Fabula XXIII (prima parte)

Apro gli occhi al tintinnare delle campanelle legate all’acchiappasogni che pende sopra la mia testa. Aspetto che la vista si abitui a quel po’ di luce grigia che entra dalla finestra aperta, respirando profondamente e cercando di prepararmi a quello che potrei trovarmi di fronte tra poco. Poi sollevo il busto e mi guardo attorno.
La creatura è ferma ai piedi del mio letto. È piegata sulle gambe pelose, che terminano in zampe che ricordano quelle di un uccello, ma non credo possa arrivare neanche all’altezza delle mie spalle. Indossa un cappuccio a punta fatto di quella che sembra una sottile corteccia marrone pallido, da cui si affaccia un volto grigio e spigoloso, umano ma dai tratti troppo marcati.
Sta fissando con intensità la barriera di sale e salvia con cui ho circondato il letto. Solleva una mano ricoperta, o forse fatta, dello stesso materiale del cappuccio, e la avvicina al cerchio.
«No, non lo fare. Sotto il materasso ho nascosto un paio di forbici di ferro, aperte e puntate nella tua direzione. Se provi a passare con la forza ti taglierai» l’avviso.
Si ferma a metà del gesto, e abbassa il braccio. Mi guarda, e si passa la lunga lingua biforcuta sulle labbra. «Ho visto nascere e morire città, regni e imperi, ma mai una protezione mistica goffa e rozza come questa» commenta con voce acuta e petulante.
«Funziona, però. Non ho voglia di svegliarmi ritrovandomi un qualche spirito appollaiato sul petto, mi verrebbe un infarto.» Mi metto a sedere sul letto a gambe incrociate. Dovrei essere spaventato, ma non lo sono. Sarà perché mi aspettavo di vedere una creatura ancora più mostruosa, o perché avere previsto che qualcosa del genere potesse accadere e aver visto le mie difese reggere mi riempie di soddisfazione. Anche essere mezzo addormentato aiuta. «E neanche io credo di aver mai incontrato una cosa come te.»
«Perché appartieni a una categoria di dilettanti dell’Arte troppo infima per essere anche solo disprezzata dalla mia tribù.» L’essere si accovaccia sul pavimento. «Maestro Ippolito mi manda perché vuole sapere.»
Annuisco. Ero certo che, tra tutti i metodi possibili per contattarmi, avrebbe scelto questo. «Sapere cosa?»
«Sai, ho iniziato a parlare il giorno stesso in cui la parola fu inventata, e non mi era ancora capitato di doverlo fare con qualcuno così stupido. Desidera conoscere se hai notizie o nuove informazioni per lui.»
Sospiro. «Riferiscigli che ho capito cosa vuole che trovi, e che abbiamo una pista da seguire.» Ci rifletto su un attimo. «E chiedigli anche se è possibile allentare un po’ la proibizione per gli agenti EXO di agire nei santuari, ci renderebbe le cose molto più semplici» aggiungo.
«Ho ascoltato le richieste e le preghiere di generazioni di sacerdoti e fattucchieri più numerose dei granelli di sale del tuo miserabile cerchio, e questa è la più ridicola e irragionevole di tutte. La riporterò solo per godere dell’espressione di pura rabbia e incredulità del maestro quando la udrà.»
«Ma parli sempre in questo modo?» La creatura mi fissa con un’espressione confusa. Sembra davvero non capire cosa intendo. «Oh, va bene, fa nulla. L’importante è che tu glielo dica.»
«Se quello che hai da fargli sapere è tutto qui, allora posso andare prima che la tua povertà di espressione mi contagi.» La creatura si solleva sulle zampe. Sì, avevo indovinato la sua altezza. «Una volta ho trascorso due secoli rinchiuso in un orecchino di cristallo, e il giorno in cui ne sono uscito non mi sono sentito sollevato come lo sarò quando avrò lasciato questo posto…»
«Aspetta!» lo interrompo. Già che è qui, tanto vale provare a sfruttarlo per qualcosa di utile. «Prima di andare… Hai detto di aver conosciuto molti maghi, no?».
«Ho riso di così tanti idioti balbettanti che hanno tentato di aprire le porte dei mondi solo per essere divorati da quello che aspettava dall’altra parte che la cosa ha smesso di essere divertente.»
Suppongo valga come un “sì”. «Il cappuccio di un monacello, la lingua di una sirena, occhi dotati della vista. Sapresti dirmi cosa ci farebbe con queste cose, un mago?»
Finalmente una traccia di interesse per me e le mie parole compare sul volto dell’essere. Ma il tono della sua risposta non cambia. «Popoli dimenticati sia dalla storia che dalle leggende mi hanno offerto in sacrificio bambini che avrebbero saputo rispondere a questo quesito. Cosa credi che ci farebbe?»
