Fabula XXXII (prima parte)

Quando in un film c’è un assedio, non importa in che epoca e scenario, la regola è quasi sempre la stessa: gli assalitori sono i cattivi, mentre i difensori sono un manipolo di coraggiosi che resiste contro forze preponderanti grazie a fegato, cuore e cervello.
Lo trovo un po’ ingiusto. Perché gli assedianti devono sempre essere dipinti come belve assetate di sangue e saccheggio? È solo gente che sta facendo il suo lavoro, e che combatte e uccide esattamente come fanno gli eroi in cima alle mura.
E io non me ne intendo, ma mi sa che ci vuole più coraggio a dare l’assalto a una postazione fortificata sotto una pioggia di sassi o frecce o proiettili, e a cercare di scalare un muro mentre ti arriva addosso di tutto e qualcuno aspetta solo che la tua faccia appaia oltre l’orlo del parapetto per affettartela mentre sei in posizione precaria, che a rimanere chiusi al sicuro ad aspettare che il nemico si scopra per colpirlo a tradimento. Non dico che non sia una strategia furba o sensata, ma non mi sembra così dannatamente eroica come viene spacciata.
Nell’assalto alla Scuola Liberata non c’è stato eroismo da nessuna delle due parti. Quando io e Irene siamo arrivate i maniaci della Legione avevano già sfondato le porte. Ho dovuto fare la voce grossa con un ispettore per far entrare anche gli agenti regolari a tenere a bada quegli animali.
Neanche loro ci sono andati leggeri, però. Ho visto un bel po’ di teste rotte e braccia piegate ad angoli innaturali tra quelli che venivano portati via in manette. E dalla palestra in cui per il momento sono stati radunati gli altri occupanti continuano ad arrivare urla di donne e uomini, e pianti di bambini.
Ma se entrare nella più grande struttura occupata della città è stato più facile del previsto, perquisirla per cercare materiale sovversivo si sta rivelando piuttosto complicato. Ci sono un sacco di non-umani che vivono e lavorano qui e minacciano di denunciare ai santuari ogni ispezione non autorizzata dei loro alloggi e proprietà. Che a quanto pare includono ogni spazio non destinato a uso comunitario dell’intera scuola.
Il che vuol dire che siamo io e Irene, come funzionari con giurisdizione anche sui non-umani, a dover aprire ogni porta chiusa e frugare in ogni stanza privata in cerca di qualcosa di sospetto prima di poter autorizzare l’ingresso dei poliziotti. Un’enorme, fastidiosa perdita di tempo, che però avevo messo in conto.
Quello che proprio non mi aspettavo era l’assedio allo sgabuzzino.
Quando un agente è venuto a chiamarci non volevo credergli, ma ora che ce l’ho di fronte le mie labbra si muovono da sole. «Who you gonna call
«Cosa?» mi chiede Irene.
«Niente di importante. Ma questi sono quello che penso, vero?»
«Direi di sì…»
Fantasmi. Un muro di creature traslucide sospese a qualche centimetro da terra, a bloccare l’ingresso a uno stanzino da cui proviene un intenso odore dolciastro. Sono almeno mezza dozzina, e la maggior parte di loro doveva essere molto giovane al momento della morte.
«Dici che ci si può parlare?»
Irene solleva appena lo sguardo, mentre si raddrizza il cappello sulla testa. Dev’essere turbata: le serpi tra i suoi capelli si stanno agitando nel sonno. «Penso di sì, ma con cautela. Manifestano corpi integri, quindi hanno superato in parte il trauma della morte, ma sono comunque degli adolescenti. Se si arrabbiassero potrebbero scatenare dei fenomeni poltergeist molto violenti.»
Annuisco. Ma non possono essere poi troppo peggio di Fra, no? «Va bene ragazzi, è ora di spostarsi e farci passare. La priorità dell’ufficio del Tribuno è garantire il benessere fisico e spirituale di tutti i cittadini, e ora che sappiamo che siete qui ci prenderemo cura di voi nel migliore dei modi. Ma la collaborazione è…»
«Non potete prenderli!» sbotta uno degli spettri, una ragazzina immersa in un enorme giubbotto. Apre a malapena la bocca, ma la sua voce fa tremare i vetri delle finestre dietro di noi. «Ci devono rimandare a casa.»
«Prenderli? Perché, chi c’è là dentro? Ehi, voi, venite fuori!» ordino, saltellando per cercare di sbirciare oltre il muro di spiriti.
«Vaffanculo!» risponde dalla stanza una voce maschile.
«Ascolti, noi lavoriamo per l’ufficio del Tribuno. Le conviene uscire subito da lì.»
«La mia tipica fortuna, di tutti i momenti possibili per una retata le Furie hanno scelto il peggiore…»
Inspiro, cercando di mantenere la calma. «Chiamarci Furie è scorretto. E questa è una regolare operazione di polizia, è molto meglio per lei se la smette di ostacolarci.»
