Intermezzo – Marta e il solstizio

«Aria di neve, oggi, signorina Marta» mi dice il portiere dell’ufficio quando gli passo davanti. Ha occhiaie profonde e il volto segnato. Dice di essere stato una guardia giurata, una volta, e ha il vizio di giocherellare sempre con la spranga fornitagli dall’azienda. Di ferro, non d’acciaio, l’ho imparato la prima volta che ho parlato con lui. “Buona per le teste umane e pure per quelle dei folletti”.
«Brutta notizia. Meglio correre a chiudersi in casa, allora!» Gli sorrido. “Io sorrido sempre alle persone, le rende più gentili e bendisposte” diceva mio padre, quando mi parlava del suo lavoro. “Anche alle persone che non ti interessano o non ti piacciono?” gli chiedevo. “Soprattutto a loro. Capita che si ammorbidiscano e si aprano, e scopri che non sono così male.”
«Una volta mi piaceva, quando nevicava nel periodo di Natale.» Fruga sotto la scrivania. «Fortuna che i miei figli sono già grandi.» Tira fuori un sacchetto di garza contenente una candela argentata grossa e bassa, su una base decorata con motivi a foglia di vischio. «Ecco qui, il regalo della ditta.»
«Molto premuroso da parte loro.» Infilo il sacchetto in borsa. «Mi raccomando, non faccia tardi stasera. Ci vediamo la prossima settimana.»
«Auguri!» mi dice mentre esco. Quello che intende è “buona fortuna”.
«Ti ha dato la candela perché gli piaci. Quelle di altri ha intenzione di tenersele.» La maschera dietro la mia nuca parla direttamente nella mia testa, con una voce che somiglia alla mia ma suona meglio. Una voce da radio.
«Davvero? Perché?»
«Non lo ha detto a nessuno perché pensa possa attirare attenzioni indesiderate, in questo periodo, ma ha un nipotino. Sua figlia ha partorito da poco. Lui e sua moglie passano da lei tutte le notti, e lui monta la guardia davanti alla porta, con la sua spranga. Accendono un sacco di candele, e deve sostituirne un po’.»
La maschera conosce moltissimi segreti, e le piace raccontarli. E a me piace ascoltarli. I segreti di una persona sono la chiave per vendergli qualcosa, che sia un oggetto, un servizio, o la convinzione che la cosa migliore per lei sia fare quello che le ordino.
«E ha ragione? Non parlarne aiuta?»
«Un po’. Ma non quanto spera lui.»
Per tornare a casa prendo una strada inutilmente lunga, fermandomi spesso a osservare la luce delle decine di candele che splendono sui balconi, le fiamme protette da schermi di vetro o carta. «Peccato avere solo quelle finestrelle, a casa. Sai, mettevamo luci colorate ovunque anche prima» spiego alla maschera. «Però erano elettriche.»
«Ovvio. È il mese più buio dell’anno, ed è una soglia.»
«No, non lo facevamo perché avevamo paura di qualcosa. Ci piacevano. Beh, io ero spaventata da quell’orrendo Babbo Natale che mio padre si ostinava ad appendere fuori dalla finestra tutti gli anni, ma quella è un’altra storia.»
«Oh, vi dicevate che era solo per estetica, ne sono sicuro. Ma la realtà è che avete portato avanti un’abitudine così antica da aver perso significato perché qualcosa, dentro di voi, non ha mai dimenticato i tempi in cui quelle luci servivano a tenere a bada le tenebre e le cose che vi vivono dentro. Anche il resto, il cibo, le feste, i doni… io ricordo cos’erano e a cosa servivano, in origine. Non ti piacerebbe saperlo.»
«No, forse no» ammetto. Non sono sempre sicura che quello che dice la maschera sia la verità. Ma lo sembra, e questo a volte basta.
“Ti diranno che imparare a raccontare balle e a sembrare sincera mentre lo fai è la cosa più importante, in questo mestiere. Stronzate. Devi poter guardare il cliente negli occhi senza esitazione. Lui deve vederla, sentirla, la tua onestà.” Mio padre è stato un venditore di qualche tipo per quasi tutta la sua vita. Agente di commercio, intermediario, persino conduttore di telepromozioni su un paio di tv locali. Era bravissimo. Quando ho iniziato a lavorare nei call center mi ha dato un sacco di consigli.