Non è che non ci abbia pensato su e non mi sia fatto un’idea. Sparse in giro per l’appartamento ci sono ancora le vecchie dispense del corso di teoria degli incantesimi frequentato quando studiavo da operatore, su cui ho passato buona parte della serata e della notte. «La vista permette di vedere cose che di solito sono invisibili. Il canto della sirena è ipnotico, attrae e affascina chi lo sente. E chi strappa il cappuccio a un monacello può obbligarlo a obbedire a una sua richiesta. Se dovessi buttare a indovinare, direi che sono le componenti per un incantesimo che serve a trovare qualcuno o qualcosa che è nascosto, attirarlo dall’incantatore e sottometterlo alla sua volontà.»
«Intere schiere di membri della mia tribù sono state ridotte in polvere dai fuochi sacri branditi da esseri il cui nome farebbe liquefare gli organi nel tuo corpo, se tentassi di pronunciarlo, e persino loro stanno deridendo la tua mancanza di certezze su un simile argomento.»
Sembra che non riuscirò a ottenere una risposta chiara da questo spirito. Ma pare proprio che non abbia più fretta di andarsene. Pensa di poter recuperare informazioni utili per Ippolito? O ha motivi personali per essere interessato? «Ma lo stesso risultato si potrebbe ottenere con ingredienti più semplici da trovare. Questi sono molto rari e molto potenti. A cosa può servire così tanta energia mistica?»
«Oh, se solo applicassi a questo ragionamento il tempo e gli sforzi che impieghi per escogitare modi grossolani di attentare all’incolumità di esseri infinitamente più nobili e degni di te» e a queste parole agita la testa e il cappuccio in direzione del cerchio «persino tu potresti vedere come ci sono entità, in questa città, al di sopra di un normale incantesimo, e in grado di estendere la loro immunità anche ad altri, se lo desiderano. E, d’altra parte, con tutto il loro potere quei tre ingredienti da soli sono inutili quanto il tempo che qualcuno ha speso a cercare di insegnarti le basi dell’Arte.»
«Eh? Cosa vuoi dire?»
Una smorfia di dolore appare sulla faccia livida della creatura. Contrae le labbra, scoprendo le gengive superiori, da cui emergono solo due lunghi canini ricurvi. I contorni della sua figura iniziano a farsi meno definiti. Chiudo gli occhi, nell’istintiva convinzione che si tratti di uno scherzo della vista, ma quando li riapro le sue gambe e braccia si sono già dissolte. Sta scomparendo.
«Eserciti di spiriti hanno sofferto limitazioni della propria libertà a causa del servizio dovuto a qualche incantatore, e mai avrebbero pensato che uno di loro potesse un giorno essere grato per quei vincoli. E oggi mi tocca smentirli, perché il termine al tempo che posso trascorrere lontano da chi mi ha evocato mi salva dal dover sopportare ancora la tua idiozia. Sii cortese e cerca perlomeno di morire prima che mi tocchi ritornare a visitar…» Il volto della creatura svanisce prima di poter terminare l’ultima parola.
Scommetto che Ippolito ha scelto apposta l’essere più irritante tra quelli a sua disposizione per fargli da messaggero. Scendo dal letto e abbandono a malincuore la protezione del cerchio. Devo proprio andarci, in bagno.
Non ho davvero idea di cosa intendesse lo spirito, quando ha detto che le tre componenti sono inutili da sole. Serve qualcos’altro per utilizzarle? Ci sarà un altro omicidio?
Parlando di entità immuni ai normali incantesimi, invece, si riferiva sicuramente a quelle che vengono considerate divinità dai loro seguaci. Ci sono Dei grandi e piccoli in questa città, ma non credo volesse intendere quelli minori, gli ospiti degli altarini e delle cappellette eretti nei condomini o agli angoli delle strade. Per quelli più importanti e potenti, gli abitanti dei santuari, e per coloro che sono sotto la loro protezione, il discorso però è diverso.
Un incantesimo da utilizzare contro un Dio. È qualcosa di così inconcepibile e terrorizzante che accarezzo l’idea di tornarmene a letto e cercare di dimenticare tutta questa storia per un altro po’.
E invece apro l’acqua della doccia, e mi metto ad aspettare che diventi calda prima di entrarci. Ormai è quasi mattina, e sono sveglio. Andrò a dare il cambio a Silva un po’ prima del previsto. Mi deve delle colazioni, dopotutto.

(continua qui)

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