armarci, farci combattere contro il Tribuno. Scatenare una guerra…
La donna non attende la mia risposta. «Come immaginavo. Beh, neanche noi. È un fanatico. E in quanto tale è pericoloso, per noi e per i suoi compagni. Noi abbiamo visto.»
«Sappiamo cosa succederà se andrà avanti col suo progetto» continua l’uomo. «La nostra vista ha indugiato su di lui, e ha rivelato devastazioni e massacri ancora peggiori di quelli della guerra che è stata combattuta dopo la Frattura. Le strade si riempiranno di cadaveri. E molti apparterranno a esseri umani.»
Creature con la vista. Non avevo intenzione di fidarmi di loro comunque, ma se è vero devo fare ancora più attenzione. Mi stanno guardando dentro. Mi sembra di sentire dei tocchi leggeri su tutto il corpo, e la sensazione mi fa rabbrividire. I miei pensieri più segreti, le debolezze, le paure: stanno rubando tutto questo. E forse lo stanno già usando contro di me.
Poggio la mano sul ciondolo al mio collo, respirando profondamente, per raccogliere abbastanza coraggio da parlare ancora. «Perché mi state dicendo queste cose? E perché mi avete fatto portare qui? Devo andare a…»
Zampa de Gal mi si mette davanti, infilando platealmente la mano sotto la giacca, dove porta la pistola. No, andarsene non è un’opzione.
«Non puoi mentirci né nasconderci nulla.» La voce dell’uomo si è fatta più profonda, minacciosa.
«Noi ti conosciamo da tempo. E conosciamo i tuoi dubbi.» Quella della donna invece è diventata più dolce, accorata. Sembra quasi avere qualcosa di familiare. «Abbiamo bisogno di qualcuno come te, pronto a cogliere l’opportunità che stiamo offrendo.»
Fa una pausa. E, nonostante i miei migliori propositi, alla fine non riesco a resistere. «Quale opportunità?»
«Quella di salvare l’intera città.»

(continua qui)

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