Ma ho imparato presto che il mio è un mestiere in cui raramente vedi gli occhi dei clienti. E che non sarei mai riuscita a essere brava quanto lui, senza qualche bugia.
Inizia a cadere qualche fiocco di neve. Mi fermo da un ambulante a comprare un vassoietto di dolci e una bottiglietta di liquore forte.
«Perché lo fai?» mi chiede la maschera. «Non hai bambini.»
«Non si sa mai. Mi sento più tranquilla così.»
«Hai paura perché nevica proprio oggi che sei sola?»
«Non ho paura.»
Arrivo a casa quando ormai la nevicata è diventata seria. Nel mio appartamento non c’è nessuno. Lei è già uscita, come speravo. Mi sono risparmiata un’altra discussione sul perché non voglio partecipare a una cena con la sua famiglia, e su come odio il modo in cui mi guarda sua madre.
«Spero che sia già arrivata dai suoi. E che non le venga in mente di provare a tornare a casa stanotte.»
«Sa che è pericoloso. Non è stupida» mi rassicura la maschera. «Però non è quello l’unico motivo per cui non vuoi che ritorni.»
Sospiro. «Si è già stancata di me, lo vedo.»
«E tu non ti sei stancata di lei?»
Non perdo tempo a negarlo. Mi infilo in abiti comodi e caldi, anche se l’elettricità è stabile abbastanza da permettermi di accendere la stufa. Ceno con gli avanzi di ieri. Mi sdraio sul divano a provare a leggere. E per tutto il tempo non faccio che lanciare occhiate oblique al telefono.
Alla fine mi decido a sollevare la cornetta. La linea è disturbata, ma almeno c’è. Compongo il numero e aspetto nervosa, mentre squilla.
«Pronto?»
«Ciao papà.» Non sentivo la sua voce da otto mesi. È calda e rassicurante come sempre.
Lui esita. «Ciao Marta» dice alla fine. «Mamma è di là, vado a chiamarla.»
«No, volevo parlare con te, sapere come stai. Non ci sentiamo da un po’, e oggi ti stavo pensando.»
«Come mai? È successo qualcosa?»
«Ma no. Sarà il periodo. Mi sono ricordata di quella storia che raccontavi sempre, quella dei Cucibocca.»
Resta in silenzio per alcuni secondi. «Non ne parlo più con nessuno. Ora non è più così divertente.»
«Già. Senti, io…»
«Scusa, tua madre mi sta cercando, deve aver bisogno di aiuto con qualcosa. Ti faccio richiamare da lei più tardi, va bene?»
No, non le sa proprio dire le bugie. «Non importa, meglio se ci sentiamo un’altra volta. Sta nevicando, state attenti e rimanete in casa.»
«Anche tu.»
Riaggancio e mi lascio cadere sul divano.
«Non è andata bene» commenta la maschera.
«Colpa tua. Sai che non ha fatto una piega quando gli ho rivelato di essere omosessuale? E invece, dopo il nostro patto… Mamma dice che secondo lui non sono più me stessa, con te nella testa.»
«Non lo sei. Sei una versione migliorata di te. E non dovresti dare tutta questa importanza a quello che dice.»
«È mio padre, mi importa di quello che pensa.»
«Crede che io sia un parassita, ed è una falsità. Noi daimon siamo simbionti. E non ti ho mica obbligata io, a stringere il patto.»
«Avresti potuto assumere un aspetto un po’ più discreto, però. Forse sarebbe stato più semplice per lui accettarlo.»
«Poteva andarti peggio. Ti ricordi di quel tizio col quadrante di orologio al centro della fronte che cercava qualcuno per sciogliere il patto?»
«Oh, sì, poverino!»
«Dove e come ci manifestiamo non dipende da noi. Prima della Frattura neanche succedeva.»
«E da cosa dipende?»
«Forse da qualcosa dentro di voi.»
«Allora magari è per quello che la tua forma lo ha fatto arrabbiare.»
La luce della lampada sul comodino lampeggia, poi si spegne. L’elettricità era durata fin troppo. Mi alzo per mettermi alla ricerca della torcia.
