Fabula XX (terza parte)

(continua da qui)

Non ho idea di cosa sia questo Ulf…qualcosa. Dovrò chiederlo a Irene. Ma quello che importa adesso è che gli ululati distraggono l’huldra. Inarco la schiena per allentare la pressione delle sue gambe sulle mie braccia, e lei reagisce troppo lentamente per impedirmi di liberarle e piantarle le mani sul volto. Quegli occhi che splendono nell’oscurità sono un bersaglio troppo evidente per ignorarlo. Li cerco con i pollici, e spingo con tutte le mie forze.
Non se l’aspettava. Urla, annaspa. È abbastanza forte da liberarsi, ma la sorpresa la rallenta, e io le tiro la testa verso di me per migliorare la presa e complicarle i movimenti. Vediamo se riesci a mangiarmi adesso, stronza.
Ora gli ululati hanno lasciato il posto ad altri rumori. Ringhi, grida. Cerco di non pensarci, di concentrarmi sul fare quanto più male possibile all’huldra. Ci mette comunque poco ad afferrarmi per i polsi e ad allontanarmi le mani dal suo viso, ma il dolore l’ha stordita. La testata che le tiro fa più danno a me che a lei, ma la spaventa. D’istinto mi lascia andare per proteggersi la faccia. Colpisco alla cieca dove dovrebbe esserci il collo, e la sento cadere di lato. Districo le gambe dalle sue, e sono di nuovo in piedi…
…no, sono sdraiata sulla schiena a fissare un soffitto bianco pieno di crepe e muffa. La testa mi gira, ho la nausea. Chiudo gli occhi per cercare di riprendere il controllo e pensare. Sono di nuovo nell’ufficio postale. Forse ho opposto abbastanza resistenza da farle perdere la concentrazione e spezzare il suo incanto. Oppure ha capito che ci sarebbe voluto più del previsto per divorarmi, e ha deciso di occuparsi prima di qualcosa di più urgente. Perché il ringhio che udivo in quello spazio magico ci ha seguite qui nel mondo reale.
No, che sciocchezza. Ha più senso il contrario. È qualcosa dal mondo reale che si era infiltrato nella visione. Qualcosa che la preoccupa, a giudicare dal tono delle rapide frasi in lingua ignota che le sento pronunciare. E so di cosa si tratta.
Riapro gli occhi e mi tiro su. L’huldra qui è ancora vestita, ha ancora il bastone tra le mani e non sembra avere segni di ustioni o problemi agli occhi. Mi ignora, concentrando tutta la sua attenzione sulla figura di fronte a lei.
È Fra. Certo, normalmente i suoi occhi non sono di quel colore giallo vivo, e la sua bocca nonocchio_lupo è tenuta aperta da quelle zanne. Le sue braccia non sono così lunghe e pelose, e le sue gambe così curve. Non ha artigli, e i suoi abiti non gli penzolano addosso in quel modo sbilenco e innaturale. E probabilmente non sarebbe chino sul corpo coperto di sangue e con la gola squarciata del Variago con l’occhio nero.
Ma lo spirito animale che lo possiede pretende un prezzo, quando si manifesta. E adesso quello spirito sta ascoltando. Sembra capire l’huldra. La sento ripetere la parola Úlfheðinn più volte. Non mi piace che stiano conversando.
E mi piace ancora meno l’idea di essere di nuovo colpita da quel bastone magico, quindi devo liberarmene prima di fare qualunque altra cosa. Il tubo di ferro con cui mi avevano assalita è a terra a poca distanza da me. Lo raccolgo con cautela, attenta a non fare rumore.  Lo soppeso, valutando la distanza. E poi lo lancio più forte che posso.
Colpisco l’huldra dietro la nuca, interrompendola a metà di una parola. Con un po’ di fortuna si è anche morsa la lingua. Prima che si riprenda e si volti le sono addosso e la abbatto con una spallata, le calcio via il bastone dalle mani, mi chino per colpirla…
Intravedo un movimento con la coda dell’occhio, e mi lancio via appena in tempo per evitare gli artigli del mio compagno.
«Cazzo, Fra, sono io! Tieni a bada quel lupo!» Il licantropo si ferma a guardarmi, esita, annusa l’aria. «È lei il nemico! Fermala!» Indico l’huldra, che nel frattempo si è rimessa in piedi e ha raccolto il bastone.
Ma Fra non si muove, e mi ringhia contro quando provo a farlo io. L’huldra corre alla porta che conduce dietro gli sportelli, e si volta anche verso di me, un sorriso derisorio sulle labbra, prima di sparire fuori dalla sala d’attesa.
Sospiro. Fuggita. Va bene, adesso devo pensare a non farmi sbranare.
Attraverso le lenti riesco a vedere le due aure che si contendono il controllo del corpo del ragazzo davanti a me, la paura dello spirito umano, la disperazione di quello animale, la rabbia di entrambi. Il lupo mi odia, lo so da tempo, ma non aveva mai provato a farmi del male o a disubbidire. Stavolta invece l’avrei già alla gola se non ci fosse Fra a trattenerlo, e non so per quanto resisterà. Che cosa gli è stato detto?
