Fabula XXVIII (terza parte)

(continua da qui)

Osservo i volti dei miei compagni. Qualcuno annuisce, altri sembrano dubbiosi. Non posso credere che ci stiano pensando davvero. Non se la ricordano la guerra?
Miriam si guarda nervosa alle spalle. «Non dovremmo parlarne qui…»
Paolo scuote la testa. «Pensi che non sappiano già tutto? I mostri sono consapevoli di correre un rischio ad armarci, come noi corriamo un rischio ad aiutarli. E sanno quali sono i nostri obiettivi, come noi conosciamo i loro. Ma la priorità per tutti noi è eliminare il Tribuno, indebolire lo status quo. Solo allora sarà possibile un cambiamento, in una direzione o nell’altra.»
«Paolo, ti rendi conto di cosa stai dicendo?» lo interrompo. «Anche ammesso che davvero cacciare il Tribuno sia possibile e porti a uno scontro tra i non-umani, chi ti garantisce che la gente si solleverà insieme a noi? E il Tribuno e i templi, per quanto mi dispiaccia dirlo, garantiscono un minimo d’ordine. Senza di loro…»
«Senza di loro non saremo più vittime di ipocrisie e falsità!» Paolo mi afferra per le spalle e mi tira a sé, così vicino che sento il suo fiato sul volto. «I mostri non si nasconderanno più. Nessuno potrà illudersi di poter convivere con loro, far finta di non vedere che sono solo dei parassiti e dei predatori che si nutrono della carne e dell’anima degli esseri umani. Finalmente ricominceremo a combattere!»
«Quando abbiamo combattuto c’è stato un massacro.» Parlo lentamente, cercando di calmarlo, di farlo ragionare. «E stavolta potrebbe andare anche peggio. Non siamo attrezzati per una guerra. Nessuno tra di noi ha idea di come si organizzino degli uomini o si conduca una battaglia. E tu?»
«I 47 lo sanno. E quando sarà il momento si schiereranno al nostro fianco.» Mi lascia andare e si rivolge agli altri. «Non sono tutti morti, ve l’ho già detto. Dovete credermi, lo so per certo!»
Un mormorio sale dai miei compagni. È Vanni a esprimerlo ad alta voce. «Non è che non ci fidiamo di te. Però dai, se fossero vivi dove sarebbero?»
«Ben nascosti, mimetizzati tra la gente. Pensateci! Nessuno conosce i loro veri nomi, e i filmati e le foto dell’epoca sono un disastro a causa degli effetti della Frattura sugli apparecchi digitali, quindi non siamo neanche sicuri del loro aspetto. Potrebbero abitare nella casa accanto alla vostra e non potreste saperlo. E non sono rimasti con le mani in mano, oh no. Di chi credete che sia opera, il piano di cui stiamo discutendo qui?»
Sollevo gli occhi. «Questa supera ogni limite! I 47 che si mettono a collaborare coi non-umani, certo!»
Paolo sospira. «Come vuoi…» Mi spinge via ed esce dal piccolo cerchio che abbiamo formato. «Ehi, Zampa de Gal!» chiama. «Vieni qui un attimo, abbiamo bisogno di te.»
«Uh? Di me?» Il folletto si avvicina. «Cosa posso fare per i miei piccoli umani?» La serietà con cui pronuncia quelle parole mi mette a disagio.
«Tu lo sai chi ha organizzato questa operazione. Voglio che lo sentano anche da te.»
«Ci sono problemi? La signora non sarà contenta se le causerete dei fastidi.» La creatura ci lancia un’occhiata feroce. «E se i tuoi non si fidano della tua parola non credo lo farebbero della mia.»
«Non sono stupidi, non si fiderebbero mai di un mostro. Ma voialtri siete legati da una serie piuttosto utile di regole.» Gli porge il ciondolo, che ha ancora in mano, ottenendo in risposta una smorfia disgustata. «Questo è di ferro freddo. Protegge dagli inganni delle creature come te. Ho bisogno che tu lo prenda in mano e faccia un giuramento. Se sarai sincero il contatto col metallo non ti farà del male, altrimenti…»
«Guarda che non sono uno dei tuoi schiavetti, umano. Puoi infilarti quella collana nel culo, per quello che mi interessa.»
