Fabula XXVI

La Sibilla ha una voce che suona come il crepitare di foglie secche calpestate. Anche nell’aspetto le ricorda: piccola, raggrinzita, la pelle, che le pende attorno al corpo come una veste, segnata da spaccature e di un malsano colorito marrone pallido. Mi aspetto che si polverizzi ogni volta che si muove.
Ovviamente non succede. Lei non può morire, pare. Cristoforo, che, a sentire lui, la conosce da secoli, dice di aver provato ad aiutarla a porre fine alla sua vita decine di volte, nei periodi peggiori. Ma in questo momento, se sta pensando a una morte, di sicuro non è la sua.
«Sono delusa. Tanto, tanto delusa» si sta lamentando. Attraverso le sbarre della sua gabbia riesco a intravederne gli occhi minuscoli. Sono lucidi, ma del resto lo sono sempre. «Ve la siete fatta sfuggire, e avete presentato un rapporto pieno di supposizioni e senza niente su cui si possa lavorare.»
Io e Fra siamo in piedi una accanto all’altro, di fronte alla gabbietta per uccelli di metallo che pende dal soffitto, al centro dello stanzone che gli impiegati degli altri dipartimenti dell’Ufficio del Tribuno chiamano Salone delle Furie. I nostri colleghi tengono le teste chine sulle loro scrivanie, fingendo di non ascoltare. Solo Irene ogni tanto sbircia.
«Non avevamo tutte le informazioni necessarie.» Sapevo che prima o poi avremmo dovuto rendere conto del fallimento nel catturare l’huldra, ma non credevo che avrei dovuto farlo appena rientrata al lavoro, coi punti alle ferite rimediate nell’ultima missione che ancora mi prudono. «Pensavamo di dover affrontare una minaccia fisica. Non si era mai parlato di incantesimi e artefatti magici.»
«O del fatto che quella tizia avesse a che fare coi lupi» aggiunge Fra, con un’espressione risentita che farebbe invidia a Hugh Jackman.
«Oh, quindi è colpa mia, vero? Lo so, non posso aspettarmi che un’agente esperta sia in grado di affrontare situazioni impreviste o che l’ospite di uno spirito sappia qualcosa dell’animale che vive dentro di lui. A cosa pensavo?» La Sibilla si lascia cadere sui piccoli cuscini che riempiono il fondo della gabbia con un braccio a coprirle il volto, in una posa drammatica da diva dei film muti.
Scuoto la testa. «E comunque abbiamo recuperato informazioni preziose. Delfine sta complottando qualcosa, dovremmo arrestare lei invece di perdere tempo dietro alle sue pedine.»
«Oh Dei, datemi la forza!» Lei si tira su aggrappandosi alle sbarre. «Di Delfine sospettavamo già. Ma se proviamo a toccare una drakaina senza prove solidissime ogni non-umano della città cercherà di mangiarci la faccia. E le cose dette al lupo che vive dentro uno dei nostri agenti da qualcuno che non è neanche qui per confermarlo sono prove orribili. Orribili!»
«Non mi ha parlato solo di Delfine, però» borbotta Fra, abbassando lo sguardo sul pavimento.
«No! Non cominciare nemmeno con quella storia, non la voglio sentire!» Si copre le orecchie con le mani. «I 47 sono morti, ringraziando gli Dei, e tali resteranno.»
«Il lupo è bravo a capire se gli stanno mentendo! L’huldra…»
«Non ti sto ascoltando, è inutile che parli.»
«Per favore Deifobe, è importante» sbotto.
«No, non lo è. Io sono la Sibilla. Se qualcuno dei 47 fosse sopravvissuto lo saprei. Come so che dove la capra muore le pecore divoreranno il pastore se i cani non faranno buona guardia.»
«Eh? Cos’è, una predizione?» chiede Fra.
«È un vaticinio» lo corregge Deifobe. «E ha bisogno di essere interpretato in fretta, grazie.»
Fra mi guarda. Mi stringo nelle spalle e mi volto verso Irene. Molti altri nell’ufficio la stanno fissando.
«Credo che parli del Municipio 3, che comprende parte dei rioni del Capro e dei Tumuli» mormora lei, irrigidendosi sulla sedia, a disagio per l’attenzione. «Vista la situazione, probabilmente si tratta di una manifestazione contro i funzionari municipali che rischia di sfuggire al controllo.»
