Fabula XXXI

Sto leggendo un’e-mail. Lo stampato di un’e-mail, in realtà, ma l’effetto che mi fa vederne una dopo così tanto tempo è comunque straniante. Non credevo di poter dimenticare come fossero fatte.
«Pazzesco» mormoro, posando il foglio sopra gli altri che riempiono il tavolo. I documenti di Mila sono una raccolta eterogenea: log di chat private e di discussioni su forum in almeno cinque lingue diverse, articoli di giornali e riviste, corrispondenza via posta elettronica, cartoline, foto di qualità altalenante, appunti disordinati scritti a mano su tovaglioli di carta, begli schizzi a matita di volti, oggetti, creature.
E a prima vista neanche il loro contenuto sembra avere un filo logico: finora ho letto commenti entusiasti sulla scoperta di una necropoli etrusca e ipotesi di complotto sulla scomparsa di un gruppo di turisti in Marocco, liste di bizzarri eventi meteorologici correlati ad avvistamenti di mostri e discussioni di metafisica e teologia applicate agli episodi di possessione nel Candomblé, incomprensibili messaggi in codice e pettegolezzi sulla vita privata dei membri di mezza dozzina di società segrete. Un’insensata raccolta di stramberie del pre-Frattura.
Eppure, prestando la giusta attenzione, si riesce a intravedere un filo conduttore. Nomi, volti, nickname che si ripetono, luoghi che vengono citati più e più volte, collegamenti tra eventi distanti nel tempo e nello spazio che vengono svelati…
«L’Ospitaliere è vivo!» Silva, seduta di fronte a me, sta fumando nervosamente l’ennesima sigaretta. «Facciamo una scoperta del genere, e con chi ci tocca condividerla? » Con un movimento della testa indica Folco, in piedi accanto alla finestra. «Non è possibile!»
Lo sciamano si volta a guardarci, perplesso. «Eh? Ho fatto qualcosa di sbagliato?» chiede. Scuoto la testa in risposta.
«E non mi fido a lasciargli la spada» continua Silva.
«Vuoi prenderla tu? Perché io non la tocco!»
Quando siamo rientrati nell’appartamento, mentre le riassumevo quello che mi era successo dopo che ci eravamo separati, Folco ha raccolto la spada dell’Ospitaliere, approfittando dello stordimento di Mila, e non l’ha più lasciata. La tiene sollevata per l’elsa reggendola con due dita, e le parla a bassa voce. Da quel che sono riuscito a capire la sta rimproverando perché essere famosa non l’autorizza a comportamenti incivili come cercare di ucciderci.
«Non dovreste leggere quella roba. Non sapete in cosa vi state immischiando.» Mila è seduta sul pavimento, la schiena appoggiata al frigo, i polsi legati con del vecchio nastro adesivo che ho trovato in fondo a un cassetto. Non credo reggerebbe, se cercasse seriamente di liberarsi, ma le fiammate che Silva le fa esplodere tra i piedi a ogni movimento a malapena sospetto finora hanno funzionato come deterrente.
«Ormai è un po’ tardi per parlare civilmente e ascoltare le tue opinioni» replico. «Dopo che ci hai assaliti in quel modo i miei scrupoli a frugare tra le tue cose sono misteriosamente scomparsi.»
«Mi dispiace per quello che è successo.» Sembra davvero imbarazzata. «Non avevo mai attaccato degli esseri umani. Ma la spada ha un forte istinto di autoconservazione, e io non sono più abituata a controllarla…»
«A quanto pare Folco ce la fa benissimo» si intromette Silva. Non sembra felice della constatazione.
«Lui non è il suo portatore. Non è lui che deve proteggerla.»
«Perché non lasciamo perdere la spada e ci concentriamo su questi?» le interrompo, agitando un fascio di fogli. Sì, mi ci è voluto un po’ per capire il vero significato di quella documentazione. Ma una volta colti gli indizi…«Questi sono tutti frammenti della storia dei 47, vero? Come avete saputo l’uno dell’altro, siete entrati in contatto, avete interpretato i segni premonitori della Frattura…»
«La storia di uno spettacolare fallimento. Non interessa più a nessuno» risponde Mila.
«Però hai conservato tutto.»
«Come garanzia.»
«Garanzia?»
«E anche perché me l’ha chiesto il Cronista» continua, ignorando la mia domanda. «È stato lui a raccogliere quel materiale. Pensava che sarebbe stato utile per ricostruire quello che era avvenuto, ciò che aveva portato alla Frattura. E per facilitare il lavoro di chi avrebbe immortalato la nostra grande impresa nei libri di storia.» Scuote la testa. «La sua non fu una bella morte. Ma persino mentre stava soffocando nel suo stesso sangue, appeso all’albero che lo divorava, il suo pensiero era solo per questi documenti…»
«E adesso qualcuno li vuole» commenta Silva. «Com’è possibile? Chi altri sa della loro esistenza?»
