Fabula XXII

«Ci sono delle gallerie, sotto la Cattedrale dei Caduti» mi sussurra il ragazzo, col tono di chi sta rivelando un segreto.
Gli lancio un’occhiata, distogliendo per un attimo l’attenzione dalla flebo che sto sostituendo. «Ah sì?» Ha sui vent’anni, e non ha un bell’aspetto. Le occhiaie sono viola e profonde, il colorito della pelle ha la stessa sfumatura di giallo sporco delle lenzuola e della federa del cuscino del letto in cui è sdraiato, ed è troppo magro. Non è la prima volta che vedo tossici del suo tipo, qui in ospedale.
«Vanno giù sottoterra, per chilometri e chilometri» continua. Fissa il soffitto, attento a chissà cosa. «Sono le catacombe dei frati, con un casino di… come si chiamano… Alle pareti, le cassettine per le ossa…»
«Loculi?» Perforo la chiusura del flacone e lo collego al deflussore, poi lo infilo a testa in giù nel cestello appeso all’asta di metallo lì accanto. «E tu come lo sai?» chiedo senza troppo interesse, e tenendo bassa la voce. Sento dietro di me il russare del paziente nell’altro letto della camera, e non voglio svegliarlo.
«Sono le ossa di quelli che sono morti durante le battaglie dopo la Frattura.» Il ragazzo non mi sta ascoltando. Forse non sa neanche con chi sta parlando. «Gli dei, i mostri, le persone. Per i monaci sono la cosa più preziosa del mondo.» E a quelle parole inizia a ridere. Una risata stentata, che gli costa fatica e lo scuote tutto.
«Stai fermo, su» lo avviso, mentre gli afferro il braccio e sollevo la manica del pigiama. Per un’abitudine dura a morire i miei occhi vanno alla ricerca di buchi e vene collassate, ma ovviamente trovo solo l’ago cannula. Sono felice sia già stato infilato da qualcun altro. Sono tornato in ospedale dopo più di una settimana passata rinchiuso in casa, e solo perché non potevo continuare a raccontare di stare male senza rischiare controlli o farmi licenziare. Ma faccio ancora fatica a concentrarmi e a coordinare occhio e mano.
«E non lo sanno, loro, dei nani.» Continua a ridere, e decido di aspettare che si calmi prima di collegarlo alla flebo. Benny ha cercato di convincermi a farmi visitare da lui, visto che mi rifiutavo di farmi vedere da un medico, ma sono riuscito a guadagnare tempo. Non voglio dover dare spiegazioni su quello che mi è successo. «Hanno scavato passaggi per entrare nelle catacombe, e vivono nascosti lì. Le mangiano quelle ossa, lo sai? Le sgranocchiano come biscotti.»
Finalmente resta fermo abbastanza da permettermi di sistemare il tubicino. «Mi dispiace per loro.» Controllo la velocità di gocciolamento, e la riduco un po’. «Dev’essere terribile non avere niente di meglio da mangiare.»
«Le mangiano, e rubano le cose con cui sono state sepolte. Gioielli, soprattutto. Ma prendono pure denti o pezzi di osso dalla forma strana, e li usano per farsi fighi. Cioè, i nani sono proprio brutti, piccoli gobbi pelosi, ma sanno fare un sacco di cose con quello che trovano, e a furia di mettersele addosso si sentono più belli.»
«Queste cose dovresti raccontarle al Professore, appena arriva.» Mi guardo attorno, e visto che nessuno mi vede mi chino su di lui con curiosità. È proprio come ha detto il dottore: i suoi occhi sono castani, ma sotto la luce brillano di un intenso colore giallo-dorato. E i suoi canini superiori sembrano davvero un po’ troppo lunghi.
«Li chiamano Crocchia-Ossa. Che nome scemo. Io dico che sono svartàlfar. Ci sono esseri venuti da ancora più lontano in città, e poi le studio queste cose, che cazzo, lo saprò! Ma bisognerebbe chiedere a un Variago per esserne sicuri. Solo che quello è facile che invece di rispondere ti ammazza… Le vipere dorate invece sono roba che era già la sotto da chissà quanto. Le allevano per il veleno, per mischiarlo alla polvere di ossa e farci il liquore.»