«Sto facendo una cosa importante, ne riparliamo appena ho finito, va bene?»
«È stato quell’idiota a mettervi qui di guardia?» chiedo ai fantasmi. In risposta ricevo solo gli sguardi freddi e ostili di occhi le cui palpebre non si chiudono mai.
L’aria si fa più fredda. Sento l’agente che ci ha accompagnato che cerca di trattenere i singhiozzi. Irene afferra il cappello con due mani, per tenerlo al suo posto, e si mette a mormorare in fretta la nenia con cui addormenta i serpenti.
Anche io mi sento a disagio. Ho l’impressione… no, la certezza che ci sia qualcuno alle mie spalle, che spia ogni mio movimento. Mi impongo di non voltarmi, e di non ascoltare i rumori che fino a un attimo fa non sentivo: gli scricchiolii sopra la mia testa, il raspare contro le finestre, i lamenti incomprensibili che hanno sostituito il vociare che proveniva dal resto dell’edificio.
«Dovete andarvene» dicono gli spettri, con una sola voce che viene ripetuta più e più volte da echi impossibili. Delle immagini iniziano a balenarmi davanti agli occhi, in rapida successione. Posso vederle, sentirle: l’ombra del palazzo che, crollando, si allunga su di me, l’auto impazzita che esce di strada e mi punta contro, le lunghe dita bianche e viscide che spuntano dal buio di un angolo di strada e si avvolgono intorno alla mia gola, stringendo…
Serro le palpebre per cancellare quelle visioni. Sento l’agente dietro di me urlare, correre via. Ha ragione. Questo è un luogo di morte, non  appartiene ai vivi. Non appartiene a me. Devo lasciarlo agli spettri, o non potrò più andarmene. Devo…
Una mano stringe la mia. Minuta. Calda. «Non farti suggestionare.» La voce di Irene è calma e rassicurante. «Non sono cose successe a te. Sono solo i ricordi di quei poveri ragazzi. La paura che senti è la loro.»
Mi aggrappo a quel contatto, seguo la voce come se mi riportasse a casa. Non è la mia paura: ripeto quelle parole come un mantra, e ogni volta che lo faccio la mia angoscia diminuisce un po’.
Riapro gli occhi. Stringo un po’ più forte la mano di Irene, sperando che capisca che sto cercando di ringraziarla, prima di lasciarla e tornare a fronteggiare i fantasmi.
Sono dei ragazzini. Vivi o no, non saranno loro a farmela fare sotto.
La mancata fuga mia e di Irene sembra averli sorpresi. Si guardano tra loro, indecisi. Potrei approfittarne per passargli semplicemente attraverso, ma questo aumenterebbe il rischio di scatenare un fenomeno poltergeist incontrollato, o un tentativo di possessione involontario. Meglio andare sul sicuro. Faccio cenno a Irene di passarmi la valigetta.
«Va bene, ragazzi, mi avete costretto voi.» La apro in modo che gli spiriti possano vederne il contenuto, e ne estraggo una fiala che sollevo davanti a loro. «Questa contiene acqua di uno dei fiumi dell’oltretomba. Quello usato per togliere la memoria ai defunti…»
«Il Lete» mi suggerisce Irene.
«Ecco, quello. Un omaggio dal santuario della Tenebrosa. Ha effetto su ogni tipo di creatura: un’aspersione con poche gocce lava via ogni ricordo. E voi non avete molto altro, no?»
La ragazzina col giubbotto troppo grande è l’unica a non sembrare spaventata, ma anche la sua voce è meno risonante di prima. «Non è vero!»
«Forse no. Ma potete sparire subito e lasciarci passare, o restare lì e rischiare di farvi trasformare in essere privi d’identità, scopo e memoria. L’avete mai vista una larva? È un’esistenza orribile, la loro.» Apro la fiala mentre pronuncio queste parole, e un paio di spettri scompaiono immediatamente.
La ragazza si volta verso l’interno della stanza. «Malombra?»
«Non vi preoccupate, ragazzi. Andate via.» La voce maschile di prima. «Adesso ci penso io.»
«Ne sei sicuro?» Tutti i fantasmi sono svaniti, tranne lei. «Se vi succede qualcosa…»
«Non ci succederà nulla, ci conosci. Adesso sparisci, forza.»
«Ok…» Mi lancia un’ultima, feroce occhiata, mentre la sua figura diventa sempre più difficile da percepire, e alla fine scompare del tutto.
«Ecco qua, problema fantasmi risolto! Ancora una volta venimmo, vedemmo e…»
«E non essere irrispettosa. Non se lo meritano» mi rimbrotta Irene, interrompendomi. «Ed è davvero acqua del Lete, quella?»
«Scherzi? Non ce la danno mica, roba del genere. È solo veleno di basilisco.» Le strizzo l’occhio e le indico cerimoniosamente la porta. «Il forte nemico è caduto, signora. Entriamo?»

(continua qui)

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