Fabula XXXII (seconda parte)

(continua da qui)

La stanzetta è un ripostiglio pieno di cianfrusaglie, impregnato dell’odore che sentivo dall’esterno e che qui dentro si fa quasi insopportabile. C’è qualcuno in fondo allo sgabuzzino, illuminato dalla luce di… cos’è, una strana lampada?
«Fare i bulli con dei fantasmi così ingenui, dovreste vergognarvi.» La voce, quella che mi ha già parlato, appartiene a un uomo pallido e vestito di nero, lo stesso colore dei capelli che gli arrivano alle spalle e di una delle lenti dei suoi occhiali. È seduto dietro la lampada, e tiene il palmo della mano destra aperto pochi centimetri sopra la fronte di un bel tipo sdraiato accanto a lui, supino e con gli occhi chiusi.
«Usarli come scudo invece va bene?»
«Scommetto che non ci crederai, ma l’hanno fatto spontaneamente. Ci tengono a noi e al nostro aiuto.»
«Hai vinto la scommessa. Allora, che sta succedendo qui?»
«Pratiche necromantiche non del tutto legali, probabilmente.» Irene mi si fa accanto. Quando sbircia da sotto il cappello riesco a intravedere un mezzo sorriso sulle sue labbra. «Non riesci proprio a smettere, eh, ‘Ombra?»
«Irene? Sei davvero tu?»
«Ma che, lo conosci questo?» chiedo, confusa.
Lei annuisce. «Malombra, non so se abbia mai detto a nessuno il suo vero nome. Fattucchiere, medium, esorcista e alle volte necromante non registrato. Ha scontato un periodo in carcere per una serie di maledizioni a scopo di estorsione.»
«Ma solo a bastardi che se lo meritavano!»
Irene continua senza fare caso all’interruzione dell’uomo. «Ci siamo conosciuti in ospedale. Aveva avuto un incidente durante la detenzione e il Professore era l’unico qualificato per curarlo.»
«Lo sai che non è stato un incidente. E il Prof era più interessato a vedere cosa mi sarebbe successo che ad aiutarmi» interviene ancora lui. «Non posso credere che dopo tutto quello che ci hanno fatto tu sia finita a lavorare per questi porci!»
«Non devi parlare così!» Irene scuote la testa, ma la sua voce si affievolisce un po’. Va sempre in difficoltà quando qualcosa le ricorda l’ospedale. «Non hai idea dell’importanza che ha il lavoro del Tribuno, di tutto quello che facciamo di buono…»
«Tipo invadere una comunità pacifica terrorizzando e malmenando tutti quelli che ci vivono e lavorano?»
«Già, qui ci sono solo bravi cittadini innocenti come te, vero?» Mi avvicino a Malombra, e mi rendo corto che quella che fa luce non è affatto una lampada, ma una specie di sfera luminosa che levita su un qualche contenitore. Non è certo la cosa più strana che abbia mai visto, ma è comunque bizzarra. «Cosa ci dovete fare con quegli spiriti?» Mi torna in mente quello che mi ha raccontato la Sibilla. «Stai creando lemuri?»
«Lemuri? E che me ne faccio? Non sarei comunque autorizzato a venderli o affittarli.»
«Sì, sono certa che la legalità è la tua prima preoccupazione.» Lo afferro per una spalla. «Muoviti, tu e il tuo amico dovete raggiungere gli al… Ahia!» Lo lascio andare e faccio un passo indietro. «Che cazzo era?»
«Che succede?» chiede Irene.
«Non lo so, è come se qualcosa mi avesse graffiato la mano…» No, non come. Ho dei segni di unghie sulla pelle!
«Non ti ho già detto che sono impegnato? Non posso interrompere.»
«Che mi hai fatto, animale?»
«Meglio se non chiedi.» Malombra si volta a guardare l’uomo sdraiato. «Certo che se anche tu ti dessi una mossa…»
Sbuffo. «Perché deve sempre essere tutto così complicato?»
«Lo dici a me? Io volevo solo…» inizia, senza prestarmi attenzione. Peggio per lui: non vede nemmeno arrivare il mio calcio.
Lo colpisco in pieno petto, sbattendolo a terra. Boccheggia tentando di riprendere fiato, ma non gliene do il tempo. Gli piazzo un ginocchio sul petto mentre gli blocco le braccia con le mani. «Che ne dici, è il momento di iniziare a collaborare?»
Gira la testa verso di me, e mi ritrovo a guardarlo in faccia. A causa del colpo ha perso gli occhiali. Mi accorgo prima del suo occhio destro, di un celeste pallido che crea uno strano contrasto col colore dei suoi capelli. E poi vedo l’occhio sinistro, quello che era nascosto dalla lente nera, e ogni altro pensiero scompare.
È circondato da cicatrici… no, è marchiato con un sigillo inciso nella pelle. Un cerchio, simboli magici, un diagramma tracciato dalla punta di una lama attraverso l’orbita. Quando batte la palpebra completa il disegno, e quando la tiene aperta mostra una pupilla grigia e morta immersa in una sclera macchiata di sangue scuro. E c’è qualcos’altro, dentro quel sangue. Qualcosa che si muove.
