Fabula XXX (prima parte)

«Non potete andare a casa, dannazione! Neanche ce l’avete, una casa!»
Malombra è seduto sul pavimento dello stanzino immerso nella penombra. Sono entrato mentre stava gridando, ma non c’è nessuno con lui. «Ehi, tutto bene?»
Si affretta a rimettersi gli occhiali prima di voltarsi a guardarmi, un occhio visibile attraverso la lente trasparente, l’altro nascosto da quella scura. «No. I fantasmi che hai riunito per fare il buon samaritano si stanno innervosendo. Non vogliono rimanere qui, e a chi credi che vadano a rompere le palle?»
«Mi dispiace. Alcuni erano molto giovani quando sono morti, ed è difficile fargli accettare quello che è accaduto.» Entro e chiudo la porta dietro di me. La stanza, al secondo piano della Scuola Liberata, è occupata da un paio di vecchi tavoli, sedie impilate una sull’altra, qualche scopa, secchi di plastica, stracci. «Perché ti sei nascosto?»
«C’eri anche tu all’assemblea del mese scorso, no? Agli altri non piace guardarmi mentre parlo con cose che non possono vedere. Si spaventano, i poveretti.»
«Sono soprattutto i bambini della comunità a spaventarsi. Non dovresti prendertela.»
«Anche prima della Frattura dovevo nascondermi, per non passare per matto. Sono l’unico stronzo per cui non è cambiato nulla e sta sempre a chiudersi negli sgabuzzini!»
Annuso l’aria. «Quindi non sei venuto qui per fumare le tue schifezze, eh?»
Distoglie lo sguardo, cercando di fare il vago. «No. Ma vista tutta la merda che devo ingoiare ogni giorno, direi che me li merito due tiri ogni tanto… E tu che ci fai qui? Non dovevi lavorare oggi?»
«Marciano mi sta coprendo in libreria. È successa una cosa importante e sono tornato prima.» Sollevo la mano sinistra, che regge un sacchetto di carta ben chiuso. «Ho bisogno del tuo aiuto.»
«Sai che novità. Allora, cos’hai lì?»
Apro il sacchetto, e ne tiro fuori la piccola gallina di ceramica.
«Carina. Mi hai preparato un uovo sodo?»
«Dai, è una cosa seria.» Poggio con delicatezza il portauova a terra, davanti a lui, e mi siedo anche io. «È il contenitore di un’anima.»
Malombra si sporge in avanti, immediatamente più interessato. «Oh, magia vodnìk. L’hai presa da quel bastardo di Jindrich?» Annuisco. «Scommetto che te l’ha fatta pagare un patrimonio. Chi è, un altro orfano che hai deciso di salvare?»
«No, ma… Senti, ho il sospetto che ci sia Tessalonica là dentro.»
Per un momento resta a  fissarmi in silenzio, l’occhio visibile sgranato. Poi scoppia a ridere. «Vaffanculo, quasi ci cascavo! L’hai detto tutto serio! Ho il sospetto che sia Tessalonica, e io come un coglione che ti sto a sentire!»
«’Ombra, ma che cazzo ridi?» sbotto. «Guarda che sto dicendo sul serio!»
Il fattucchiere si ammutolisce e mi lancia un’occhiata confusa, poi guarda il portauova. E ricomincia a ridere.
«Ah, fottiti, troverò qualcun altro per aiutarmi.» Faccio per alzarmi, ma Malombra si sporge ad afferrarmi e mi tira di nuovo giù.
«Aspetta, aspetta» biascica, cercando di riprendere fiato. «Dici davvero, allora?»
«Ma ti pare che possa scherzare in questo modo su un omicidio?»
Fa spallucce. «Ma come fai a sapere che è lei?»
«Non lo so per certo. Però Jindrich ha detto che si tratta di una sirena…»
«…e sono creature e cambiati rari.» Annuisce. «Sicuro che fosse sincero?»
«No, ma che potevo fare? Lasciarla lì, in attesa che qualcuno la comprasse per mangiarla?» Scuoto la testa. «E poi, se è davvero lei e se fosse possibile parlarci, potrebbe identificare il suo assassino.»
«Ricordati che non puoi presentarti dagli sbirri con una cosa del genere. In questo momento stanno cercando ogni scusa per mettere le mani su quelli come noi. Finireste dentro tu, Jindrich e chissà quanti altri.»
«Guarda che lo so che sei solo preoccupato di andarci di mezzo tu.»
«E che c’è di male a esserlo? Tu non lo sai dove li mettono quelli con poteri, quando li arrestano, e cosa gli fanno!»
Ha ragione, non lo so. Lui invece sì. E vedo quanto gli costa ricordarlo, dal modo in cui si sistema gli occhiali sul volto e incrocia il braccio destro attraverso il petto, come a proteggersi. «Scusa, non avrei dovuto» mormoro.