Beh, una cosa per volta. «Mi dispiace, ragazzino. Questo ti lascerà dei lividi.» Nel momento in cui lo colpisco sul plesso solare il lupo prende il sopravvento. Lo fa sempre, in caso di minacce fisiche. Quindi devo essere veloce. Un secondo colpo col palmo aperto sul naso, il terzo al basso ventre, e gli intrappolo la testa sotto il braccio. Fra tiene la scatoletta contenente lo spillo d’argento nella tasca dei pantaloni. Se riesco a raggiungerla in fretta…
Il lupo mi afferra per la vita e mi spinge contro il muro. È una botta violenta, ma non mollo la presa. Gli infilo la mano libera in tasca. Urlo quando lui mi conficca gli artigli nella schiena, lacerando abiti e carne. Afferro la scatola e la tiro fuori. Non pensare al dolore, non pensare alla perdita di sangue, per quello ci sarà tempo dopo e… Cazzo, mi sta mordendo il fianco!
Gli tiro una ginocchiata al petto per liberarmi dalle sue zanne, ma devo lasciarlo andare, il dolore è troppo intenso. Indietreggia, la bocca e le dita che grondano del mio sangue.
A me basta una mano per aprire la scatola e impugnare l’ago. L’altro braccio lo sollevo a mo’ di scudo, e quando torna a farsi avanti lo offro alle sue fauci. Mi addenta all’avambraccio, e io lo spingo più a fondo che posso, per rendergli complicato chiudere la mascella e respirare. Ha la bocca di un essere umano, dopotutto.
Mi mette le mani sul torace per allontanarmi prima di soffocare, e in quel momento agisco. Un colpo secco col braccio sinistro, sopra le sue spalle e dietro il collo, impugnando l’ago come un pugnale. Non ho tempo di infilarglielo delicatamente sotto la pelle. Lo conficco appena più in basso della nuca, coprendolo con la mano nel caso volesse tentare di sfilarselo.
Ci mette pochi secondi a perdere le forze. Le braccia gli si afflosciano lungo i fianchi, le gambe vacillano. Lo sorreggo e lo aiuto a sdraiarsi a terra. I suoi occhi già non sono più gialli.
I guaiti iniziano subito dopo, e ci mettono minuti a trasformarsi in grida umane. La trasformazione è dolorosa, ma per il lupo è più facile sopportarla. Per l’uomo, invece, il riaggiustarsi dei denti, delle unghie, delle ossa è un’agonia. Tengo stretto Fra per tutto il tempo, finché le urla non lasciano spazio ai lamenti e alle lacrime, e ancora, finché il respiro non torna normale e il battito impazzito del cuore rallenta un po’.
«Mi dispiace» è la prima cosa che mi dice, dopo diversi altri minuti. «Mi dispiace, credevo di avere tutto sotto controllo, e poi quella ha cominciato a parlare… Ti ho fatto male?»
«Non più di quanto te ne abbia fatto io» rispondo, e spero di avere ragione. Lui non ha un bell’aspetto, ma quando il lupo prende il controllo diventa molto resistente. Io invece sento il sangue che mi incolla addosso quel che resta dei miei abiti. «Com’è che ultimamente ogni volta che affronto un mostro mi riduco così?»
«Sarà la vecchiaia?»
«Ecco, dopo questa vai tu a recuperare la mia valigetta e a chiedere che ci mandino aiuto. Deficiente…» Mi sdraio accanto a lui. «Ti perdono solo perché sei arrivato al momento giusto, prima.»
«Quando ho visto due Variaghi che cercavano di scappare ho deciso di intervenire e ho lasciato campo libero al lupo.» Fa una pausa. Quando riprende a parlare la voce gli trema un po’. «Non voleva farmi tornare indietro, stavolta, sai?»
«Per quello che gli ha detto l’huldra?»
Annuisce. «Gli ha ricordato vecchi patti, alleanze di chissà che epoca strette da guerrieri vestiti solo di pelli di lupo. E poi ha parlato di un nuovo progetto in cui avrebbe potuto trovare spazio anche lui, di amici che l’avrebbero protetto senza che dovesse più cedermi il posto…»
«È un peccato averla persa. Non credo che qualcuno di questi» indico con la mano i Variaghi ancora a terra intorno a noi «sappia cosa sia questo piano, o chi c’è dietro.»
«Oh, ma chi c’è dietro lo so!»
Mi metto a sedere di scatto. E me ne pento subito, visto il dolore che mi provoco. «Aspetta, lo sai?»
«Ehi, il lupo vive nella mia testa, mica può essere stupido!» Sogghigna. «Voleva sapere chi fossero, questi protettori.»
«E lei che ha detto?»
«Ha parlato di Delfine…»
Annuisco. Era ovvio che la drakaina fosse dietro la sommossa, vista la sceneggiata che aveva messo su nel locale. Senza un movente o prove solide, però…
«…e di uno dei 47» aggiunge.
«Eh? Cosa c’entrano quei fanatici con…»
«No, non hai capito. Non un seguace dei 47.» Si solleva a sedere anche lui e ripete, scandendo le parole. «Uno-dei-47.»
«Ma cosa cazzo dici? È impossibile!»
Si stringe nelle spalle. «Lo so anche io, ripetevo solo quello che ha detto lei!» Si alza in piedi. «Beh, meglio se vado a recuperare la valigetta, prima che qualcuno di questi tizi si tiri su.»
Lo osservo uscire, e poi mi sdraio di nuovo. Uno dei 47? Fra deve aver capito male, oppure l’huldra ha mentito. I 47 sono tutti morti.
Giusto?

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