Fabula XXV (seconda parte)

(continua da qui)

Seguo Folco attraverso il giardino, stando attento a non inciampare sulle radici sporgenti degli alberi e le piccole steli di pietra che sbucano dal terreno, e rischiando comunque di cadere un paio di volte. Allo sciamano invece non capita, anche se non guarda mai a terra.
Una coppia di gatti si allontana in fretta quando raggiungiamo le casette di legno presso il muro di cinta che avevo intravisto nella mia visita precedente, rimanendo a osservarci con sospetto da una certa distanza.
«È qui» afferma Folco, fermandosi.
«Sicuro?»
«Sì, lo sento.»
«Ascolta, solo per essere sicuro di aver capito bene: tu hai sentito la presenza di qualcosa nel vicolo il giorno dell’omicidio e, dopo tutto questo tempo, nel momento in cui hai deciso di capire cosa fosse, l’hai percepito attraverso l’intera città arrivando fino a qui?»
«Beh, prima mi sono dovuto concentrare un po’, suonare il tamburo, bruciare le erbe, andare nel Mondo di Mezzo a ritrovare la traccia…»
«E prima di questo non avevi idea di dover venire in questo posto? Nessun indizio?» Scuote la testa. «Ah, sapessi quanto ti odio» borbotto, mentre mi avvicino ai capanni. Perlomeno ora ho la conferma di essere sulla pista giusta.
«Come?»
Faccio finta di nulla. «Chiuso» dico, indicando le catene avvolte intorno alle maniglie delle porte delle casette, bloccate da due grossi lucchetti dall’aria vissuta, ma solida. «Qualche idea su come entrare? Le finestrelle mi sembrano troppo piccole per noi. Potremmo sfondare le porte, non credo siano molto solide. Ma se facessimo troppo rumore rischieremmo di attirare i sacerdoti.» Lo osservo mentre guarda la catena che blocca la porta del prefabbricato di destra, aggrottando la fronte. Focalizzare l’attenzione su qualcosa di reale per lui sembra essere complicato. «Altrimenti possiamo tornare in un altro momento, ora che sappiamo dov’è.» Se riuscissi a convincerlo a lasciare perdere per un po’ almeno avrei tempo di avvisare Silva e decidere con lei cosa fare.
Folco si avvicina alla porta e si china. Lo vedo muovere le labbra, ma non riesco a sentire cosa dice. Però sento il click di uno dei lucchetti, pochi secondi dopo.
«Eh? Come hai fatto?»
Lo sciamano apre il lucchetto e tira via la catena. «Te l’ho già detto, basta parlarci, con le cose. Alle vecchie serrature piace aprirsi e chiudersi, le fa sentire importanti e realizzate. Se glielo chiedi con gentilezza è facile convincerle a dare una dimostrazione.»
Ci metto un po’ ad accorgermi che sono rimasto a fissarlo a bocca spalancata. Intanto Folco è già entrato nel capanno, pieno fino quasi al soffitto di scatoloni di cartone. Su alcuni ci sono delle scritte: collanine, ciondoli, magliette… «Cos’è tutta questa roba?»
«La merce della bancarella dei souvenir, questo è il magazzino» rispondo. «Quello che stiamo cercando sarà in una di queste scatole?»
Lui gira su se stesso, a occhi chiusi, poi li riapre e punta il dito contro una pila di scatoloni che arriva quasi al soffitto, nell’angolo più lontano dalla porta, e si mette a smantellarla. Gli do una mano.
Per la maggior parte le scatole sono leggerissime, semivuote, messe lì solo per nascondere un armadietto di legno stretto e alto poggiato contro la parete. Solo l’ultima in basso è piena, soprattutto di carta: ritagli, foto, materiale stampato e messo da parte in un qualche momento prima della Frattura.
Prima che riesca a dargli un’occhiata Folco mi chiama. «Ehi, guarda qui!»
Nel legno dell’armadietto è stato marchiato a fuoco un simbolo raffigurante un serpente con una testa a ciascuna estremità del corpo, disposto a forma di S. È inscritto in un eptagono e in un cerchio, intorno a cui sono incise varie sequenze di simboli che non riconosco.  «E questo cos’è?»
Folco si stringe nelle spalle. «Un sigillo di qualche tipo. Parla in una lingua che non capisco. Il serpente invece continua a chiedere non so che formula per aprire lo sportello, e dice che mi ucciderà se proverò ad avvicinarmi attraverso il Mondo di Mezzo per eliminare la protezione.»
«Può farlo?»
«Non credo. A meno che quelle scritte là intorno non siano maledizioni davvero potenti.»
«Quei simboli potrebbero essere lettere enochiane.» Sbuffo. «Questa è roba fatta da un mago vero. Come ci è arrivato in un deposito di cianfrusaglie?»
«A Sergio non piace quando ci sono di mezzo i maghi. Dice che non dovremmo mai immischiarci con loro.»