«Naa, non scusarti. Essere io quello che si lamenta perché gli altri fanno gli stronzi, una volta tanto, è una bella novità…»
Sospiro. «Penserò poi a cosa fare con quello che potremmo scoprire. Ma intanto tu puoi capire se è davvero lei, e se può comunicare in qualche modo?»
«Vediamo.» Si sporge a prendere il portauova e lo avvicina a sé, poi lo apre, liberando unasfera sfera traslucida che emette una soffusa luce verde-azzurra, mentre si solleva piano nell’aria. È diversa da quella che ho visto nel negozio di Jindrich: più grande, più luminosa, dall’aspetto più solido.
Malombra fa passare una mano poco sopra la bolla, e quella si ferma. «È bellissima» sussurra, osservando i riflessi che si rincorrono sulla sua superficie. «Non ho mai visto nulla del genere.»
«È lei?»
«Ah, non lo so. Non sono un vodnìk, non sono capace di vedere attraverso una barriera come questa.»
«Allora che si fa? Puoi spezzarla?»
«Certo che posso, chi cazzo credi che sia? Però non ti dispiace se lo spirito là dentro si disperde o rimane danneggiato, vero?»
«Ehi, scusa se ho provato a dare un suggerimento! Cosa faresti allora?»
«Secondo me ci sono due possibilità. La prima, la più sicura, è un po’ di necromanzia vecchio stile, che richiami qui l’anima dall’altra parte della barriera…»
«Bene, che aspettiamo?»
«…ma» continua, aggrottando la fronte per rimproverarmi «per quella servono degli ingredienti. Vino, miele e latte, per cominciare.»
«E dove lo troviamo il miele? Vuoi che vada a chiederlo alle meliadi?»
«Hai delle amichette tra le ninfe, no?»
«Solo tra quelle che non ti trafiggono il cuore per poi appendere le tue ossa agli alberi.»
«Allora immagino che anche procurarsi un agnello nero sia fuori discussione…»
«Ti diverti a farmi perdere tempo?»
«La maggior parte delle volte sì» ammette, ma mentre lo dice il suo solito ghigno gli scompare dalle labbra. Non mi capita spesso di vederlo serio. «Ma la verità è che stavolta preferirei davvero evitare la soluzione alternativa.»
«Che sarebbe?»
«Separare momentaneamente l’anima di qualcuno dal suo corpo, mandarla nella sfera a parlare con chiunque si trovi lì dentro, e sfruttare il legame che ha ancora col mondo materiale per riportarla indietro senza dover distruggere la barriera.»
«E perché questa opzione non ti piace?»
«È pericolosa. Se Jindrich ha detto la verità là dentro c’è uno spirito potente. Chi ci entra potrebbe rimanerne sopraffatto, perdersi in un mondo mentale che non gli appartiene fino a dimenticare se stesso. E se per miracolo non dovesse succedere, anche solo riportare l’anima nel suo corpo potrebbe causare danni gravi, se a occuparsi dell’operazione non è un necromante che sa davvero il fatto suo.»
Abbasso gli occhi sulla sfera. Io, lo stanzino, Malombra siamo dei riflessi distorti sulla sua splendente superficie. Sotto la quale forse sta sognando una sirena assassinata, a cui è stata negata anche la misera consolazione di morire in pace. «Per fare questo quali ingredienti servirebbero?»
«Niente che non abbia già.» Batte con l’indice contro la lente scura dei suoi occhiali.
«E tu sei un bravo necromante, no?»
«Il migliore che… Ehi, aspetta, che significano queste domande?»
«Che ormai ho portato quell’anima qui. Che il figlio di puttana che ha ucciso Tessalonica è la causa dell’ondata di violenza e repressione che sta distruggendo tutto quello per cui abbiamo lavorato. E allora, arrivati a questo punto, tanto vale provare ad andare a fondo a questa faccenda e risolverla, no?»
«Tu non sai cosa stai dicendo!»
«Sto dicendo che, con tutto che sei uno stronzo irresponsabile, mi fido delle tue capacità.» Mi tendo verso di lui, incrociando il suo sguardo. Nell’occhio che riesco a vedere, nell’espressione del suo volto, posso riconoscere la sorpresa, forse il panico. Ma anche un’ombra di orgoglio ed eccitazione. «Malombra, mandami là dentro!»

(continua qui)

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