Fabula XXX (seconda parte)

(continua da qui)

Mal di testa. Un sapore disgustoso in bocca. Il pavimento duro sotto la mia schiena.
Apro gli occhi. Sopra di me un soffitto rosso cupo, illuminato da un lampadario elettrico vecchio stile, con tanto di gocce di cristallo.
Le pareti della stanza in cui mi trovo sono dello stesso colore del soffitto. Sono sdraiato accanto alle gambe di un tavolino.
Mi alzo in piedi. Nell’aria c’è un odore dolce. Lo stesso che ho sentito spesso addosso a Malombra.
A seconda della concentrazione, questa miscela rilassa e ti aiuta a raggiungere la trance, o ti dà le migliori allucinazioni che vedrai mai. Le parole del fattucchiere mi rimbombano in testa, quasi spaccandomela. Dovrebbero essere importanti, per qualche motivo…
Sopra il tavolo si trova un libricino. Lo sfoglio.
Io sono nessuno. E tu? Solo queste parole sulla prima pagina, e niente su tutte le altre. Lo riconosco, è il primo verso di una poesia di Emily Dickinson. Infilo il volumetto in tasca.
C’è una porta nella parete di fronte a me. La apro, e vengo investito dalla musica. Una voce femminile canta un pezzo melodico, ma la canzone deve venire da molto lontano, perché mi arriva distorta e soffocata. Non riesco a capirne le parole o a riconoscere la melodia.
Non cercare di capire tutto quello che vedrai. Sarai in un mondo che non ti appartiene. Accettalo e lascia che ti scivoli addosso…
Perché ho le parole di Malombra piantate nel cervello?
Sono in un corridoio illuminato da neon dalla luce intensa e stabile. Era tanto che non vedevo l’illuminazione elettrica funzionare così bene.
Vado avanti, perché mi sembra l’idea migliore. Ho la sensazione che dovrei avere paura di qualcosa, ma davvero non saprei dire di cosa. Quindi decido di ignorarla.
Ci sono delle stanze che si aprono lungo il corridoio. Una camera da letto illuminata da una tv accesa. Un’aula buia e vuota, da cui però sento venire molte risatine soffocate. Un bagno che sembra quello di un locale, con un rubinetto aperto da cui continua a scendere acqua. Un cubicolo con una scrivania e un piccolo computer, in cui un fastidioso cicalino suona senza sosta per avvisare dell’arrivo di nuovi messaggi.
Mi fermo davanti a una stanzetta occupata da un divano-letto aperto e sfatto. Ha una finestra da cui entra la luce del sole, quella vera, calda e intensa. Potrei entrare, andare a sbirciare attraverso i vetri…
Le regole sono sempre le stesse, quando attraversi i mondi degli spiriti. Di ogni spirito. È come una fiaba: non allontanarti dal sentiero, sii gentile con chi incontri, fai favori ma non chiederne, accetta regali solo se sono ricompense per qualcosa, non mangiare nulla, e non fidarti di chi ti offre del cibo.
Quand’è che ho parlato di cose del genere con Malombra? E perché mi vengono in mente ora?
Lancio un’altra occhiata alla finestra. La nostalgia bruciante di un attimo prima è scomparsa. Proseguo.
Il corridoio piega a destra quando arriva di fronte a un arco buio. La luce dei neon non riesce ad attraversare quella soglia.
C’è qualcosa che si muove, dall’altra parte. Qualcosa di grande e sinuoso, che striscia e si avvolge attorno a una figura più piccola, che si contorce a terra.
«Non voglio cambiare. Fa male! Ti prego, ti prego, fa’ qualcosa…» La voce di un uomo, rotta da gemiti di dolore.
«Cambierai, non hai scelta» risponde una voce femminile. «Ma ci sono io con te. Quando tutto sarà finito ti insegnerò ad adattarti, a scoprire cosa puoi fare con questo grande dono…»
Battiti d’ali dall’oscurità che sovrasta le due figure. Non dovrei essere qui a guardare questa scena, credo. Mi allontano in fretta.
Scale che salgono. Passo accanto a volti rotondi dagli occhi e dalle bocche enormi, disegnati coi gessetti sulle pareti. Si voltano a fissarmi mentre masticano lentamente l’intonaco del muro.