Zampa de Gal fa per voltarsi, ma Paolo gli si mette rapido davanti. «Non fare lo stronzo. A te non costa niente, e se non mi dai una mano dovrai andare a dire alla tua signora che per colpa tua non collaboreremo più con lei.» Fa penzolare il corno davanti alla faccia del folletto. «Allora?»
«Dai Paolo, non è necessario, lascia stare» dice Miriam, ma lui non le dà retta, e nessun altro di noi si unisce alla sua richiesta. Non so gli altri, ma io voglio sapere.
Trattengo il fiato mentre Zampa de Gal afferra con cautela il ciondolo con la mano destra, non facendo nulla per nascondere quanto la cosa gli faccia schifo, e vi posa sopra anche la sinistra, un arto deforme con tre sole dita, sormontate da lunghe unghie ricurve. «Che cosa ridicola» sbotta. «Allora, che devo fare?»
«Giura, sulle tue mani, sul tuo vero nome e sul masso che fu la tua prigione. Giura che dirai la verità, e rispondimi: è vero che il piano di cui siamo qui a discutere è stato ideato da uno dei 47, insieme alla tua signora?»
Mi tendo in avanti, gli occhi fissi sul volto della creatura. Voglio essere sicuro di non perdere nessuna smorfia di dolore, nessun tentativo di resistere alla sofferenza. E di non farmi sfuggire un giro di parole o un tentativo di eludere la domanda.
Zampa de Gal risponde con voce monotona ed esasperata. «Lo giuro, sulle mie mani, sul mio vero nome e su quel maledetto sasso. Quello che hai detto è la pura verità.»
Niente. Nessuna esitazione o variazione nel tono. Le mani non si sono scostate e non hanno tremato. Non può aver mentito. Paolo ha ragione. Ha sempre avuto ragione.
Il folletto fa cadere il corno di metallo e si allontana pulendosi le mani sui pantaloni. Gli altri si fanno attorno a Paolo, ma non ascolto cosa stanno dicendo. Posso immaginare che si stiano scusando con lui e assicurandogli il loro appoggio.
Dovrei farlo anche io. Noi siamo i seguaci dei 47, se ci danno delle istruzioni dovremmo seguirle. Ero incazzato perché non sapevo cosa fare, e ho avuto la mia risposta: prendere un fucile e andare in battaglia. Loro sono tra noi, e vogliono che io combatta.
Seguo il gruppo mentre torna a unirsi ai CRU e Zampa, tenendo la testa bassa. Non è che non abbia già combattuto prima, del resto. Ho portato i due agenti della EXO in quel cortile, sapendo che saremmo potuti morire tutti. Certo, c’erano delle differenze. Saremmo stati solo noi tre, e stavo proteggendo tutti i miei compagni. E non sarei stato io a uccidere in prima persona. A premere il grilletto.
Quella stessa sera una ragazza aveva tentato di darmi in pasto alle empuse. Chissà se anche lei si dice le cose che mi sto dicendo io, quando vuole convincersi di non essere un’assassina.
Sento che vengono presi degli accordi. Il nostro compito sarà recuperare le armi e distribuirle al momento giusto. Ci sono creature contro cui le pallottole non servono a nulla, ma la maggior parte, se anche non può morire per le ferite inflitte da armi comuni, sente il dolore che provocano. E ci sarà da combattere anche contro esseri umani: la polizia, molte delle Furie. Lo stesso Tribuno è un uomo…
Vedo, come se stessi osservando la scena su uno schermo, senza prendervi parte davvero, Zampa de Gal andarsene, Paolo e Cino stringersi la mano, gli uomini dei CRU che ci mostrano un’uscita secondaria. Cammino piano dietro gli altri, lungo un sottopassaggio illuminato a malapena dalla luce che arriva dalla strada attraverso delle grate sul soffitto. Sento i piedi pesanti, e a ogni passo pesto qualcosa di molliccio nella fanghiglia che ricopre il pavimento.
