Fabula XX (seconda parte)

(continua da qui)

Sono in sei. Sono armati, e io no. Sono abituati agli scontri. Ne ho due alle spalle, e non è una buona cosa non poter vedere i propri avversari.
Ma poteva andarmi peggio. Se anche hanno armi da fuoco, sprecare con me qualcosa di così prezioso come dei proiettili non gli sembrerà necessario, almeno all’inizio. E io sono attrezzata per combattere contro veri mostri. I Variaghi, per quanto gli piaccia credere altrimenti, sono soltanto umani.
Carico subito quello che ho di fronte. Sta ancora tirando fuori un coltello quando gli arrivo addosso. Normalmente non sarebbe una buona idea, mi ritroverei bloccata in corpo a corpo e darei tempo agli altri di prendermi alle spalle. Ma, nel mio caso, quando lo colpisco al petto coi palmi aperti, accompagnando il movimento con tutto il peso del mio corpo, riesco a sentire le ossa che cedono prima di vederlo rotolare oltre una fila di seggiolini. Posso solo sperare di non averlo ucciso. Meno cinque.
Ruoto su me stessa il più in fretta possibile. Un tubo di ferro balena alla mia destra. Non faccio in tempo a schivarlo o afferrarlo, ma sollevo il braccio per assorbire il colpo e al tempo stesso cerco di attutirlo gettandomi a sinistra. Il che forse lo rende meno dannoso, ma non meno doloroso.
Mi ritrovo piegata e sbilanciata sotto un tizio bello grosso, che ha appena finito di infilarsi un tirapugni alla mano. Dovrebbe usarlo per fracassarmi la testa, ma non lo fa. Preferisce afferrarmi per la gola e cercare di tirarmi su. Si trattiene perché sono una donna, quest’idiota? Comunque approfittare della posizione e del movimento per schiacciargli le palle con un colpo secco dell’avambraccio è fin troppo semplice. Lo sento urlare e crollare dietro di me mentre mi volto e mi rialzo. Meno quattro.
Quello con il tubo mi è di nuovo addosso, ma stavolta lo vedo arrivare. Posso bloccargli il braccio prima che… No, ferma l’arco del colpo appena si accorge che ha attirato la mia attenzione. Merda, sono cascata in una finta.
Mi raggiunge al volto con un sinistro, e poi mi afferra per braccio destro e collo, tirandomi a sé. «Prendetela!» urla.
Potrei liberarmi, ma non prima di ritrovarmi sotto i colpi degli altri tre. Probabilmente, però, quello che mi ha preso le fiale se le è tenute addosso. Quindi mi appoggio contro l’uomo che mi stringe, porto la mano libera alla bocca, infilo tra le labbra due dita e fischio, fischio più forte che posso.
Mio nonno, che era stato un pescatore, diceva che fischiare attira il vento. Non gli ho mai creduto, ma ho scoperto che era una superstizione molto diffusa. Solo dopo la Frattura ho avuto la prova che aveva ragione, più o meno: fischiare attira le Silfidi, e loro portano il vento con sé. È un richiamo irresistibile, si eccitano così tanto che è quasi impossibile contenerle.
Per questo non bisognerebbe mai fischiare, in presenza di fiale in cui sono imprigionati degli elementali del vento. A meno che non siano in tasca a un nemico.
Il colpo di vento che trasporta risate femminili, le urla, lo schianto pesante di un corpo contro qualcosa che cede all’urto sono quasi immediati. Meno tre. E distraggono il mio aggressore quel tanto che mi basta per divincolarmi e guadagnare spazio. Quando torna a guardare verso di me è troppo tardi per evitare un montante alla mascella. Meno due.
Ora le cose inizieranno a farsi davvero difficili. Due contro uno, spaventati e quindi più attenti. E se hanno una pistola…
Ma l’uomo con l’occhio nero, nonostante la catena in mano, e la donna alta accanto a lui, che non si è neanche sfilata gli occhiali da sole, si stanno allontanando da me, piano e senza voltarmi le spalle.
«Ora sono cazzi tuoi, troia!» mi urla lei.
Oh, dovevo aspettarmelo. Prima che riesca a voltarmi vengo colpita alle spalle con una forza inaspettata. Crollo a terra, sbattendo la faccia sul pavimento. Mi rannicchio e rotolo di lato, schivando un calcio per un pelo. L’huldra torreggia su di me, il bastone poggiato con noncuranza su una spalla.
«Stai attenta a cadere. Rovinerai le mie lenti» dice. Poi fa roteare il bastone. Lo fa con facilità estrema, quasi senza sforzo, ma il colpo è velocissimo. Troppo anche per me. Provo ad abbassarmi, ma il globo all’estremità mi colpisce lo stesso, proprio sulla guancia…
…e l’ufficio postale scompare.
Scuoto la testa, sbatto le palpebre, ma non cambia nulla. Intorno a me solo tenebre. Lo zigomo mi fa male, ma non può avermi colpito così forte da accecarmi.
Mi costringo a respirare profondamente, combattendo il montare del panico. Fisso gli occhi davanti a me, cercando di percepire una cosa qualunque, fosse anche solo una sagoma nel buio.
Ad ogni modo non sono più dov’ero prima. Sento vento freddo sulla pelle, terra umida sotto le mani, dell’acqua che scorre nelle vicinanze. Non solo sono all’aperto, ma fuori dalla città?
