Fabula XXXIII (prima parte)

L’attacco è veloce e violento. Nell’istante in cui sento la porta di casa venire sfondata quattro lemuri calano su di noi dall’alto, passando attraverso il soffitto come se fosse fatto d’acqua. Sono dello stesso tipo di quelli che ci hanno aggredito fuori dal cimitero.
Folco li stava aspettando, la spada nelle mani. «No, fermati!» urla Mila,  ma lui sta già vibrando l’arma verso l’alto. La lama disegna un arco che colpisce lo spettro più vicino sulla maschera, prima ancora che tocchi terra. Il lemure si dissolve, ma il grido di trionfo mi muore sulle labbra quando vedo lo sciamano che lascia cadere la spada, urlando, e si accascia gemendo di dolore e reggendosi la testa tra le mani.
«Che gli è successo?» chiedo a Mila, mentre mi chino su di lei per aiutarla a liberarsi le mani dal nastro adesivo. Con la coda dell’occhio noto un lampo di luce, e un secondo lemure ci crolla accanto, rotolandosi sul pavimento mentre la sua maschera viene consumata dalle fiamme.
«Alla spada non piace essere impugnata in battaglia da qualcuno che non è il suo portatore. E si vendica, quando succede» mi risponde la donna, prima di spingermi via con forza. Mentre cado all’indietro vedo con terrore un grosso martello che si abbatte nel punto dove avevo la testa un istante fa.
Il lemure che ha cercato di colpirmi, enorme, con un giaccone mimetico e una maschera di plastica nera e dorata, resta per un attimo a fissare le piastrelle che ha spaccato, come se non riuscisse a capisse dove mi sia andato a cacciare. Poi volta la testa verso di me.
«Togliti da lì!» mi urla Mila, e la sua voce mi scuote. Rotolo di lato, evitando per un soffio un’altra martellata. Riesco a rialzarmi e provo ad arretrare velocemente per guadagnare spazio senza perderlo di vista, ma finisco quasi per inciampare su Folco. È ancora a terra, ma ha smesso di lamentarsi. Ha perso conoscenza?
Il martello si solleva ancora. Sono sbilanciato, non farei in tempo a spostarmi. Afferro una sedia e la uso come uno scudo. Il colpo la fa a pezzi e  mi fa perdere l’equilibro. Finisco a terra, sbattendo la nuca contro il pavimento.
Per un momento tutto intorno a me si mette a girare. Sento Silva che grida «Un altro passo e vi incenerisco», ma non riesco a capire da dove arrivi la sua voce, o i rumori di lotta che seguono.
Un’ombra si allunga su di me. Socchiudo gli occhi per metterla a fuoco.
Cazzo, il lemure!
Scalcio verso l’alto, ma è utile quanto colpire un muro. Lo spettro porta il martello sopra la testa. Cerco di strisciare via, ma so che non sarò mai veloce quanto servirebbe. Le mie dita però toccano qualcosa. La spada di Mila!
Non ho tempo di pensare alle conseguenze. La afferro e la punto davanti a me, mentre lo spettro cala il colpo. Serro le palpebre, preparandomi all’impatto del martello contro il mio cranio…
Che non arriva. Sento qualcosa premere contro la spada. Apro gli occhi, con cautela. Il lemure, le braccia lungo i fianchi, si sta guardando il petto. In cui si è infilata la mia lama, spinta dalla stessa forza con cui lui si è piegato verso di me.
Delle voci mi rimbombano in testa, fragorose, infuriate, severe. Mollo l’elsa come se fosse rovente. Il lemure barcolla, indeciso, senza smettere di fissare la spada che gli spunta dal torace.
«Ehi, ridammela!» Mila lo afferra per le spalle, lo fa voltare. Non riesco a vedere cosa faccia, ma quando, subito dopo, la sagoma del fantasma si dissolve, l’Ospitaliere mi sta fissando incredula, con la spada in mano.
«Stai bene?» mi chiede.
