Fabula XXIV (prima parte)

«Ieri notte c’è stato un raid anche all’Instabile Autogestito. I porci hanno sgomberato tutto, cinque o sei arresti.» Di solito il mercato settimanale sarebbe così rumoroso che non riuscirei a sentire i mormorii di Marciano, ma oggi lungo il canale ci sono meno venditori del solito, e ancora meno clienti. «Di sicuro una rappresaglia per il casino fatto davanti al santuario dell’Ardente.»
Annuisco. «Prima o poi toccherà anche alla Scuola.» L’aria gelida e umida è carica dell’odore pesante dell’acqua stagnante, a cui si aggiunge, quando ci si avvicina alla merce esposta sui banchi, quello tipico delle cose vecchie e abbandonate.
«Al Tribuno sono saltati i nervi. Pare abbia mandato le Furie a dare la caccia ai Variaghi.» Le orecchie del satiro sono in continuo movimento, e i suoi occhi squadrano sospettosi tutte le persone che incrociamo. «E sta trattando con le altre bande, vuole usarle per mantenere l’ordine.»
«Davvero? Anche quei matti della Legione?» Io invece lascio scorrere lo sguardo sugli oggetti in vendita, mentre gli passiamo accanto. Un cumulo di vestiti invernali, dai cappotti ai calzini. Scarpe di ogni tipo, da uomo, donna e bambino, in fila accanto a borse e valigie. Piccoli elettrodomestici, posate, pentole, pile di piatti e bicchieri. «Che ci facciamo qui? Dovremmo essere alla Scuola a organizzarci per quando la tempesta di merda arriverà anche da noi.» Tovaglie e tovaglioli, tende, coperte, lenzuola e federe, in buone condizioni o utilizzate per recuperare la stoffa. Giocattoli e peluche disposti su mensole, sedie e tavolini più o meno rovinati. Tutto quello che si può portare via da una casa semidistrutta o abbandonata, se si ha il coraggio di entrarci.
«Dobbiamo anche lavorare. Non so a te, ma a me quei soldi servono. Io mangio e bevo più di voi piccoletti.»
«C’è una cosa qualunque che fai meno di noi altri?»
«Vestirmi.» Scoppia a ridere, la sua solita risata sonora che attira l’attenzione più di quanto non facciano le corna sulla sua testa o le gambe da capra che sbucano dai suoi pantaloncini. In effetti, quelli e una maglietta a maniche corte sono tutto ciò che indossa, nonostante il freddo pungente di questa mattina.
Accenno un sorriso anche io. Un venditore approfitta dell’attimo di buon umore per cercare di attirare la mia attenzione agitando una lampada da scrivania pseudo-etnica, in legno e vimini. È magrissimo, dalle braccia lunghe e affusolate, e ha pupille del colore dell’ambra. Molti dei commercianti gli somigliano. Altri invece sono più bassi e tozzi, con occhi e nasi sproporzionatamente grandi. Nessuno di loro è umano.
Lengheli e lauri amano saccheggiare gli edifici abbandonati, e sono molto rigidi nella divisione del bottino e nello stabilire chi può vendere cosa. Nessuno si sogna di trasgredire alle regole del mercato. E una di quelle regole bandisce uno specifico tipo di merce.
«Perché siamo venuti qui, comunque? I folletti hanno cominciato a occuparsi di libri?»
«Non questi, certo. I fessi superstiziosi non possono neanche vederla, una parola scritta. Traumatizzati dalle Sacre Scritture, bah.» Marciano si interrompe mentre passiamo accanto a un lauru che pubblicizza a gran voce i prezzi stracciati di una partita di cuscini da divano con appena un paio di schizzi di sangue, ma riprende appena ci siamo allontanati abbastanza. «Per le banconote però mica si fanno problemi! Comunque qui lavora anche una vecchia conoscenza mia e del capo. Ci ha fatto sapere di avere qualcosa per noi.»
«Può farlo? Vendere qualcosa di diverso da quello che tratta di solito? Libri?»
«No. Quindi quando saremo da lui vedi di parlare piano e di stare attento, se gli altri se ne accorgessero avrebbe grossi problemi.»
«Non sarebbe meglio trattare da qualche altra parte, allora?»
«Non mi piacerebbe andare a trovarlo dove vive quando non è qui. Ah, eccolo!»
Accelera il passo verso una piccola costruzione improvvisata, fatta di legno e lamiere ondulate, che sorge proprio sull’argine del canale. Davanti all’ingresso, coperto in parte da un telo cerato, un uomo siede su uno sgabello pieghevole, fumando con la pipa il tabacco più puzzolente che abbia mai annusato.
Non assomiglia agli altri folletti, ma non credo sia umano. Da sotto il cappello a cilindro che indossa sbucano capelli bianchi, ma dalla bizzarra sfumatura verdognola, simile a quella della pelle del volto, largo e schiacciato. Sotto gli occhi sporgenti e leggermente strabici e il grosso naso, lunghi baffi gli incorniciano la bocca carnosa. Le labbra sono così spesse che, quando sorride alla vista di Marciano, nascondono del tutto i denti. Ammesso che li abbia.