«Sotto il lavello, sportello a destra» mi guida la maschera. «Cos’è che dicevi prima? La storia dei Cucibocca?»
«Una cosa che mio padre raccontava a ogni riunione di famiglia durante le feste. Una volta, in questo periodo dell’anno, era capitato in un qualche paesino e aveva visto uomini mascherati con barbe finte, cappelli di canapa, lunghi abiti scuri e catene ai piedi che sfilavano per le strade con in mano grossi aghi, minacciando di cucire le labbra ai bambini capricciosi e bugiardi.» Trovo la torcia e l’accendo. Recupero anche un pacchetto di fiammiferi, già che ci sono. «Si vantava di essere l’unico a conoscerli, mentre i Krampus di cui parlavano i miei zii li avevano visti tutti.»
La prima volta che gli raccontai come facevo a fare tutte quelle vendite mi disse di stare attenta ai Cucibocca. Rideva, ma non sembrava allegro.
Krampus«Che ti dicevo? Qualcosa dentro di voi ricorda sempre» commenta la maschera. «Il Krampus, le Perchten, questi Cucibocca, anche Pietro il Moro e le altre creature bizzarre che accompagnavano i santi che portavano doni ai bambini. Tutti modi per tramandare la verità senza ammetterla.»
Sento un rumore di campanacci. È distante, in strada, ma mi fa comunque rabbrividire. «La verità?»
«Le ho viste, una volta, le creature che hanno ispirato quelle imitazioni. Ammassi di peli, zanne, corna, artigli, senza una forma precisa. Per fortuna hanno quelle catene conficcate dentro la carne. Le loro non sono spezzate, finiscono sempre per scomparire in qualche ombra, da qualunque posizione le si guardi. Immagino che siano legate a qualcosa, nel luogo da cui vengono quegli esseri, e in questo periodo diventino più facili da tendere e allungare. Ah, e non è stato nessun vescovo cristiano a incatenarli, nonostante quello che dicono le vostre storie. È successo molto tempo prima che il concetto di “vescovo” fosse concepito.»
Lo scampanio si è fatto più forte, e adesso riesco a sentire anche le grida rauche, simili a versi di animali, che lo accompagnano. Si avvicinano. «Divaghi troppo, certe volte. Quale verità?»
«La verità spaventosa che, nel periodo intorno al solstizio d’inverno, quando scende la neve, la Bianca Signora delle bestie torna a camminare nel mondo.»
Le urla sono così vicine, ora, da far tremare i vetri delle finestre. Un odore acre che viene da fuori sta riempiendo la stanza. «La Bianca Signora?»
«Lei non è come noi altri spiriti socievoli. È senza forma e senza ragione, e non ha mai convissuto con i mortali. Vive in un mondo di buio e gelo, silenzio rotto da grida senza senso, solitudine che fa eccezione solo per la violenza, dove il sole ha smesso di sorgere e gli esseri viventi di nascere molto tempo fa.»
Qualcuno, nell’appartamento sopra di me, sta ordinando ad alta voce di accendere più candele. La famiglia che abita lì ha due bambini piccoli.  «Il corteo dev’essere proprio qui sotto. Non erano mai passati da queste parti, prima» sussurro.
«Doveva succedere, a un certo punto» commenta la maschera. Vado a prendere i dolci e il liquore, mentre continua. «Sai, quando ero giovane la chiamavano Lua Mater, e, nei giorni in cui si manifestava, gli umani si mascheravano e fingevano che la loro ordinata società non esistesse, in modo che lei non sapesse cosa distruggere. All’epoca aveva ancora uno sposo, e in qualche rara occasione era anche trattabile.»
Sento il portone che sbatte mentre viene spalancato. Poggio vassoio e bottiglia vicino alla porta.
«Ora è sola con i suoi servi, e con la Frattura e la scomparsa del sole è più forte di quanto sia mai stata. Una volta non poteva andare liberamente in giro per tutte le quattro settimane intorno al solstizio, e non chiedeva così tante offerte per placarsi. Ma aveva già un debole per i bambini.»
«Perché i bambini?»
