Fabula XXIX

I lemuri che ci hanno circondato quando abbiamo scavalcato il muro di cinta del santuario erano in cinque. Spiriti diversi dal solito, con rozze maschere di plastica, cartapesta o ceramica, armati di tonfa, sfollagente e coltelli da caccia. I loro abiti erano un’accozzaglia di stracci di stili ed epoche diverse. Mila e Folco li hanno distrutti con una facilità che ha sorpreso anche loro, e così siamo riusciti a fuggire prima che gli altri si accorgessero di noi.
Perché ce n’erano altri. Molti altri. E sapere che ci stanno cercando non mi lascia tranquillo.
«Quei lemuri così fragili sono stati creati da qualcuno.» Folco è seduto al tavolo della mia cucina. Tra le mani ha la maschera di legno nero dello spettro con cui aveva fatto amicizia, che ha liberato e congedato da pochi minuti. «Anime manipolate e trasformate, danneggiate oltre ogni possibilità di guarigione. Una cosa orribile.»
«Un lavoro da necromante. Qualcuno si sta creando un piccolo esercito di fantasmi. E forse ho anche riconosciuto la mano.» Mila è dietro di lui, in piedi accanto a una finestrella, e tiene d’occhio la strada sbirciando attraverso la tenda. Non si è sfilata di dosso la cinghia che regge la spada.
«Va bene, ma come li fermiamo? Possibilmente prima che ci trovino.» Non avrei dovuto portarli nel mio appartamento. È stata un’idea orribile. È pericoloso per tutti quelli che abitano in questo edificio. E il cumulo di sacchetti di rifiuti della differenziata fuori dalla porta non è uno spettacolo che avrei voluto mostrare a degli estranei.
Ma questo è l’unico posto più o meno protetto che mi è venuto in mente quando stavamo correndo senza meta per le strade. Insieme a un altissimo sciamano tatuato e una donna con una spada non avevo molte possibilità di confondermi tra i passanti.
«Basta trovare chi li controlla e ucciderlo. Non sarà un problema, vero?» La seconda parte della frase Mila l’ha sussurrata alla sua arma, che in risposta ha tremato leggermente dentro il fodero. «Però non sarebbe stato necessario se voi due non aveste infilato il naso dove non dovevate.»
«Già, come abbiamo fatto a sospettare di una donna che ha a che fare con degli omicidi e nasconde una spada senziente stermina-mostri in un armadietto protetto da una maledizione mortale?» ribatto, mentre verso un paio di pezzi di mirra nell’ingombrante mortaio di ottone che ho disposto sul tavolo insieme al mio piccolo assortimento di resine, essenze ed erbe. «Ehi, Folco, cosa ci va in un incenso contro le individuazioni magiche? Sandalo?»
«Non c’entro niente con nessun omicidio, come ve lo devo dire?» sbotta lei.
«Mmm… ce l’hai del rosmarino? O del radicchio?»
«Radicchio? Davvero? Guarda che non dobbiamo mangiarlo. E se tu non c’entri niente, perché noi due abbiamo sentito la tua presenza nel luogo in cui è morto quel monacello?»
«È stata la spada! Mi ha avvisato di una minaccia che mi riguardava e mi ha guidato fino al cadavere di quel folletto. Non ho capito cosa avesse a che fare con me e sono scappata prima di essere vista da qualcuno. Mi ha detto le stesse cose per altre due volte, ma non le ho dato ascolto.»
«Aspetta, sapevi anche degli altri due omicidi? »
«Eh? So che stava succedendo qualcosa, ma non di cosa si trattasse. E non troverai tracce che mi possano collegare a nessun altro omicidio, non provare a incastrarmi!»
«Il radicchio è una pianta della luna nuova, se l’aggiungi all’incenso…»
«E smettila anche tu» ordina a Folco, interrompendolo. «Tanto nessun trucchetto può nascondere quest’arma. Servirebbe magia vera.»
«Però sapevi che c’era stata almeno una morte che in qualche modo ti riguardava.» Frugo nella dispensa alla ricerca del rosmarino. Ha ragione, ovviamente: nascondere il potere della spada con un incenso è impossibile. Ma potrebbe bastare per occultare i documenti, lasciando a chiunque li stia cercando il dubbio che non li abbiamo portati qui. E almeno mi sembra di stare facendo qualcosa di utile. «E sei rimasta ferma ad aspettare che quello che stava accadendo arrivasse fino a te?»
«L’unico modo che qualcuno ha per individuarmi è attraverso le cose che tenevo nei capanni del tempio, e nessuno poteva farlo finché erano sotto la protezione della Divoratrice. A lei non interessava cosa ci mettevo dentro, le importa solo dei defunti. Ma voi avete dovuto rovinare tutto!»
Lancio un’occhiata di rimprovero a Folco. «Avevi ragione, non dovevo dirglielo che siamo stati noi a far allontanare la Dea» ammette.