Potresti incontrare dei parassiti che rosicchiano qualche pezzetto di mondo, qua e là. Lasciali perdere. Non possono danneggiarti, se non gli dai potere. E ormai non possono fare un gran danno neanche a lei.
Lei? Ma sì, devo vedere qualcuno. Ecco perché sono qui. Qualunque cosa sia “qui”…
Le scale terminano, e i miei piedi affondano nella sabbia. Odore di salsedine, rumore di onde. Come ci sono arrivato su una spiaggia?
È notte, e la luna nel cielo nero assomiglia a un riflettore, puntato su un tavolo a cui sono sedute due persone, qualche metro davanti a me.
La musica di prima ora è molto più forte. Finalmente la riconosco: un brano degli Alcyone, uno dei meno famosi. Viene dall’alto, ma quando alzo la testa riesco a intravedere solo qualcosa di grosse dimensioni che mi dà l’impressione di volare in larghi cerchi intorno a me.
Mi avvicino alla zona illuminata dalla luna. Le due persone sono una donna e un uomo. Ascoltano la canzone muovendo a tempo la testa e tamburellando con le dita, facendo sempre gli stessi movimenti nello stesso istante.
Lui è molto più giovane di lei, ma si assomigliano. Potrebbero essere fratelli, se non fosse che il ragazzo sulla testa ha ordinari capelli castani, invece del lucente piumaggio azzurro che ricopre quella della donna e le scende sul collo e la schiena, sparendo nel suo lungo abito scuro.
Sono tratti inconfondibili. Può essere solo Tessalonica. Eppure ero sicuro che lei fosse…
Ok, ne hai fumata abbastanza, dammi quella roba prima che ti soffochi. Devi sdraiarti, poi dovrai fissarmi nell’occhio. Non quello buono, l’altro. Non è una cosa bella da vedere, ma è il modo più veloce di estrarti lo spirito dal corpo, e non richiede materiali. Sei mica impressionabile?
Non lo sono, ma preferisco comunque non ripensare a quello che ha fatto. Ma ha funzionato. Sono dentro la sfera che contiene l’anima di Tessalonica.
La musica si interrompe. Lei si volta verso di me, mentre il ragazzo si guarda a sua volta alle spalle.
«Ehi, ti ho sentito. Chi è che si nasconde?»
Non è una semplice domanda. Non quando è pronunciata da quella voce. Devo farmi avanti, entrare nel cono di luce, presentarmi. Non è concepibile non farlo.
Battiti frenetici di ali. Il libro nella mia tasca sembra essere diventato più ingombrante e pesante. «Io…» Sono nessuno.
Mi fermo di scatto.
I vodnìk manipolano gli spiriti dei defunti nel crearsi da soli la propria prigione, utilizzando ricordi, fantasie, paure. Materiale così familiare da farli sentire a casa e cancellare il desiderio di fuggire, anche nel caso il risultato fosse orribile. Un intruso è un’anomalia pericolosa per il sistema. Se farai notare troppo la tua autonomia, la tua identità, cercherà di assimilarti, di farti perdere in lei e cancellarti. Potresti dimenticare alcune delle cose che ti sto dicendo, quando sarai lì, ma questo, questo devi trovare assolutamente il modo di ricordarlo…
Tessalonica chiama ancora, un po’ di irritazione nella sua voce. «Allora? Chi sei?»
Sono nessuno. E tu? «Nessuno di importante» mormoro, ritornando indietro nel buio. Sei nessuno anche tu? Una delle prime poesie che ho imparato a memoria. Non potrei mai dimenticarla.
«Ah» risponde, un po’ delusa, e già disinteressata. «Credevo fosse l’ora.»
«L’ora?» chiedo.
«Sto aspettando una visita. Una visita importante» mi ritorce contro, scambiando un sorriso divertito col ragazzo di fronte a lei. «Ormai dovrebbe…»
Passi sulla sabbia. La luce della luna cambia, si tinge di rosso e arancione. Non riesco più a vedere il ragazzo, non so se per la luminosità ridotta o perché è sparito.
Tessalonica si alza in piedi, appoggiandosi al tavolo. «Oh!» Si volta verso di me, fissando l’oscurità alle mie spalle. Sorride. Due macchie scure iniziano ad allargarsi sul suo abito, in corrispondenza di due lunghi strappi nella stoffa. «Arriva.»
E mentre i passi si avvicinano, il sangue inizia a zampillarle anche dalla bocca.

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