Fabula XXV (prima parte)

Mi calo fino a quasi metà del  muro prima di lasciarmi andare e atterrare nel giardino del Santuario dei Ritornati. Mi fermo ad ascoltare, ma non sento nulla che suggerisca che qualcuno mi abbia visto.
Folco è parecchio davanti a me, ma cammina tra gli alberi senza curarsi di nascondersi o essere prudente. Mi dà le spalle e, se mi ha sentito, non gli importa. Ma è più probabile che sia troppo impegnato con qualcos’altro: continua a guardare verso l’alto, fermandosi ogni tanto come ad ascoltare qualcosa percepibile solo a lui.
Mentre lo seguo a distanza mi rendo conto di non avere idea di cosa fare. Forse i sacerdoti ci vedranno e ci allontaneranno, e non ci saranno problemi. Se incontrassi quello con cui ho parlato l’altra volta magari riuscirei persino a convincerlo che non ho cattive intenzioni, anche se alla fine non ho portato nessun parente risorto a unirsi a loro.
Ma se non ci ferma nessuno? Non credo di poter andare da Folco a chiedergli gentilmente di lasciar perdere qualunque cosa abbia in mente. Forse dovrei dare io l’allarme, ma non mi va di perderlo di vista, col rischio di non ritrovarlo…
Si ferma di nuovo. Si gratta la testa, sospira. Cosa sta aspettando?
«Ehi, mi senti?» dice all’improvviso.
Mi blocco, impietrito. Con chi sta parlando?
«Non sono sicuro di dove andare. Ho bisogno di aiuto» continua. Non si è mai voltato verso di me, ma non c’è nessun altro qui. Mi sposto dietro un albero, mentre cerco di capire se mi ha notato.
«So che sei impegnata, ma è solo per un minuto, davvero. Per favore!»
No, non si sta rivolgendo a me. Ma qualcosa deve aver sentito le sue parole. Riesco a percepirla, mentre si avvicina. Una presenza che fa tremare le gambe, accapponare la pelle, sanguinare il naso, riempire gli occhi di lacrime. Che fa accelerare il battito del cuore.
Le voci dei manifestanti e della polizia, lontane dietro di me, si affievoliscono fino a svanire. La luce diminuisce, come se il tetto di  nubi che riempie il cielo si fosse fatto più fitto. Il cuore mi batte ancora più forte nel petto. È assordante. Non sono più solo nascosto dietro l’albero, lo sto stringendo come se rischiassi di essere spazzato via da un uragano. Per quanto ne so, potrebbe benissimo essere così.
Intorno a me rumori di cose pesanti che si muovono nell’acqua, anche se di acqua non c’è traccia. Non fa più freddo come prima, e l’aria è immobile, e odora di sangue e morte.
Il cuore batte così in fretta da farmi male.
Sono qui. Non è una voce, è un concetto, una certezza che si forma nella mia mente. Una presenza che mi ha già sfiorato, la prima volta che sono venuto in questo tempio. La Divoratrice.
Folco parla, ma non riesco più a capire le sue parole. Colpa del sangue che mi ronza nelle orecchie. O forse della cascata di sensazioni, pensieri, ricordi non miei che mi invadono la testa.
Qualcosa sotto la mia custodia? Un corpo che scivola nell’acqua, portato dalla corrente, immobile, nervoso, pronto a scattare. Non il mio. Devo ricordarmelo, devo… Perché dovrei dirtelo?
Non sto… no, non sta aspettando una preda. Quelle erano molto tempo prima. Ora sono altre le cose di cui si nutre. In questo luogo né lui, né voi che lo servite avete autorità. Sono i patti. E le sente, quando si avvicinano. Gli altri non lo capiscono, hanno bisogno di affidarsi al loro rituale, alle bilance e alle piume. Ma lei sa.
È un grosso favore quello che mi stai chiedendo. Già una volta uno di voi è venuto a spargere menzogne nel mio santuario. Parla di me, ne sono sicuro. Dovrei esserne terrorizzato. Una voce nella mia testa mi supplica di esserlo, ma non riesco a darle retta. Il cibo sta arrivando. Cade in acqua, nel buio, e io… lei… siamo lì, lo addentiamo.
Vi sento entrambi, e voi sentite me. Se non hai due cuori, sciamano, hai portato qualcuno con te. Due cuori… no, uno. Quello sotto le mie zanne. Un cuore colpevole, un’anima che non ha superato il giudizio, che sa di rimpianto e disperazione. So valutarli, i cuori dei morti. Ancora adesso, quando i cadaveri che camminano vengono a offrirsi al mio, di giudizio. Ora conosco anche il sapore dei cuori innocenti…
Soddisfacente. Sotto la tua responsabilità, allora, revoco la mia protezione, finché non sarete andati via dal santuario. Fate in fretta.