«Non soltanto loro, eh? Chiunque fosse solo ed escluso poteva diventare una sua preda. Ma, come ti ho detto, lei non sopporta l’ordine sociale, la struttura la offende e la respinge. I bambini, loro non sono ancora integrati in quell’ordine, non del tutto. Sono creature sospese, ferme ai margini. E i bambini “cattivi” lo sono ancora di più, perché violano le norme e sono in conflitto coi loro stessi genitori. Sono quelli che lei può toccare e portare via con più facilità. Davvero, che siate riusciti a trasformare tutto questo nella storia di un ciccione che porta regali o carbone continua a stupirmi.»
I versi che risuonano per le scale sono uno strano incrocio di muggiti e ululati che mi fa cedere le gambe. O forse sono le parole della maschera ad avermi turbata? No, è qualcos’altro…
Lei. Lei è qui. Mi sembra di vederla, mentre sale i gradini, avvolta in pellicce bianche come la neve che la ricoprono tutta. A volte, quando fa un passo, uno dei suoi piedi diventa visibile, e ogni volta ha la forma della zampa di un animale diverso.
Non posso vederla in volto, ma sento il suo sguardo su di me, mentre i suoi servi rumorosi si avvicinano alla mia porta.
«Marta, cosa stai facendo?»
La maschera mi chiede qualcosa, ma non riesco a risponderle. La Signora mi sta giudicando. Vede la mia vita, i miei rapporti, le mie menzogne, così tante, così radicate che il mio daimon ha preso l’aspetto di un secondo volto.
«Li stai attirando qui! Smettila!»
Sento annusare, ringhiare. Lo sanno. Sanno che sono stata rifiutata da mio padre. Che la mia ragazza tirerebbe un sospiro di sollievo, a non trovarmi a casa al suo ritorno. Che la mia bocca dovrebbe essere cucita…
La porta trema sotto un colpo violento. Urlo, e la maschera lo fa con me.
«Marta, non sei una bambina! Riprendi il controllo e mandali via.»
«E come faccio?» La porta trema ancora.
«Le offerte. La candela.»
Prendo la borsa e tiro fuori il sacchetto di tela ricevuto in ufficio. Le mie mani non riescono a stare ferme, faccio fatica a sciogliere il nodo, e ancora di più ad accendere la candela con un fiammifero. La poggio a terra. La porta viene colpita di nuovo, e non so come faccia a reggere ancora.
Cibo e alcool sono già in posizione. Raccolgo il coraggio, corro a girare la maniglia e apro la porta. Non guardo cosa c’è dall’altra parte. Torno subito indietro, nella protezione luminosa della candela.
Sento annusare, raspare. La puzza di animale è soffocante.
«Sono per voi» dico, con tutta la gentilezza e la sicurezza che riesco a mettere nelle parole. Sii gentile anche con quelli che non ti piacciono.
Una folata di vento gelido. La mia fiammella trema. Tengo ostinatamente la testa bassa, ma so che la Bianca Signora è sulla mia soglia. Resto con gli occhi fissi su quella piccola luce.
Ho un talento, io. So mentire così bene che posso ingannare anche me e lei. Convincermi che c’è chi mi vuole bene e ha bisogno di me. Che quello che faccio ha un valore. Che sono parte di qualcosa…
Singhiozzi dal piano di sopra. Mi costringo a non sollevare la testa. Uno dei bambini ha iniziato a piangere. Sento dei grugniti concitati, dei passi, e la porta che si chiude con fragore. Resto immobile lo stesso.
«Sono andati via, davvero» mi rassicura la maschera.
Solo allora sollevo la testa. Dolci e liquore sono scomparsi, e un ciuffo di pelo bianco giace sul pavimento.
Respiro con lentezza, assaporando quel momento di puro sollievo. Raccolgo la candela, e la vado a poggiare sul davanzale della finestra, con gratitudine. Che importa se è così piccolo!
La nevicata non accenna a smettere, domani tutto sarà bianco. «È un bel regalo di Natale, essere ancora vivi» mormora la maschera. Annuisco.
E quando al piano di sopra iniziano le grida e i colpi contro la porta, mi tappo le orecchie.

(Tales from the City vi saluta e vi augura buone feste. L’appuntamento con il prossimo post è per il 6 gennaio, non perdetevelo! E nel frattempo, se volete, potete continuare a seguirci su Facebook o G+. E tenete d’occhio la nostra pagina Patreon per i primi contenuti esclusivi!)

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