Inizio a intravedere delle forme. Non sono cieca! Non del tutto, o non ancora, almeno. Distinguo cose che sembrano grossi massi levigati, e alberi. E, in lontananza, qualcosa che brilla di una luce calda.
Sono vicino a un fiume, di notte. Semplice. E privo di senso. Mi rimetto in piedi, e quando sono sicura che le gambe non mi tradiranno mi avvio verso la luce.
Se la faccia e il braccio non mi facessero così male penserei di stare sognando. Per sicurezza sollevo gli occhi al cielo, scrutandone con attenzione il nero uniforme. Come sospettavo. Nei miei sogni le stelle si vedono ancora.
La luce, rossastra e incerta, viene da un cumulo di braci ardenti al centro di un cerchio di pietre creato per ospitate un fuoco. Non dureranno a lungo. Mi ci accosto. Il tepore è piacevole, e sembra anche far diminuire il dolore.
I miei occhi si disabituano all’oscurità in fretta, e tutto quello che non è illuminato scompare. Lo sento ancora, ma non riesco a vederlo. Qualcosa mi dice che è meglio così. Non ho nessuna voglia di allontanarmi da questo fuoco. Non è che c’è qualcosa per alimentarlo, qua attorno?
Mi volto per cercare, e appena guardo verso il buio lei è lì, ai margini del cerchio luminoso. L’huldra è nuda, famelica. La sua pelle pallida sembra brillare nelle tenebre, proprio come i suoi occhi. Serro i pugni, pronta a combattere, e solo adesso mi accorgo di non avere più i guanti. Anche le lenti sono scomparse.
L’huldra si sposta lungo i margini della zona illuminata, senza mai entrarci. Si muove appoggiandosi sulle mani e sui piedi, chinata ma velocissima. Quando si ferma, accucciata, riesco a vederle la schiena. O, meglio, le vedrei la schiena, se l’avesse. Invece, tra le spalle e il bacino, è… cava, come un albero. Vuota. Là dove dovrebbero esserci spina dorsale, gabbia toracica, organi, c’è un buco scuro intorno a cui si modella la pelle del torace e del ventre.
«Dove siamo? Cosa mi hai fatto?» le chiedo.
«Ti mangerò» mi dice, invece di rispondere alle mie domande. Man mano che la brace si consuma e il cerchio di luce si fa più stretto lei avanza verso di me. Dovrei affrontarla finché posso, finché c’è luce. Ma non riesco a raccogliere abbastanza coraggio da allontanarmi dal fuoco. «Ti consumerò lentamente, nel buio. Sei forte, mi renderai potente. E continuerai a urlare per molto tempo.»
«Vuoi davvero uccidere qualcuno che lavora per il Tribuno? Ti facevo stupida, ma non così tanto!» La mia voce è meno sicura di quanto mi piacerebbe, ma non importa. Farla parlare. Guadagnare tempo.
«Il Tribuno! E cosa mi farà, il Tribuno? Manderà altre Furie da farmi mangiare?»
«Arriveranno in forze. Polizia, Furie, servitori dei santuari. Verrete spazzati via. O forse non avrà bisogno di mandare nessuno. È un mago, e ha maghi che lavorano con lui, non lo sai?» Se vuole uccidermi non può aver davvero perso tutto il tempo necessario per portarmi fuori città. È un trucco, qualcosa che mi ha fatto con quel maledettissimo bastone.
«Tra poco il Tribuno non avrà più nulla. E se nel frattempo volesse provare a toccarmi saprei da chi farmi proteggere.»
Probabilmente la stessa persona che ha assoldato i Variaghi ieri notte. E che, a quanto pare, ha dato istruzioni di attirare in trappola ed eliminare gli agenti del Tribuno, se si fossero fatti vivi. «Lo credi davvero? Pensi che la tua piccola banda sia importante per qualcuno?»
«La banda no.» Per un attimo la luce delle braci trema, quasi si spegne, poi riprende forza. E lei è a pochi centimetri da me. Sento il suo respiro sul mio volto. Ha lo stesso odore dei fiori marci. «Ma io sì. Una creatura pura e integra, che conosce la magia del Seiðr, è rara e preziosa.»
«Seiðr? Così si chiamano le tue piccole stregonerie?» Mi ha intrappolata in uno spazio magico, o forse un’illusione, in cui consumarmi. E il mio tempo qui sta scadendo, le mie difese cedono, della brace non rimane quasi nulla. Ma capire mi restituisce sicurezza. Vaffanculo, non mi farò divorare senza combattere.
È così vicina che non può scappare, quando le afferro i capelli e le spingo la testa contro la cenere rovente. Piazzo entrambe le mani dietro la sua nuca, la trattengo con tutto il mio peso. Lei si divincola, geme. Non la ascolto. L’aria si riempie dell’odore di pelle e capelli bruciati.
Poi riesce ad afferrarmi per un polso, e un attimo dopo mi ritrovo a rotolare nell’erba, lontana dal fuoco. Cazzo, sembra ancora più forte qui che nel mondo reale.
Non la vedo neanche arrivarmi addosso. La sento salirmi sul petto, mi intrappola le braccia sotto le sue ginocchia. Nel buio, adesso, l’unica luce è quella blu dei suoi occhi, che si avvicinano ai miei.
Mi afferra la testa tra le mani, e anche i suoni iniziano ad attutirsi, scomparendo uno dopo l’altro. Il fiume. Il vento. L’ululato di quel lupo… Lupo? C’erano ululati anche prima?
L’huldra allenta la presa, solleva lo sguardo. Sorpresa, paura e disgusto si mescolano nella sua voce, quando pronuncia una sola parola. «Úlfheðinn?»

 (continua qui)

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