E un momento dopo non è più lì. Un vuoto che riempio di urla. Credo di farlo, almeno, perché non riesco a sentirmi. Il dolore che mi ha causato strappandosi via da me è reale. È il mio corpo che cerca di venire a termini con quello che è successo al mio spirito, di rimediare allo squarcio lasciato da qualcosa di enorme e incomprensibile quando mi è passato attraverso la mente e l’anima, che si fa carico di una sofferenza altrimenti troppo incomprensibile da essere sopportabile. Almeno, è quello che mi dico negli istanti di lucidità in cui non mi rotolo a terra o artiglio la corteccia degli alberi, cercando di gemere senza riuscirci, per rassicurarmi di non stare per morire, di non essere già impazzito…
Non so quanto ci metta il dolore a diventare tollerabile e poi a passare, affievolendosi poco a poco e lasciandomi stremato. Ma, quando succede, mi ritrovo a terra, trattenuto per le spalle da Folco. Lo sciamano mi sta guardando con curiosità. «Ti senti meglio?» Annuisco. «Bene, ero preoccupato. Ma chi sei?»
Mi prendo un po’ di tempo per ricordarmi come si respira e riacquistare il controllo, prima di rispondere. «Non ti ricordi di me?» Lo sciamano scuote la testa. «L’operatore di Silva. Ci siamo incontrati il giorno della morte del monacello.»
Folco mi lascia andare. «Non mi ricordo. Sei tu il secondo cuore di cui parlava la Divoratrice?»
«Credo di sì.» Mi alzo piano da terra. Sento la testa leggera. «Come hai fatto a chiamarla e a parlarci?»
Si stringe nelle spalle. «Non è mica difficile. Un sacco di cose parlano. Non bisogna credergli quando sembra che stiano dormendo, spesso fingono. Però al di fuori del Mondo di Mezzo di solito le sento solo io.» Mi squadra dalla testa ai piedi. «Cosa sei tu? Con che spiriti hai stretto i tuoi patti?»
«Io? Con nessuno. Non credo che tra gli spiriti ci sia qualcuno così disperato da voler fare patti con me.» Mi ripulisco i pantaloni e il giubbotto, raccolgo le cose che mi sono scivolate fuori dalla borsa. Per fortuna il sacchetto di astragali non si è aperto. «Ah, grazie per avermi aiutato.»
«Ti agitavi così tanto che rischiavi di farti male. Anche Silva è al lavoro sul caso del monacello? È per questo che sei qui? Dov’è lei?»
Esito prima di rispondere. Non avrei dovuto nominarla, rischio di metterla nei guai. «Non è con me. È stata una mia idea venire qui, lei non ne sa niente. Quell’omicidio mi ha incuriosito e ho fatto qualche indagine da solo. So che non avrei dovuto, ma…»
Folco sorride e sgrana gli occhi. «Davvero? Più o meno è quello che sto facendo anch’io, sai?» Mi si avvicina con aria cospiratoria. «Sergio… Davelli, dico… non sta molto bene. Gli ho detto, continuo io il lavoro, e lui ha detto, no, dobbiamo farlo insieme, aspettami, ma lui vuole ancora indagare sui seguaci dei 47 e non mi dà retta quando dico che c’è qualcosa che non va, che ho sentito tracce di una presenza particolare quel giorno, davanti al cadavere del folletto…»
Certo, dovevo immaginarlo che l’avesse sentita anche lui. «Quindi hai approfittato del fatto che Davelli non c’è per fare indagini personali sull’omicidio?»
«E sono arrivato qui. C’è qualcosa di importante in questo santuario. Prima era tutto sotto la protezione della Divoratrice e non riuscivo a sentire bene, ma ora lei ha distolto lo sguardo, sia per me che per te, e ne sono sicuro!»
«Per me?»
«Eri lì con lei anche tu. Ancora non ho capito perché, però, insomma…» Mi guarda, inclinando la testa di lato. «Ti senti bene? Vuoi venire?»
«Dove?»
«A scoprire cos’è la cosa che percepisco. Magari insieme riusciamo anche a capire cosa c’entra con l’omicidio.»
Guardo Folco negli occhi. È diverso da come lo immaginavo, e anche da come me l’aveva descritto Silva. Non sono proprio sicuro che non stia tramando nulla, ma, se non posso fermarlo, almeno posso provare a ottenere le stesse informazioni che scoprirà lui. «Sei sicuro di volermi con te?»
«Certo, perché no? Siamo due operatori, stiamo lavorando allo stesso caso, siamo tutti e due compresi nell’accordo con la Dea. E poi» si china verso di me e abbassa la voce, guardandosi attorno per essere certo che non ci sia nessun altro in ascolto «a fare queste cose da solo, senza Sergio, un po’ ho paura. Tu no?»
«Scherzi? Una Dea ha appena demolito quel poco che rimaneva della mia salute mentale!» Folco mi fissa smarrito, senza capire. Non riesco a trattenere una risata. «Sì. Sì, una paura matta.»

(continua qui)

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