«Oh, chi si rivede!»
«Jindrich! Bello, come stai?» Il satiro stringe la mano del commerciante. Jindrich indossa guanti di pelle nera, e una marsina rossa sopra una camicia verde. Quando si alza per abbracciare Marciano mi accorgo che le code della sua giacca sono fradice, e gocciolando hanno creato una piccola pozza d’acqua intorno allo sgabello. Il resto dei suoi vestiti però sembra asciutto.
Dopo i convenevoli e le presentazioni (nonostante i guanti, stringere la mano dell’uomo mi lascia una sgradevole sensazione di viscido e umido sulla pelle) scosta il telo e ci fa entrare nella baracca. È più spaziosa e ordinata di quanto mi aspettassi. Lungo le pareti sono allineati bassi scaffali creati con assi e mattoni, pieni di contenitori per la cucina, zuccheriere, barattoli per le spezie e il caffè, biscottiere, casseruole di ogni forma e dimensioni, disposti senza un criterio, ma tutti in ceramica.
«Siete fortunati che tratto merce delicata e devo tenerla al riparo, così ho potuto portare la roba che vi interessa.» Jindrich indica una grossa scatola di cartone in un angolo. «I miei ragazzi l’hanno trovata in una cantina dove mi avevano detto che c’erano delle bomboniere che potevano interessarmi. Ma erano uno schifo, così hanno preso quella invece, perché sanno che io penso sempre agli amici della Libreria Nuova Luna…» continua, mentre la apro e inizio a esaminarne il contenuto.
Sono solo vecchi tascabili, con qualche macchia e un po’ rovinati dall’umidità, ma li maneggio con la cura e l’attenzione dovuta a reperti preziosi. Tra di loro potrebbe esserci qualche testo non ancora recuperato, qualche storia a rischio di estinzione che può essere salvata a un passo dall’oblio. Combatto la frenesia e procedo con ordine, controllando lo stato fisico del libro prima di leggerne il titolo, l’autore e la casa editrice e fare una stima approssimativa di rarità e valore.
Marciano mi conosce abbastanza bene da lasciarmi sguazzare tra quelle pagine per dieci minuti buoni prima di avvicinarsi e sussurrarmi all’orecchio «Allora, qualcosa di interessante?»
«Sono soprattutto gialli da edicola.» Mantengo la voce altrettanto bassa. Con la coda dell’occhio noto Jindrich che, con aria noncurante, si sporge un po’ verso di noi anche mentre monta la guardia all’ingresso, cercando di cogliere qualche parola. «Potrebbero essere in condizioni migliori, ma si possono rivendere. Ci sono anche un paio di Simenon e uno Scerbanenco che sarebbero interessanti da ristampare, se non li ha nessun altro. E un Chesterton che penso proprio potremmo avere in esclusiva.»
Il volto del satiro si illumina. «Padre Brown?»
«Meglio, L’uomo che fu Giovedì!» Cerco di non scoppiare a ridere alla sua espressione delusa. «Dai, vediamo di chiudere.»
«Lascia fare a me.» Marciano si rialza scuotendo la testa. «Jindrich, ma che è questo marciume? Se ci respiro sopra perdono pagine e non ho il coraggio di toccarli, mi sa che mi si sciolgono in mano!»
«Non provarci nemmeno, caprone! Voglio vedere dove trovi qualcosa di meglio!»
contenitoreMentre i due trattano mi guardo attorno. Non credevo che nella suddivisione dei prodotti del mercato esistessero nicchie così piccole come quella dei contenitori in ceramica. Jindrich non sembra molto schizzinoso sulla merce che vende. Un paio dei suoi barattoli devo averceli avuti in casa persino io.
Prendo distrattamente in mano una piccola ciotola blu, decorata a motivi floreali. Pesa di più di quanto mi aspettassi, come se ci fosse qualcosa dentro.
Sollevo un po’ il coperchio, e un raggio di luce mi colpisce il volto. Per poco la sorpresa non mi fa cadere la ciotola di mano. La scoperchio del tutto, e mi ritrovo a fissare una sfera traslucida e luminosa, che lentamente si solleva verso l’alto.
Non riesco a capire di che materiale sia fatta. Sembra sottile e fragile come una bolla di sapone, ma riflette le cose intorno a sé come uno specchio. No, non esattamente. Cos’è quella cosa accanto al riflesso del mio volto? Mi chino per osservarlo meglio. È difficile farsi un’idea precisa, su quella superficie ricurva. Sembra… una faccia?
«Ehi! Non toccare niente, tu!» Jindrich mi strappa ciotola e coperchio dalle mani e la richiude, intrappolando di nuovo la bolla al suo interno. «Sei impazzito? Mi fai scappare la merce così!»
«Che… che cos’è che conservi là dentro?»
«Non sarebbero fatti tuoi. La mercanzia, comunque» risponde seccato, rimettendo la ciotola al suo posto e controllando che sia ben chiusa. «Anime.»

(continua qui)

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