Fabula XXVII (prima parte)

Non credo, in realtà, che il lemure si muova particolarmente in fretta, ma a me sembra rapidissimo. La spada tra le sue mani è una macchia confusa che so mi cadrà addosso da un momento all’altro.  Non riesco a pensare ad altro.
Le mie gambe però hanno più buonsenso di me, e si mettono in movimento senza che neanche me ne accorga.
Il prefabbricato è proprio alle mie spalle. Voltandomi mi ritrovo ad attraversarne la porta, che sbatto dietro di me, appoggiandomici contro con le braccia e il petto per tenerla chiusa col mio peso.
Quando la spada la colpisce l’urto quasi mi sbalza a terra. La lama sfonda il pannello di legno, fermandosi a un paio di centimetri dalla mia testa.
Urlo per lo spavento e mi accovaccio. Mentre il lemure cerca di liberare la sua arma frugo nella borsa alla ricerca di qualcosa di utile, e la prima cosa che mi ritrovo in mano è il sacchetto degli astragali.
Lo spettro sfila la spada dalla porta. Mi sposto, lasciando che si apra lentamente, mentre svuoto il sacchetto sul pavimento. Quando il lemure attraversa la soglia la prima cosa che si trova davanti è un mucchietto di piccole ossa.
Non distoglie lo sguardo da me, ma si ferma. Indietreggio finché non sbatto contro degli scatoloni. Non oso neanche respirare.
Posso vedere la sua indecisione, la sua lotta interiore per tenere la testa alta e le dita strette intorno all’elsa. Ma la maschera continua ad abbassarsi, attratta da una forza irresistibile. Mi faccio a lato, verso l’armadietto, che intanto ha smesso di agitarsi. Scorro con lo sguardo le scritte sulle varie scatole, alla ricerca di qualcosa di utile. Non ho molto tempo.
Il lemure esita ancora qualche secondo, poi si butta in ginocchio, per disfare il mucchietto di astragali in modo da poterli contare. Tiro un sospiro di sollievo. Dover contare quanti sono i piccoli oggetti in un cumulo, non importa se fatto di cose comuni come il grano o più insolite come le conchiglie, è una delle compulsioni più diffuse tra spiriti e folletti, ma non ero certo che affliggesse anche i lemuri.
Devo comunque fare in fretta, le ossa sono troppo poche. Ma sono circondato da scatole di cianfrusaglie. Magliette e magneti da frigo non mi sono d’aiuto, ma il pacco di medagliette che sollevo sopra la testa forse sì.
«Ehi, tu!» grido al lemure. Non ho mai parlato con una di queste creature, ma Folco dice che basta provarci. E riesce anche a farlo sembrare facile.
Lo spettro mi rivolge un cenno infastidito, mentre continua a contare sulle dita. Solo quando finisce volta la maschera verso di me, e fa per rialzarsi.
«Non lo fare, o butto questa a terra! Ci sono moltissimi piccoli ciondoli qua dentro, si spargeranno ovunque e tu dovrai smontare questo posto per riuscire a contarli tutti.» Non credo che funzioni così. Le storie parlano sempre di oggetti disposti tutti insieme in modo ordinato, non gettati alla rinfusa. Ma chi può essere certo di quali siano con precisione le regole e i confini di certi istinti? Con un po’ di fortuna, non lui.
E invece il lemure mi ignora. Si solleva in piedi, rimette entrambe le mani sull’impugnatura della spada. Riesco a immaginare quello che sta per succedere. La lama che si muove in un rapido arco, schizzi di sangue dalla mia gola tagliata che volano dappertutto… È solo per disperazione che proseguo. «Ti ci vorrà così tanto tempo che la Divoratrice tornerà a proteggere questo posto prima che tu abbia finito. Cosa succederà quando ti scoprirà?» grido.
Non riesco a tenere gli occhi aperti quando fa un passo verso di me. Sento il cuoio dei suoi vestiti scricchiolare, il lieve rumore della spada che viene portata in posizione. Mi preparo a tirargli la scatola addosso non appena lo sentirò muoversi per colpire. Forse così riuscirò a schivare il primo colpo. E forse lui si metterà davvero a contare i ciondoli, se ne cadranno abbastanza nello stesso punto, e allora potrò… Cosa? Non c’è spazio per aggirarlo qui dentro, e non credo resterebbe fermo e tranquillo mentre lo scavalco.