«Però per una volta siamo in vantaggio. L’assassino vuole quei documenti.» Indico le carte che abbiamo portato con noi dal deposito, ammonticchiate alla rinfusa sul davanzale della finestra, accanto a Mila. Non ci ha permesso di toccarle. «Se scopriamo il perché…»
«Prova ad avvicinarti a un solo foglio e ti ritrovi senza occhi» mi minaccia la donna. «Quello che c’è scritto qui non sono affari vostri.»
«Beh, un po’ lo sono, visto che sono collegati alla nostra indagine» prova a intervenire Folco, ma Mila lo zittisce.
«La vostra indagine è finita. Ora che mi avete coinvolta mi occuperò io di eliminare chi sta facendo tutto questo, e voi non avrete più nulla di cui preoccuparvi. Contenti?»
«Non possiamo lasciartelo fare, lo sai. Questa è un’indagine ufficiale della EXO, ci sono delle regole da rispettare.» E ho anche un’amica che non accetterebbe di lasciar perdere il caso, e un mago che pretende un incantesimo…
«Non mi serve il tuo permesso. E non cercare di fermarmi. Non sai con chi hai a che fare.»
«Oh, io lo so!» interviene Folco sovrappensiero. È molto più concentrato sul provarsi la maschera che sulla conversazione.
«Lo sai?»
«Stronzate!» ribatte Mila.
«Dai, non dirmi che non l’hai capito!» Lo sciamano si scopre il viso e mi sorride, ignorando la donna. Negli occhi riesco a vedergli di nuovo la sua occasionale consapevolezza. «Un maestro della spada con una lama incantata in grado di distruggere ciò che è blasfemo e innaturale.» Si alza dalla sedia e si volta verso Mila. «Per forza mi sembravi familiare, sei una di quelle che ha combattuto più battaglie. Non mi sono perso un filmato della guerra, anche se facevano schifo.»
Le parole di Folco mi lasciano senza fiato. È difficile credergli, ma Mila corrisponde davvero a quella descrizione. Quella che i media avevano dato, molto tempo fa, di qualcuno che ormai dovrebbe essere morto.
«Smettila» dice Mila, e più che un ordine è una richiesta accorata. «Se vai avanti…»
«Tu sei l’Ospitaliere, uno dei 47. Non avrei mai pensato di poter incontrare uno di voi, un giorno!»
La donna chiude gli occhi. Inspira. Mi aspetto che neghi, che protesti, che scoppi a ridere o lo insulti, indignata. Ma non lo fa.
«Non dovevi usare quel nome. Ora davvero non posso più fare finta di niente. Lei non tollera che il nostro segreto sia messo in pericolo.» Riapre gli occhi, ora grigi come l’acciaio, e sguaina la spada. «Mi dispiace, ma dobbiamo uccidervi.»
Non so cosa mi prenda. Normalmente sarei spaventato, sconvolto, e magari avrei il dubbio che stia scherzando. Forse è perché l’ho vista combattere, e so che è così veloce che non posso permettermi nessuna esitazione. Comunque sia, non ha neanche finito di parlare che sono già in corsa verso di lei, il mortaio stretto tra le mani.
Non se l’aspettava, ma riesce a sollevare le braccia per parare il colpo diretto alla sua testa. Però non può bloccare la spallata di Folco, quando lui le piomba addosso e la butta a terra.
«Via!» urlo, correndo verso la porta di ingresso e mettendomi ad armeggiare con la serratura. Come mi è venuto in mente di chiuderla a chiave?
Lo sciamano è subito dietro di me quando finalmente riesco ad aprirla, e il grido di rabbia di Mila ci insegue mentre usciamo sul pianerottolo. Ci è dietro, ma ormai…
Qualcosa sotto il mio piede. Perdo l’equilibrio, e mentre cerco di recuperarlo Folco mi sbatte contro. Mi aggrappo a lui, ma ottengo solo di trascinarlo con me mentre cado e di farmelo atterrare addosso, rendendo ancora più violento l’impatto col pavimento.
Inciampato sui sacchetti della spazzatura. Ecco cosa ci guadagno a fare la raccolta del vetro…
Provo a districarmi da Folco e a rialzarmi, ma prima che ci riesca Mila è già lì, la spada sollevata, tristezza nei suoi occhi color metallo.
Che si trasforma in sorpresa quando una piccola sfera fiammeggiante si materializza dal nulla proprio davanti a lei, per poi esplodere con una forza tale da sbalzarla all’indietro, lanciandola dentro il mio appartamento. Dal rumore penso abbia colpito e rotto qualcosa, ma non riesco a preoccuparmene in questo momento.
Mi volto, concedendomi un profondo sospiro di sollievo. «Complimenti per il tempismo!»
Silva ha ancora un piede sulle scale, e dalla sua mano sinistra, puntata in avanti, si leva un filo di fumo. «Guarda, non mi interessa perché quella donna stia cercando di ucciderti.» Si avvicina a passi pesanti fino a torreggiare sopra di me, e indica Folco con un dito. «Ma spero che tu abbia una spiegazione dannatamente buona su cosa ci fa lui qui!»

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