«Grazie, Irene cara. Per fortuna c’è qualcuno che mi aiuta qui dentro.» La Sibilla si appoggia alle sbarre con un gemito pietoso. «Sentito?» chiede a Fra. «Avvisa le Alseidi che è ora di iniziare a guadagnarsela, quell’amnistia, e già che ci sei prendi qualcuno al piano di sotto e vai a tenerle d’occhio, va bene?»
«Ci manda me perché la predizione parlava di cani?» mi sussurra Fra allontanandosi. Trattengo una risata mentre gli mollo una gomitata.
«Riportami di là, adesso. Per una donna millenaria questo è un sacco di lavoro» mi ordina Deifobe, crollando di nuovo sui cuscini come se avesse perso di colpo tutte le forze.
Con un sospiro stacco la gabbietta dalla sua asta metallica e, reggendola con cura tra le mani, la porto fuori dall’ufficio. Attraversiamo un largo corridoio che si affaccia sul cortile del palazzo del Tribuno. Dalle finestre posso vedere le statue in bronzo di tritoni e ninfe che decorano la fontana, e quelle di giovani uomini nudi, molto più grandi, che montano la guardia sotto i portici.
«Oggi ci sarà davvero un attacco al Municipio 3?» chiedo.
La Sibilla si rialza con cautela, mettendosi a sedere. «Certo che sì.» Il tono della sua voce è completamente diverso quando siamo sole. Deciso, duro. «L’ho organizzato io.»
«Cosa?»
«Mostrarci pronti a schiacciare episodi del genere serve a dimostrare alla città che abbiamo ancora il controllo. E un mio alter-ego che scrive per la stampa clandestina da tre anni e da uno scambia informazioni epistolari coi capi di alcuni gruppi di oppositori è tornato utile, in questa occasione.» La sua voce suona soddisfatta. «Serve tempo per costruirsi una credibilità in certi ambienti, ma di quello ne ho in abbondanza. A proposito, prima di andare via ti darò una lettera che dovrai lasciar cadere in uno specifico cestino dei rifiuti tra un’oretta. Devo avvisare della retata alcuni pezzi grossi dei dissidenti, in tempo per farli rimanere a casa ma non per far annullare la manifestazione.»
«E perché?» La stanza in cui la porto è piccola e fredda, con le pareti decorate da affreschi che Irene sostiene essere del ’600. Rappresentano tutti leggende sulla storia di Roma. Alcune le riconosco: Romolo e Remo allattati dalla lupa, Muzio Scevola che mette la mano sul braciere, il ratto delle Sabine…
«Per allontanare ogni sospetto da me, e perché non ho ancora finito con loro.»
Poggio la gabbia su una scrivania ordinatissima e apro lo sportello. La Sibilla si alzabird cage e, muovendosi con cautela, lascia la sua piccola prigione. Non è più alta di una quindicina di centimetri. «Per quanto tempo dovrai andare avanti con questa commedia delle profezie?»
Deifobe mi fissa con i suoi occhi umidi, scuotendo la testa. La pelle sul cranio calvo è sottilissima e quasi trasparente. Riesco a distinguere ognuna delle microscopiche vene azzurre che l’attraversano. «Io sono la Sibilla. Da me ci si aspettano visioni del futuro, non previsioni basate su un’attenta analisi dei dati e un’esperienza millenaria del mondo e degli uomini. Gli Dei non mi parlano più da quasi duemila anni, ma in tutto questo tempo le persone che hanno seguito i miei consigli lo hanno fatto solo perché credevano che le mie parole venissero da loro.»
«Ma se ti vedessero per come sei veramente…»
«Dubiterebbero. No, quello che dico deve essere così esatto o così vago da farmi sembrare infallibile, e non devono credermi capace di arrivarci da sola.» Si volta verso la parete alla sua sinistra, dove è raffigurato un barbuto soldato romano che solleva un coltello di fronte al cadavere di una donna e tende la mano in avanti, mentre altri due uomini lo imitano. «Fui io a dare un consiglio simile a lui, tanto tempo fa.»
«Chi era?»
«Non importa.» Torna a voltarsi verso di me. «Hai letto il resoconto dell’autopsia della sirena e il rapporto del tuo lupo sul suo esame del cadavere?»