No, a quello penserò dopo. Ora devo concentrarmi sul sopravvivere all’attacco.
Che non arriva. Non riesco a sentire alcun rumore nella stanza. Mi azzardo a socchiudere le palpebre. Il lemure è ancora di fronte a me, la spada impugnata in modo da portare un fendente dal basso verso l’alto, ma non si muove. Solo la sua testa ondeggia appena, prima da una parte e poi dall’altra.
Mi ha capito! Sta riflettendo su quello che gli ho detto! I lemuri sono capaci di pensiero autonomo e decision-making è una frase che ho ripetuto spesso ai potenziali clienti, quando lavoravo al call-center. Almeno quella non era una balla, anche se sembra un processo faticoso e lento.
«Che ci fai qui? Vuoi me, o Folco? O stai cercando qualcosa?» Il lemure non risponde, ma indica con la testa qualcosa dietro le mie spalle, in direzione dell’armadietto. Folco aveva ragione. «Capisco. Non c’è bisogno di combattere o uccidere, sai? Puoi prendere tutto quello che ti serve. Non siamo qui per fermarti» dico, scandendo bene le parole. Mi sposto, lasciandogli libero il passaggio. «Ecco, fai pure.»
Dopo un attimo di incertezza lo spettro mi passa accanto. Non posso crederci, ce l’ho fatta! L’armadietto è maledetto, anche se è uno spirito non può aprirlo senza conseguenze. Ma ha ricevuto un ordine, e non potrà fare a meno di provarci lo stesso. E allora…
Il lemure lascia cadere la spada e si china. Non ha degnato l’armadio di uno sguardo. Sta raccogliendo lo scatolone pieno di documenti, quelli che non ho fatto in tempo a esaminare prima.
Questo non l’avevo proprio previsto. Cos’è che vuole portare via? Quello che stava cercando Folco può essere lì dentro? Possibile che lo sciamano si sia lasciato distrarre dal sigillo magico e non se ne sia accorto?
Il lemure poggia la scatola su una spalla, per poterla reggere con una mano sola, poi fa per abbassarsi di nuovo per raccogliere la spada. Se voglio fermarlo devo farlo adesso. Se solo avessi idea di come fare…
«Signore? Signore, sta bene?» La voce viene dall’esterno. Mila ha trovato Folco. Proprio adesso doveva arrivare? «Ma che sta succedendo?» Si affaccia alla porta, e quando vede me e lo spettro resta paralizzata per un attimo. Mi aspetto che urli, o scappi, o inizi a chiamare aiuto. E invece si fa avanti, il volto deformato dalla rabbia. «Ehi! Cosa cazzo credete di fare?»
Ostilità. Questa è una cosa che i lemuri comprendono benissimo. Lo spirito lascia cadere la scatola, spargendo fogli per tutto il pavimento, e si piega deciso verso la spada.
Non posso lasciarlo fare, o ucciderà Mila. Torno al piano originario, e abbatto sul lato destro della sua testa il pacco che ho ancora in mano, facendo saltare ovunque decine di medagliette tonde o ovali.
Il lemure barcolla verso sinistra e io ne approfitto per afferrare la spada. «Vai via, subito!» urlo a Mila, brandendo l’arma.
Non avevo mai impugnato una spada vera, prima d’ora. Mi sento impacciato, è troppo lunga e pesante per me, ma non importa. Il mio avversario è a due passi, ed è disarmato.
Stringo entrambe le mani sull’elsa e porto la spada sopra la testa, la punta rivolta verso la mia schiena. Un fendente secco, aiutato dalla gravità e da tutto il peso del mio corpo, dritto contro la maschera del lemure. Quanto può essere difficile?
Accompagno le braccia che si abbassano con un urlo rabbioso.
E il grido copre il rumore della lama che colpisce il legno, quando a metà del movimento si conficca nel soffitto della casetta. Per poco non cado in avanti, e poi resto a guardare, incredulo, la spada rimasta incastrata sopra di me.
Mi accorgo a malapena del fatto che il lemure si è rialzato. E non vedo il suo gomito finché non mi arriva dritto in faccia, in un’esplosione di dolore.

(continua qui)

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