«Non lo so…» Guardo Folco, che non si è ancora mosso dal punto in cui si è accasciato. Dovrei essere nelle sue stesse condizioni. Ma le voci si sono ridotte a un mormorio incomprensibile appena ho lasciato andare l’arma, e ora non riesco neanche più a sentirle. «A parte il dolore della botta alla testa non credo di avere qualcosa che non va.»
«Davvero?» Mila mi tende una mano per aiutarmi a rialzarmi.
«Strano, eh? Non sarà perché il lemure si è praticamente infilzato da solo? Io ho solo tenuto la spada ferma…»
Lei non sembra convinta della mia ipotesi, ma si stringe nelle spalle. «Beh, meglio così.» Si china sul tavolo e si mette a frugare frenetica tra i documenti. Dopo qualche secondo ne tira fuori un paio di vecchie foto e le infila nella tasca posteriore dei pantaloni. «Andiamo.»
«Eh? Non possiamo lasciare Folco qui!»
«Lui per ora non si muoverà, e la tua amica ha bisogno di aiuto.»
Mi accorgo solo adesso che Silva non è nella stanza. Ma sento urla e rumori provenire da quella accanto.
Seguo Mila nell’ingresso. Silva è davanti alla mia porta sfondata, circondata da quel poco che resta di quelli che erano i miei mobili. Ansima, sanguina un po’ dal naso, ha le mani avvolte dalle fiamme e guarda con attenzione davanti a sé. Ai suoi piedi ci sono tre bestioni con evidenti segni di bruciature sulla pelle e sui vestiti. Ci metto poco a riconoscere lo stile degli abiti e dei tatuaggi. Variaghi.
«State attenti» dice Silva quando ci sente avvicinare. «Qui si mette male.»
Si getta in avanti con un grido di sfida. E un attimo dopo viene lanciata attraverso la porta. Va a sbattere con violenza contro il muro e poi cade a terra, immobile.
«Silva!» Faccio per correre da lei, ma Mila mi trattiene, mi spinge indietro e mi indica l’ingresso.
Qualcuno lo sta attraversando. Una figura femminile esile e aggraziata, dai lunghissimi capelli biondi, la pelle candida, gli occhi di un azzurro che sembra splendere. A ogni passo le cadono di dosso i resti carbonizzati dei suoi abiti, ma la pelle sotto di essi non sembra aver subito danni. Una lunga coda le spunta alla base della schiena. O di quella che sarebbe la schiena, se la donna non fosse bizzarramente cava nella parte posteriore del busto.
L’ho già incontrata questa creatura, proprio mentre ero con Silva.
«Ci mancava un’huldra…» borbotta Mila.
E dietro di lei ci sono i Variaghi. In cinque, tutti grossi e dall’aria pericolosa. Sembrano disarmati, a parte quello che si porta dietro un lungo bastone dalla strana forma, ma questo non mi rassicura molto.
«Cosa le avete fatto, bastardi?» grido, indicando Silva, che non si è ancora mossa.
«Meno di quanto avremmo potuto. E non c’è bisogno che qualcun altro si faccia male.» L’huldra parla con lentezza e con un forte accento straniero. «Dateci quello per cui siamo venuti e vi lasceremo in pace.»
«Oh, per favore. Risparmiami queste stronzate.» Mila solleva la spada e si mette in posizione di guardia. «Come ha fatto a cadere così in basso da dover ingaggiare voi? Da lui proprio non me l’aspettavo.»
«Non so di chi tu stia parlando. E se sapessi chi è la mia signora sapresti che per te sarebbe meglio buttare quello spillo con cui mi minacci e fuggire.»
«Signora? Oh, certo. Quando mai quello ha fatto qualcosa da solo?» Mila sembra infuriata, anche se non riesco a capire con chi. «Comunque io non fuggo, e non mi sposto da qui. Fatevi avanti, tu e quegli animali, e vediamo di fare in fretta.»
La creatura osserva Mila con cura, soffermandosi sulla sua arma. Poi strappa il bastone dalle mani dell’uomo che lo reggeva.
«Fatti indietro» mi sussurra l’Ospitaliere. «Avrò bisogno di spazio.»
La lama della spada per un attimo vibra. E quando lo fa mi sembra di sentire di nuovo qualcosa che mi risuona in testa.
Somiglia a un brusio di eccitazione.

(continua qui)

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