Fabula XXVIII (seconda parte)

(continua da qui)

Ci raggruppiamo attorno a Paolo, una decina di persone. Conosco tutti, gente fidata, devota alla causa. Nessuno ha l’aria di sapere perché siamo qui.
L’occhialuto dei CRU si avvicina, presentandosi come Cino. Ci indica una porta in fondo al salone. «Andate avanti» dice. «Vi raggiungo subito.»
«Cos’è questa storia?» chiedo a Paolo, affiancandomi a lui mentre ci fa strada.
«Stiamo collaborando a un progetto con i CRU e altri gruppi. Una cosa grossa» risponde a mezza voce. Apre la porta e mi fa cenno di entrare. «Vedrai!»
Dall’altra parte ci sono due uomini con delle torce elettriche. Senza dire una parola ci guidano attraverso un corridoio buio, una rampa di scale che scende verso il basso, una porta tagliafuoco. Più andiamo avanti, più spesso riesco a intravedere alle pareti amuleti, specchi dalle forme bizzarre, simboli protettivi. Qualcuno si è dato parecchio da fare per proteggere questo posto da veggenti e spie mistiche.
Alla fine arriviamo in una stanza bianca e umida, con un pavimento di piastrelle rotte e che odora di muffa, incenso al sandalo e altri aromi che non riesco a riconoscere. Da qualche parte nel buio dell’acqua sta gocciolando, e cose piccole si muovono in fretta. Mi ripeto con convinzione che si tratta certamente di topi.
Non mi sento tranquillo. Cerco lo sguardo di Miriam, che mi rivolge un sorriso rassicurante. Ma anche lei non era così pallida fino a poco fa.
L’unico che sembra rilassato è Paolo, che sta chiacchierando sottovoce coi due uomini dei CRU. Quando incrocio il suo sguardo mi strizza l’occhio.
Cino ci mette un po’ a raggiungerci, accompagnato da altre due persone. «Scusate il ritardo, ho voluto assicurarmi che fossero usciti tutti.»
«Hai fatto bene, meglio essere più prudenti del solito, arrivati a questo punto.» risponde Paolo. «Allora, novità?»
«Abbiamo perso una partita di volantini, ma altre due sono state consegnate, e anche molti manifesti. La distribuzione è già avviata, presto riempiranno le strade.»
«Di cosa stanno parlando?» mi chiede Miriam.
«Non ne sono sicuro. Paolo qualche tempo fa mi ha fatto vedere del nuovo materiale di propaganda che attaccava il Tribuno. Forse si tratta di quello.»
«Ed è un buon motivo per un incontro del genere? Non avrà esagerato?» Accompagna le parole con una risatina nervosa. Mi stringo nelle spalle.
«Abbiamo anche compilato l’elenco delle mobilitazioni previste nei prossimi giorni. La manifestazione al palazzo del Tribuno sarà questo fine settimana» continua Cino. «Noi, come CRU, non potremo partecipare ufficialmente, ma voi dovreste esserci. Pare che vogliano dare l’annuncio lì.»
«Scusate, quale annuncio?» chiede qualcuno dietro di me, forse Vanni o Sante. L’eco di questa stanza distorce le voci.
Paolo si volta stizzito, ma non è lui a rispondere.
«Quello che rovescerà la dittatura del Tribuno.» Un uomo è fermo sulla porta. Non ha nessuna fonte di luce con sé, ma i suoi occhi brillano rossastri quando riflettono quella delle torce. Devo aspettate che si faccia avanti per distinguere qualcosa di più: alto, giovane, un volto pallidissimo e perfetto che mi ricorda fastidiosamente quello delle empuse. Indossa un elegante completo scuro e porta con sé un borsone voluminoso dall’aria davvero pesante, ma che lui regge con una sola mano senza difficoltà. Non serve un grande intuito per accorgersi che è un qualche tipo di folletto. «Che succede, pupazzo dei 47, ci prepariamo a una battaglia e i tuoi non sanno neanche di cosa si tratta?»
«È stato più prudente non parlarne prima del dovuto, Zampa de Gal. La polizia ci dà la caccia, e ultimamente anche l’EXO.» Paolo si volta verso il nuovo arrivato, braccia incrociate. «E comunque non sono affari tuoi.»
«Come preferisci. Comunque, per chi ne ha bisogno, il riassunto è che una coalizione di gente di buona volontà sta per prendere a calci in culo il governo della città.» Zampa de Gal ci arriva davanti e lascia cadere a terra il borsone, che atterra con un tonfo e un rumore metallico, poi si rivolge a Cino. «E qui c’è l’occorrente per la festa, con gli omaggi della mia signora. Un campione, per darvi un’idea. Il resto è in una serie di luoghi sicuri, sta a voi recuperarli.»
