Fabula XX (prima parte)

«Quindi Irene non ci raggiungerà, oggi?» mi chiede Fra, prima di addentare con entusiasmo il suo gyros e far schizzare salsa ovunque.
«No, non c’è bisogno di lei.» Così non rischierà di trovarsi costretta a usare le sue capacità sarebbe la risposta completamente sincera, ma non è necessario che Fra lo sappia. «Ma devi mangiare proprio adesso? »
«Dopo scuola mi viene sempre fame! Mi servono energie, sono in crescita» risponde mentre mastica.
Dopo gli scontri di ieri questo rione è inaspettatamente tranquillo. Le strade sono deserte, i negozi chiusi, le pattuglie delle Alseidi rare, e anche quelle che incrociamo sembrano più che altro stanche e svogliate, sotto il loro face-painting da battaglia verde e rosso. Ci guardano passare in silenzio, una donna e un ragazzo che si fanno strada tra i cassonetti ribaltati e l’occasionale auto ridotta a una carcassa, superando vetrine sfondate e portoni distrutti.
«Con tutto quello yogurt acido e aglio sotto il naso come farai a sentire gli odori, se ci sarà da inseguire qualcuno?»
«Anche con la faccia infilata nello tzatziki riesco a capire cosa hai mangiato a colazione, figurati quando l’avrò finito.» Mi lancia un’occhiataccia da sopra il gyros. «E poi dai, ti aspetti problemi?»
«No, hai ragione. I Variaghi sono già nella merda così. Saranno ansiosi di trovare un accordo.»
«Ecco, visto? Assaggiane un po’, su!»
Scuoto la testa, ridacchiando. In realtà nessuno dei Variaghi è stato arrestato, e non hanno portato in ospedale morti o feriti, ma tutti quelli che erano in strada ieri notte li hanno visti impegnati in prima linea a spaccare teste. Si aspettano ritorsioni. Sarà per questo che sono stati così rapidi ad accettare, quando abbiamo proposto un incontro. Parlare con noi invece di una retata? Non deve essergli sembrato vero.
Chissà come ci rimarranno male, quando scopriranno che non vogliamo solo chiacchierare.
Ci fermiamo sotto un porticato un paio di isolati prima del luogo che hanno scelto per l’incontro. Apro a terra la valigetta con l’equipaggiamento. «Mi aspettano nel vecchio ufficio postale.» Indosso le lenti e i guanti, ovviamente. Ma sono certa che mi perquisiranno, quindi niente fiale speciali e armi. «È ai confini del loro territorio e ci sono diverse uscite. Dovrai stare molto attento.» No, a pensarci bene un paio di fiale mi serviranno comunque. Le infilo nelle tasche del giaccone.
«Non dovresti andare lì dentro da sola, dovrei venire con te» borbotta Fra.
«No. Potrebbe essere pericoloso…»
«Appunto!»
«…e poi serve qualcuno fuori, come supporto in caso di emergenza o per fermare eventuali fughe.»
Mette il broncio. Gli strofino i folti capelli scuri, e lui cerca di sottrarsi, infastidito. «Dovremmo essere di più, allora!» insiste.
Dovremmo, sì. «Troppo rischioso. Più si è, più è facile venire individuati. Tu da questo punto di vista hai un vantaggio che nessun altro ha.» Ripeto le parole che mi ha detto la Sibilla, senza crederci davvero. «Se anche qualcuno ti percepisse, è probabile che rimanga… confuso.» Una minuscola, fragile creatura rinsecchita, rinchiusa in una gabbia per uccelli come fosse un passerotto. Vecchia di millenni, dice lei. La mia piccola Yoda personale. Che mi costringe a portare in battaglia un ragazzino.
«Confuso? Dovrebbe rimanere terrorizzato!» Sorride e si volta, scoprendosi la nuca. «Ma è meglio se mi togli quell’affare, per sicurezza.»
Faccio scorrere le dita lungo il suo collo, fino a individuare una piccola sfera metallica. La tiro piano, sfilandogli da sotto la pelle un lungo, sottile ago. Fra geme di sollievo. Prende dalla tasca una scatoletta di plastica piena di ovatta e mi fa riporre lì lo spillo. «Molto meglio ora. Adesso sono cazzi loro!»
«Cerca di stare attento piuttosto, cretino!» Gli tiro uno schiaffo sulla testa prima di lasciarlo andare. Beh, dopotutto Luke non era molto più vecchio di lui, quando fu arruolato per rovesciare un impero.
Richiudo la valigetta e la appoggio contro un muro. Controllo che i sigilli di protezione incisi lungo il bordo siano intatti e perfettamente allineati. Non c’è nessuno in giro, ma non si sa mai. Sarebbe un disastro se venisse rubata.
Abbasso le lenti sugli occhi. Respiro profondamente. Sono pronta.