Non riesco a sopportare quella vista, mi volto. «Ma cosa…»
«Carino, eh?»
Vengo colpita alla spalla e spinta all’indietro. Mi sta bene, idiota che non sono altro! Mi affido all’istinto e accompagno il movimento, lasciando andare Malombra e scansandomi. Una sagoma nera e massiccia mi sfreccia accanto, per poi svanire immediatamente.
L’uomo arranca sul pavimento mettendo un po’ di distanza tra me e lui, prima di rialzarsi. «Non sarò uno dei vostri maghi da ufficio dirigenziale, ma anche io ho le mie protezioni.»
«Stai solo peggiorando le cose. Per favore, smettila» gli grida Irene. «Se continui così verrai arrestato di nuovo!»
«Lo sai che l’ultima cosa che voglio è tornare dentro.» Malombra si china a raccogliere gli occhiali e se li sistema per bene sul naso. «Ma se lo abbandono adesso è la volta che muore, l’idiota sdraiato là dietro. E non mi va che succeda, sono sicuro che il suo fantasma sarebbe insopportabile.»
«Invece ti va di rimanere senza denti?» Tendo una mano verso Irene. «Passami i guanti.»
«Aspetta, non è necessario!»
«Ma stai davvero dando retta a un tipo del genere? Hai sentito che odore c’è qui dentro. Il poveraccio è drogato. Ha bisogno di andare in ospedale, non di restare qui con questo matto.»
Malombra si gratta la testa. «Ecco cosa succede a non avere un minimo di credibilità. Oh, beh…» La cosa che mi ha aggredito ricompare accanto a lui. È molto difficile distinguerla, ma mi sembra di intravedere la forma di un grosso felino dello stesso colore dell’ombra in cui si nasconde.
«E quello cos’è?» chiedo a Irene.
«Un qualche tipo di cane nero, credo.»
«A me sembra più un gatto.»
«No, “cane nero” è il nome che viene dato ad animali spettrali come quelli. Alle volte appaiono anche come cavalli o muli.»
«Visto che li conosci sai quanto sono pericolosi. Perché non andate via invece di obbligarmi a combattere?» insiste Malombra.
«Dammi i guanti e gli faccio vedere io chi è pericoloso!» sbotto.
Ma Irene scuote la testa. «No. Adesso basta.» Mi sfiora con una mano mentre mi supera, non so se per rassicurare me o se stessa, e si mette tra me e Malombra. «Ora la smetti, fai sparire quella creatura e vieni con noi» dice al fattucchiere. Sta cercando di essere decisa, ma la sua voce suona rotta e tremante.
«Non posso!»
«Sai cosa sono io, no? Beh, se non fai come ti dico ti guarderò!»
Rimango a bocca aperta a quelle parole, e lo fa anche Malombra.
«Non fare sciocchezze!» Faccio per avvicinarmi a lei, ma la testa di un serpente schizza fuori da sotto il suo cappello, sibilandomi contro. Non era mai successo, e mi sorprende tanto da bloccarmi.
«Cazzo, Irene, se lo fai non potrò più aiutarlo!» Mentre il fattucchiere parla la sagoma del gatto accanto a lui si fa sempre meno definita.
«Ti sto facendo un favore. Pensi di poter attaccare gli inviati del Tribuno e passarla liscia? Se ti lascio fare di testa tua saremo davvero costrette ad arrestarti.» Sembra che sia sul punto di piangere, ma il cappello le cade dalla testa, rivelando le serpi tra i suoi capelli, ora tutte sveglie e all’erta. Vuole andare fino in fondo.
Vuole usare quei poteri che la stanno uccidendo.
Malombra esita. Guarda noi, poi l’uomo sul pavimento. Si passa le mani sul volto, dietro il collo. E alla fine sospira e allarga le braccia, mentre il felino torna a essere tutt’uno col buio. «Va bene, va bene, hai vinto tu. E adesso?»
Prima che una di noi possa rispondere  l’uomo sdraiato inizia a tossire, e poi ad annaspare. La lucentezza della sfera luminosa si fa un po’ più intensa.
«Merda!» Malombra fa per muoversi, ma Irene gli taglia la strada.
«Che sta succedendo? Dobbiamo chiamare i medici?»
«Non se ne fa niente dei medici. Devo aiutarlo io, o non riuscirà a tornare indietro!»
«Indietro da dove?» mi intrometto.
L’uomo lancia un’occhiata alla sfera, poi a noi, mentre si tormenta il labbro coi denti. Pare indeciso su qualcosa. «Siete voi Furie a occuparvi dell’omicidio di Tessalonica, giusto?» chiede alla fine, e quelle parole sembrano costargli un’enorme fatica.
«Sì,» rispondo «ma cosa c’entra con…»
«Allora conviene anche a voi lasciarmi fare. Perché il mio amico adesso è con lei, e potrebbe aver già scoperto chi è il suo assassino.»

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