«Chi te le racconta queste storie, quello che ti vende la merda di cui ti fai?» I deliri da overdose di distillato magico possono durare giorni, a volte settimane. Le vittime si dimenticano di bere e mangiare, e sono a malapena coscienti di ciò che gli accade attorno. Per quelle così fortunate da avere qualcuno che le porta in ospedale, invece di lasciarle a morire di sete,  il trattamento è assisterle e tenerle idratate e nutrite finché non passa, e farle purificare quotidianamente dalle streghe per accelerare il recupero. Ma per alcuni le cose non vanno così lisce.
«A noi vendono solo porcherie, roba davvero schifosa da bere. Le bottiglie buone se le tengono per loro.» Volta la testa verso di me, e smette di parlare. Mi fissa con curiosità, aggrottando la fronte. È come se si fosse accorto solo ora che sono davvero lì. «Dicono che le migliori sono fatte con le ossa dei 47» riprende poi, in tono più lento, meditato. «Ci sono anche le loro, là sotto.»
«Ah sì?» Mi ci vuole un po’ per riprendermi dalla sorpresa e rispondere. Devo restare calmo, è solo una coincidenza, no? «Non credevo che avessero lasciato ossa.» L’effetto che rende così popolare il distillato è quello di donare temporaneamente una specie di vista. Provoca allucinazioni per la maggior parte del tempo, ma alcune delle cose che mostra sono vere. È per quello che sta parlando dei 47? Vede qualcosa in me che glieli fa venire in mente? La mia mano sale istintivamente a sfiorare il ciondolo a forma di corno, sotto i vestiti.
«Per forza devono averle lasciate, da qualche parte, quando sono morti.» Il ragazzo ricomincia a ridere. «E figurati se i frati non le hanno prese!»
«I 47 sono scomparsi, non si sa se siano morti.» Il Professore entra nella stanza seguito da un codazzo di assistenti. Non lascia mai il piano che si è riservato per uso personale senza essere accompagnato da qualcuno del suo seguito, ma lui è sempre l’unico a parlare. «Andati a fronteggiare ciò che stava emergendo dalla Frattura in quella che doveva essere l’ultima battaglia per la salvezza dell’umanità, e mai tornati» declama con tono ironico, mentre si avvicina al paziente e mi rivolge l’incrollabile sorriso che ha sempre in volto, le poche volte che lo incontro. «Ma l’umanità se l’è cavata lo stesso, non trovi?» Ammicca al ragazzo, che socchiude gli occhi e si concentra, come se avesse difficoltà a metterlo a fuoco, o a dare un senso alla sua presenza.
«Overdose da distillato magico» dico, felice di cambiare discorso e seguendo le istruzioni lasciatemi dal medico responsabile quando mi ha affidato il compito di parlare col Professore. Qua a nessuno piace avere a che fare con lui. Io non faccio eccezione. «Non si sa da quando vada avanti. È arrivato ieri notte, senza documenti, e non ha voluto dire il suo nome. Ha ricevuto una prima purificazione, ma gli occhi e i denti hanno…»
Senza neanche darmi il tempo di finire il Professore afferra il volto del ragazzo tra le mani, nonostante lui si agiti e cerchi di divincolarsi. Lo regge per il mento mentre gli abbassa le palpebre inferiori con i pollici, e poi gli solleva le labbra con le dita. «Eh sì, guarda qua. Quanta di quella roba hai bevuto? Potrebbe essere in corso un processo di cambiamento, una reazione con una predisposizione latente alla Sindrome di Ovidio. Bisogna trasferirlo nel mio reparto.»
«No, no, chi cazzo è questo? Che vuole?» Il ragazzo si volta verso di me, con un’espressione terrorizzata. Ha afferrato le lenzuola con entrambe le mani e ha tirato su le gambe, come per difendersi.