Non so se ce la posso fare. Va bene, sono capace di mettere a repentaglio la vita di altre persone, se non vedo alternative e ho qualcuno da proteggere. Ma davvero non ci sono alternative, in questa situazione? Possibile che non ci sia una strada che non termini in un bagno di sangue? Io…
Quasi vado a sbattere contro un muro. Immerso nei mie pensieri, non mi ero reso conto di dove stessi andando. E mi accorgo solo adesso di essere solo. Mi sa che sono rimasto indietro.
Mi sembra di sentire delle voci alla mia sinistra, ma non so se posso fidarmi dell’eco di questi corridoi. Se andassi nella direzione sbagliata e mi perdessi?
«Ragazzi!» chiamo. «Ehi, mi sentite?» Ma le mie parole che si ripetono sono l’unica risposta.
Qualcosa mi sfiora la spalla. Mi volto con un grido, e mi ritrovo a fissare Zampa de Gal. «Oh, n-non ti avevo proprio sentito avvicinare» balbetto. Come ha fatto a essere così silenzioso?
«Stai bene? Che ci fai qui tutto solo?» mi chiede. I suoi occhi, due braci che brillano nella semioscurità, mi squadrano da capo a piedi.
«Sto bene, mi sono solo distratto e… Raggiungo subito gli altri.» Imbocco il corridoio a destra. Non importa dove finirò, non voglio rimanere da solo con lui.
«Meglio se ti accompagno io, no? È facile perdere l’orientamento qui sotto…» Non ho fatto due passi che mi è ricomparso davanti. Non sono neanche riuscito a vederlo muoversi.
«Va bene, adesso basta. Che cosa vuoi?»  gli chiedo, con una sicurezza che non sento. Non sono in una buona situazione. I calzini che indosso alla rovescia possono proteggermi dalle illusioni, ma questo è quanto. Il mio ciondolo non è neanche di ferro come quello di Paolo.
«Credevo di aver dato una mano a risolvere ogni questione, con quel giuramento di prima. Non sai quanto mi è costato toccare quell’affare ripugnante.» Rabbrividisce al ricordo. «Ma pare non sia stato sufficiente. Riesco a sentire il fetore dei tuoi dubbi persino sopra la puzza di questo posto.»
«Non sono affari tuoi» ribatto. Inizio a indietreggiare. Riuscirò mai a correre più in fretta di lui? «Abbiamo risolto la questione e siamo tutti d’accordo, giusto?»
Zampa de Gal scuote la testa. «Temo di no. I dubbi non sono una buona cosa. Non se sono così profondi. Cosa succederebbe se qualcuno in preda a una crisi di coscienza andasse a spifferare in giro del nostro piano?» Infila la mano sotto la giacca.
Non posso più aspettare. Mi getto contro di lui, lo colpisco con una spallata. Lo prendo così di sorpresa da sbilanciarlo, liberando il corridoio di fronte a me. Devo correre, il più veloce che posso.
Arrivo a un angolo e mi guardo indietro. Zampa de Gal si è rimesso in piedi, ma non sembra avere fretta di inseguirmi. Nella mano umana ha una pistola. Ricomincio a correre.
«Bravo, così si fa. Non mi sono mai piaciute le conquiste troppo facili.» La sua voce mi circonda, mentre annaspo tra schizzi di melma e cerco di non scivolare. Sembra vicinissima, ma non lo vedo. Cazzo, ci dev’essere una via d’uscita da qualche parte!
«Però te lo devo dire, per sportività.»
Una scala che va verso l’alto! Salgo i gradini a due a due e arrivo su un pianerottolo, davanti a una porta di ferro. Mi aggrappo alla maniglia, disperato. Gira! La apro e mi precipito fuori, finalmente in strada.
E mi fermo di botto dopo due passi, la canna di una pistola puntata dritta in faccia. Zampa de Gal  mi guarda con compassione, prima di parlare.
«Nessuno può sfuggirmi.»

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