«Sì, certo.» L’olfatto e il gusto di Fra a volte forniscono informazioni che sfuggono anche ai medici legali. Ma non in questo caso. «Niente. Nessun indizio, impronta, odore, resto dell’assassino, né sul cadavere né sui suoi vestiti. Ho portato Francesco anche quando ho visionato il corpo in ospedale, e mi ha assicurato che è arrivato da noi nelle stesse condizioni di quando ce lo ha mostrato il Professore, e che se qualcosa fosse stato prelevato da Tessalonica e nascosto nella clinica  prima del nostro arrivo lui l’avrebbe fiutato.»
«Nulla di nulla, insomma. Interessante, vero?»
«Direi il contrario.»
La Sibilla ridacchia. «Non siamo ancora riusciti a recuperare il cadavere che Delfine ha usato per provocare la sommossa. Anche questo è interessante. E stanno succedendo altre cose che preoccupano il Tribuno.»
«Più di omicidi e rivolte?»
«In modo diverso. Negli ultimi tempi continua a percepire picchi di energia necromantica. Qualcuno sta creando lemuri, parecchi. E guarda cos’è stato trovato durante lo sgombero di uno stabile occupato da alcuni attivisti antigovernativi. Secondo cassetto.» Giro attorno alla scrivania, lo apro e ne tiro fuori un fascio di volantini. Vi è stampata una foto in bianco e nero del Tribuno, su cui sono stati sovrascritti, in rosso, il numero 47 e la parola Traditore. «C’era una stamperia clandestina che aveva già pronti centinaia di quei cosi.»
«Non capisco cosa vogliano dire.» Li ributto nel cassetto. «E non ha nessun senso che gli attivisti per i diritti dei non-umani stiano stampando propaganda che sembra fatta per i seguaci dei 47.»
«Vero. Come non ha senso che una drakaina collabori con un sopravvissuto dei 47. Ma se il lupo è così difficile da ingannare come dice Francesco…»
Annuisco. Se l’huldra avesse detto la verità quei volantini si spiegherebbero molto più facilmente. «Ci credo che il Tribuno è preoccupato.»
«E il nostro lavoro è eliminare la fonte delle sue preoccupazioni. Il prossimo sgombero in lista è quello alla Scuola Liberata, una delle comunità di oppositori più grandi. Voglio che sia tu a guidarlo. Cerca di scoprire qualcosa su questa storia.»
Questo a Mirko non piacerà. «Va bene.»
«E voglio che Irene lavori con te.»
A quel nome mi irrigidisco. «Sarebbe meglio di no.»
«Non è una proposta, è un ordine. Sull’huldra ho commesso un errore di valutazione, questa volta non correrò rischi.»
«Ma Irene…»
«No, ascolta. Sei preoccupata per lei da giorni, lo vedo. Posso anche immaginarne il motivo, dopotutto sono io a compilare le vostre schede.» Si accosta al bordo della scrivania, e mi fa cenno di avvicinarmi. «Ma Irene è brillante, mi serve sul campo. E questa potrebbe essere un’opportunità anche per lei.»
«Un’opportunità?»
«Se ho ragione sulle cause della tua preoccupazione. Mi hai sentito di là. Cosa ho detto sui 47?»
«Che sono morti.»
Deifobe solleva una mano e la stringe attorno a una delle mie dita. Seguo i suoi passi mentre cammina lungo la scrivania. La sua pelle è gelida, dura e ruvida. «E io sono infallibile. Quindi, se questa indagine dovesse portarti a scoprire un sopravvissuto, sai cosa dovresti fare.»
Esito prima di rispondere. «Ucciderlo.»
«Un’impresa del genere verrebbe ricompensata generosamente dal Tribuno. E lui ha amici molto, molto potenti.» Arrivata all’orlo della scrivania la Sibilla si ferma e indica l’estremità di uno dei fregi che ornano la parete, l’immagine di un uomo dalla barba bianca che indossa una tunica, seduto su un trono e che regge un bastone intorno a cui è avvolto un serpente. In un cartiglio sopra la sua testa è scritto Aesculapius. «Amici a cui potresti chiedere qualunque cosa.»
Mi ci vuole solo un attimo per ricordare chi è l’uomo nell’affresco, e capire cosa sta cercando di dirmi Deifobe. Mi volto verso di lei.
«Sì, ragazza mia. Anche un miracolo per un’amica.» La pelle del collo della Sibilla scricchiola e scoppietta mentre annuisce.

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