«È un dottore, adesso si occuperà lui di te.» Provo a tranquillizzarlo andandogli vicino e posandogli una mano sulla spalla, e lui me la stringe con la sua.
«No, non è vero. L’hai visto? È uno di loro. Vuole masticarmi le ossa!» Ci sono lacrime nei suoi occhi. «Ti prego, tienimi qui!»
Guardo il Professore. Basso, baffuto e con tutti quei capelli, nel delirio non dev’essere difficile scambiarlo per uno dei nani delle catacombe che sembrano ossessionarlo. «Non essere sciocco, è solo un medico.» Oppure anche in lui la vista svela qualcosa che io non posso vedere? Ripenso alle voci sul piano proibito in cui nessuno può entrare, alle leggende su quello che succederebbe lassù ai cambiati, alle scale riservate che portano a un’uscita secondaria su una strada poco frequentata, alla processione settimanale di familiari di pazienti a cui è vietato vedere i loro parenti, alle visite di quelli che sono sicuramente agenti governativi… «Preparo subito per farlo portare su, Professore.» E mi ripeto un paio di volte che lo sto dicendo per buonsenso, perché è la cosa migliore da fare, e non per vigliaccheria. Tanto per cercare di convincermene.
Il medico allarga ancora un altro po’ il suo enorme sorriso mentre annuisce e guida fuori dalla stanza i suoi seguaci silenziosi, e il ragazzo inizia a strillare.
«No! No! Mi mangerà vivo! Ti prego!» Si aggrappa a me con entrambe le mani, con un movimento così brusco da far rovesciare l’asta della flebo, che gli strappa l’ago dal braccio. Anche l’altro paziente si sveglia, e inizia a gridare spaventato. Provo a liberarmi, a farlo stare fermo, ma non mi ascolta. Per fortuna i due fanno così tanto chiasso che ci vuole poco perché un altro paio di infermieri arrivino di corsa.
«Oh, che succede?»
«Una crisi. Bisogna sedarlo e mandarlo dal Professore» dico in fretta. Mi strappo dalle mani del ragazzo e corro fuori dalla stanza.
Le urla mi inseguono fino in bagno. Apro il rubinetto per coprirle e mi butto acqua in faccia, due, tre volte. L’umanità se la sta proprio cavando, eh?
Mi aggrappo al ciondolo al mio collo. Il corno, quello che un giorno suonerà per richiamare tra di noi i 47. Che come tutti i veri eroi non sono morti, ma aspettano solo il momento giusto per tornare.
Prescelti di una dozzina di profezie diverse, guerrieri mistici di più di venti tradizioni religiose, cacciatori di mostri che fino a poco prima erano ricercati, custodi di armi che si credevano esistite solo nella leggenda, prima della Frattura. Gente da manicomio riunitasi per fermare l’Apocalisse, e in cui tutti avevamo riposto le speranze, mentre il mondo crollava a pezzi. Le poche notizie che si riuscivano a recuperare erano quasi tutte su di loro, su come si stavano preparando a combattere la battaglia decisiva. Quella che hanno perso.
I 47 sono scomparsi nella Frattura, o morti. L’ho sempre saputo. Non ho mai creduto davvero che potessero in qualche modo ricomparire, come fa Paolo. Porto questo simbolo perché rappresenta l’idea che si possa ancora lottare, la speranza che il mondo possa cambiare di nuovo, tornare ad avere un senso.
Ma sono bastate le minacce di un paio di stronzi a disperderci, a farci correre a nascondere ancora più in profondità del solito. Anche quella era la cosa migliore da fare. La cosa migliore quando sei terrorizzato.
Paolo ogni tanto dice di essere sicuro che alcuni dei 47 siano ancora vivi, nascosti tra di noi, in città. Dice di avere le prove, ma non le mostra mai. Probabilmente è solo uno dei suoi deliri.
Ma se ha ragione, se qualcuno di loro è ancora qui, cosa cazzo sta aspettando a venire da noi e a dirci cosa cazzo dovremmo farci, con questo pezzo di ferro appeso al collo?

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