«Quello è compito nostro» interviene Paolo.
«No, aspettate, cosa c’è là dentro?» chiedo. Non mi piace la piega che sta prendendo la situazione.
«Un momento, adesso vi spiego tutto, se mi lasciate…»
Miriam non resta ad ascoltarlo. Mi spinge di lato, si china e fa scorrere la cerniera del borsone con un gesto secco. Ci facciamo tutti intorno a lei mentre lo apre.
All’inizio non mi rendo conto di cosa sto guardando. Vedo la luce che cade su legno e metallo brunito, oggetti dalle forme allungate, altri più tozzi, i volti sorpresi dei miei compagni… E poi capisco di cosa si tratta, e per un attimo mi sembra che il mio cuore smetta di battere.
Armi. Due grossi fucili in cima, e un altro più piccolo che si intravede sotto di loro. E pistole, almeno quattro, forse di più.
Cazzo. E chi l’aveva mai visto dal vivo, un fucile? Ormai le armi da fuoco sono rarissime. Neanche i poliziotti le portano più, se non hanno un motivo dannatamente valido per farlo. E io invece ho un maledetto arsenale sotto il naso.
«Paolo, sei impazzito davvero?» So che non dovrei parlargli così, non davanti ai membri di altri gruppi. Vedo i ragazzi dei CRU abbassare lo sguardo, Zampa de Gal ridacchiare. Ma in questo momento non me ne può fregare di meno.
«Scusatemi un attimo…» Paolo mi afferra per un braccio e mi trascina in un angolo della stanza, il più lontano possibile da Cino e dal folletto. I nostri compagni ci seguono. «Non ti permettere mai più di parlarmi così in pubblico» mi sputa in faccia appena si ferma, incazzato ma sforzandosi di tenere bassa la voce.
«Ma ti rendi conto? Quel tizio ci ha portato una borsa di fucili! In cosa ci hai coinvolto?»
«Sto facendo il lavoro per cui è nato questo gruppo! Cosa credevate, che avremmo continuato a scrivere sui muri per sempre?» Fa scorrere lo sguardo su ognuno di noi, piano. «Si è presentata l’opportunità di fare qualcosa di concreto e ne ho approfittato. C’è gente a cui non va a genio il Tribuno e che si è organizzata da tempo, in attesa del momento giusto per colpirlo. Hanno in mano qualcosa che potrebbe fargli rivoltare contro l’intera città, umani e non. E adesso che la tensione è già così alta…»
«Sì, ma quello è un mostro, che cosa c’entra con noi?» interviene Vanni.
«Anche tra di loro c’è chi ha problemi col governo e col fatto che i santuari abbiano tutto quel potere. Guardate, a questo progetto stanno collaborando i CRU, le associazioni per i diritti dei non-umani, alcune bande e pure qualche mostro. E allora?»
«E le armi?» insisto.
«Precauzione. Di fronte a una rivolta di grandi dimensioni il Tribuno potrebbe semplicemente decidere di dimettersi, magari sparire. Ma se invece dovesse tentare la strada della repressione, il popolo avrà bisogno di un modo per difendersi dalle Furie e da chiunque altro si schiererà con lui.»
«Va bene, ma cosa ci importa?» chiede Miriam. «Se anche tutto questo dovesse avvenire, con un altro al posto del Tribuno per noi cosa cambierebbe?»
«I templi non lasceranno il potere senza combattere. Una volta caduto il Tribuno i non-umani si scontreranno per il controllo della città. E mentre si massacreranno tra di loro noi avremo la nostra opportunità.»
Finalmente inizio a capire. Cerco di guardare Paolo negli occhi, per scoprire quanto sia serio, se in lui ci sia ancora un po’ di lucidità che contraddica la follia delle  sue parole. Ma è troppo buio per distinguerli. «Tu vuoi scatenare una nuova guerra» sussurro, più a me che agli altri.
«Esatto. Solo che questa volta sapremo tutti contro chi combattiamo. Non ci saranno solo 47 eroi, ma migliaia di esseri umani consapevoli. E tra di loro cambiati, fattucchieri, maghi, se siamo fortunati, chi può dirlo? Stavolta possiamo vincere, possiamo sbattere di nuovo tutti i mostri dall’altra parte della Frattura!» Si sfila il ciondolo dal collo e lo solleva tra le mani, mostrandocelo. «I corni stanno suonando, fratelli. È il momento che stavamo aspettando. Siete pronti a rispondere alla chiamata?»

(continua qui)

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