«Pienamente d’accordo.» Vorrei potermi permettere anch’io di non averci nulla a che fare. «Non credo di avere qualcosa di utile per rompere un sigillo, nella borsa, ma se c’è una maledizione forse con lo specchio…» Folco si volta verso la porta, come in ascolto. «Ehi, cosa c’è?»
L’armadietto inizia a tremare, e io mi allontano con un salto. È come se qualcosa lo stesse scuotendo dall’interno. Si ferma dopo pochi secondi, per poi ricominciare, a intervalli regolari.
«Te ne sei accorto?» chiede lo sciamano.
«Cazzo, come si fa a non accorgersene? Guarda che sta facendo…»
«Ma no, non l’armadietto! Arriva qualcuno.»
«Mila?»
«Chi?»
«La donna che si occupa della bancarella, credo che questa roba sia sua.»
Folco fa cenno di no, poi mi trascina con sé fuori dal capanno. «Eccolo.»
Un attimo è un’ombra particolarmente scura proiettata da un albero nella posizione sbagliata, e quello dopo è una figura umana alta e massiccia, col volto coperto da una maschera bianco-sporco, forse d’osso, decorata con intricati motivi a spirale. Indossa una cappa di velluto scuro, abiti di cuoio che cade a brandelli e scolorita stoffa verde, e impugna una spada dall’elsa dorata che trascina svogliatamente, lasciandone strisciare a terra la punta.
Resisto all’istinto di fuggire. Riesco persino a parlare. «Che ci fa qui un lemure?»
Per la prima volta da quando l’ho incontrato Folco sembra concentrato e del tutto consapevole di quello che succede intorno a lui. «La presenza della Dea si fa meno forte in questo luogo, e subito arriva uno spettro.» Anche la sua voce è molto più decisa. «Forse qualcun altro sta cercando quello che è nascosto nel capanno…»
Metto da parte tutte le domande che mi si affollano in testa e mi concentro su quella che ha la priorità al momento. «E adesso che facciamo?»
Il lemure si è fermato quando ci ha visto. Ora solleva la spada, e la punta contro di noi.
«Non posso chiamare la Divoratrice dopo che le ho chiesto di allontanarsi da qui, e non ci sono altri spiriti che possano aiutarci. Ma se lo portassi con me nel Mondo di Mezzo potrei sconfiggerlo, e forse anche scoprire chi lo manda.» Si volta verso di me, e per un attimo la sua voce torna a incrinarsi. «Però rimarresti insieme al mio corpo finché non sarò tornato, per favore?»
«Folco, è troppo pericoloso, non vale la pena rischiare di farti uccidere per…» Freddo. Sapore di sangue in bocca. Conosco questa sensazione. Ma il lemure con la spada è troppo lontano per esserne la causa.. «Ce n’è un altro!» grido, voltandomi.
Salta giù dal tetto del capanno, proprio di fronte a me. Faccio in tempo a vedere solo unamaschera_legno maschera di legno nera e un lungo coltello ricurvo che si muove verso la mia gola…
E poi vengo spinto di lato, contro la parete del prefabbricato, e Folco blocca il braccio col pugnale con una mano, e con l’altra afferra la maschera del lemure. Chiude gli occhi, batte il piede sinistro tre volte. Il fantasma si dissolve nel nulla, e lui cade all’indietro.
Lo afferro e lo depongo a terra con più delicatezza possibile. Ha gli occhi chiusi e respira con regolarità, come se stesse dormendo, ma so che se provassi a svegliarlo non ci riuscirei. Il suo spirito è nel Mondo di Mezzo, impegnato a lottare contro lo spettro che mi ha quasi ucciso. «Davvero, come cazzo fai a fare certe cose?» gli sussurro, mentre mi rimetto in piedi.
L’altro fantasma è rimasto dov’era. Sento il suo sguardo fisso su di me, nonostante la maschera gli nasconda gli occhi.
Lemuri. Morti di morte violenta che trovano pace solo nello sfogare quella stessa violenza sui viventi. Utilizzati un tempo dai necromanti come guerrieri e assassini, e più di recente come guardie del corpo e addetti alla sicurezza.
Quello davanti a me avrà ucciso decine di persone, in vita e in morte, e io non ho idea di come fermarlo. La cosa più sensata sarebbe fuggire, ma non potrei lasciare Folco solo e indifeso neanche se non mi avesse appena salvato la vita.
Il lemure impugna la spada a due mani, la solleva sopra la testa e inizia a correre verso di me. Silva aveva ragione. Ho fatto una cazzata.

(Con la stagione delle feste in arrivo, anche Tales from the City prenderà una piccola pausa. Martedì 23 dicembre verrà pubblicato uno speciale Intermezzo, e gli aggiornamenti regolari riprenderanno a partire dal 6 gennaio. Nel frattempo continuate a seguirci su G+ e Facebook, e occhio ai contenuti esclusivi in arrivo sul nostro Patreon!)

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