Appoggio la fronte tra le mani. Come abbiamo fatto ad arrivare a questo punto partendo da un povero monacello? «Qualcuno che l’ha saputo da uno dei 47. O forse un altro sopravvissuto del gruppo. Non sei la sola, vero?»
Mila distoglie lo sguardo e tace.
«È incredibile. Una cospirazione che coinvolge i sopravvissuti dei 47!» Silva salta in piedi. «Qui c’è in ballo molto più di quanto immaginassimo. Se riusciamo ad andare a fondo a questa storia diventeremo dei maledetti eroi!»
«Eh? Vuoi continuare con le indagini?»
«Ovvio, non abbiamo ancora trovato il nostro assassino. Perché, tu non vuoi?»
Non dovremmo andare avanti. Non con un’armata di spettri che ci dà la caccia per conto di un necromante e con la prospettiva di dover affrontare altri superstiti dei 47, dopo essere sopravvissuti per miracolo all’incontro col primo. Non con le implicazioni politiche che può avere questo caso e con l’enorme quantità di accuse che possono esserci formulate contro solo per aver dato un’occhiata a questi documenti. Se avessimo un po’ di buonsenso capiremmo che ci siamo spinti in acque troppo profonde e lasceremmo il campo alle Furie, invece di insistere per desiderio di vendetta… contro chi, poi? Folco? Non credo che Salvo sarebbe contento se ci facessimo uccidere per un motivo simile.
Ma solo stamattina un demone è venuto a ricordarmi l’impegno che ho preso. Non ho ancora trovato l’incantesimo per Ippolito, e finché non l’avrò fatto non posso fermarmi. E poi…
«Sono il tuo operatore. Vado avanti finché vuoi tu» rispondo con convinzione, e mi sorprende scoprire di non doverla simulare.
«Oh, volete continuare la caccia all’assassino del monacello con me?» chiede Folco. Non credo abbia ascoltato molto di quello che ci siamo detti fino a questo momento. «Grazie, Silva. Senza Sergio non mi sento tranquillo, ma almeno adesso ho un altro agente con cui lavorare!»
«Ma cosa stai dicendo?» Silva si avvicina allo sciamano, la pelle delle mani che splende. «Adesso ascoltami bene, tu prova a interferire e io…»
Mi frappongo tra i due. «Ehi, calmati! Folco è ancora il titolare dell’indagine, no? Arrivati a questo punto non puoi escluderlo, se vuoi continuare a lavorare con l’EXO.»
«Stai scherzando, vero?» Mi guarda incredula, mentre i suoi occhi si colorano di un arancione sempre più intenso.
«Ah, ci tieni così tanto? Io te lo lascerei anche, il caso» continua Folco «ma non credo che Sergio sarebbe d’accordo. Ci ha lavorato molto e si è anche fatto male, sai?»
Questa volta devo trattenere fisicamente la mia amica. «Smettila! Troveremo una soluzione che vada bene per tutti, vedrai. Folco è uno in gamba.»
«Ripetilo e do fuoco a te prima di darlo a lui!»
«Uno dei motivi per cui mi hai voluto come operatore è perché ti serviva qualcuno che ti impedisse di dare fuoco alle persone sbagliate, ti ricordi?»
Silva resta a fissarmi, immobile. Per un attimo penso che mi carbonizzerà davvero. Poi sospira, e l’ombra di un sorriso compare sulle sue labbra. «È solo una tregua. E se le cose non andranno come devono, me la pagherai.» Non è una vittoria piena, ma posso accontentarmi.
Se solo ora riuscissi a capire cosa fare con Mila… «Immagino che tu non abbia voglia di dirci chi pensi ci stia dando la caccia e cosa voglia farsene della tua roba, vero?»
Vado ad accovacciarmi davanti a lei, e quando si volta verso di me sostengo il suo sguardo. Adesso che i suoi occhi sono di un comune nero non fanno più così paura. «Non dovreste davvero intromettervi in questa storia. Lasciate che me ne occupi io.»
«Contro di te non ce la siamo cavata male, però.» Silva mi si affianca, e l’espressione dell’Ospitaliere diventa subito più dura.
«Che sicurezza. Hai abbastanza palle per un rematch?»
«Hai un buon motivo per cui non dovrei lasciarti davanti all’ufficio del Tribuno come regalo per le Furie?»
«Scusate se vi interrompo…» Folco ha la voce decisa dei momenti critici. «Non credo sia il momento di discutere, questo.»
«Che succede?» chiedo. Si è avvicinato a noi, ma non ci sta guardando. Ha gli occhi fissi sul soffitto, e segue i movimenti di qualcosa che non riesco a vedere. La lama della spada, che adesso impugna con entrambe le mani, si agita come un ramo scosso dal vento.
Non sembra però particolarmente preoccupato, quando mi risponde.
«Ci hanno trovati.»

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