L’ufficio postale sorge anonimo e un po’ nascosto tra tristi casermoni grigi. Le vetrate hanno miracolosamente retto all’abbandono, e ora sono coperte delle decorazioni a base di svastiche e martelli che sono la firma dei Variaghi.
Ce ne sono due davanti all’ingresso, teste rasate, barbe, catene intorno alla vita e rigonfiamenti sospetti sotto le giacche di pelle.
«Buongiorno ragazzi! Lei c’è, vero? Non vorrei aver fatto un viaggio a vuoto!»
Non rispondono, ma iniziano subito a frugarmi. Uno dei due ha un occhio nero, ieri notte deve essergli andata male. L’altro, che sfoggia il tatuaggio di un corvo sull’avambraccio, mi trova le fiale in tasca.
«E queste?» chiede, mostrandomele.
«Devo averle dimenticate» rispondo, stringendomi nelle spalle. «Allora, lei c’è?»
I due si scambiano un’occhiata, e mi fanno segno di entrare.
Anche l’interno si è mantenuto meglio di quanto immaginassi. Gli sportelli sono stati distrutti, ma la sala d’aspetto è quasi intatta. Ci sono altri quattro membri della banda lì, tre uomini e una donna. E poi, seduta a gambe incrociate su un seggiolino, l’huldra. Magra, pallida, dal volto così bello da far male, a guardarla da così vicino. Dalla sua lunga gonna rossa e nera sbuca una coda da vacca che arriva fino al pavimento. Non sta cercando di nascondersi, come fanno di solito le creature come lei. Vuole impressionarmi facendo sfoggio della sua vera natura.
Beh, sta facendo un buon lavoro. Attraverso le lenti la sua aura splende come possono solo quelle dei non-umani. I suoi colori cambiano e si mescolano di continuo, impedendomi di leggerla. Ma quello che più mi preoccupa è il bastone accanto a lei. Una lunga asta di legno con un pomo all’estremità, decorata per tutta la sua lunghezza con incisioni runiche e perline di vetro colorato. Niente di che, all’aspetto, se non fosse che riesco a vedere l’energia che la pervade, di un colore rosso intenso che diventa viola alle estremità. Non avevo previsto la presenza di un artefatto magico.
Comunque sorrido, cercando di mascherare il nervosismo, e rivolgo un cenno di saluto all’huldra. Lei risponde con una serie di frasi in qualche lingua incomprensibile.
«Oh, per favore. Se sei capace di farti capire da questi fenomeni» sbotto, indicando i Variaghi intorno a me «vuol dire che sai parlare la mia lingua.»
A queste parole scoppiano tutti a ridere. Non va bene. Non è la reazione che mi aspettavo.
L’huldra afferra il bastone e lo usa per bilanciarsi mentre si china in avanti, sempre restando seduta. Non ho mai visto occhi di un azzurro così profondo. «Brava, mi hai scoperto.» Parla con una certa difficoltà, come se la lingua non le fosse ancora del tutto familiare. «Allora, cosa vogliono le Furie del Tribuno da noi?»
«Senti, non ti faccio perdere tempo. Risparmiamoci i convenevoli: ieri eravate al Dedalo, e avete partecipato agli scontri della notte.» Faccio una pausa, ma non negano, come ero certa avrebbero fatto. Che sta succedendo? «Cosa facevate lì? E per favore, non mi dire che ci siete andati per la commemorazione di Tessalonica, lo so che è una cazzata. Non è il vostro genere di musica, non è uno dei vostri locali, la serata non era stata organizzata dai vostri referenti politici.» Sento dei passi dietro di me. I tizi alla porta si sono uniti a noi. «Qualcuno deve avervi assoldato. Chi è stato?»
«Sei molto sicura delle cose che dici, Furia. Non dirmi che non hai anche qualche idea su chi ci avrebbe chiesto di partecipare.»
«Ce l’ho, ma, se ho ragione, mi serve che me lo confermiate. Ho bisogno di una testimonianza, una dichiarazione ufficiale, magari anche prove materiali. Posso garantirvi totale immunità per gli scontri di ieri e…»
«L’Ufficio del Tribuno ha paura di muoversi basandosi solo su sospetti? Questa è una novità.» Ridono di nuovo, tutti tranne l’huldra. Mi fissa con attenzione, squadrandomi dalla testa ai piedi. «Proprio come ci era stato detto.»
Merda. Sento il rumore di catene che vengono impugnate, vedo mani che si infilano sotto le giacche e nelle tasche posteriori dei pantaloni. Sospiro e stringo i pugni. Beh, gli ordini erano comunque di catturare quella stronza con la coda, se non avesse collaborato.
«State attenti a non rompere quelle lenti, le voglio io» continua l’huldra, battendo il bastone a terra. E a quel segnale i Variaghi attaccano.

(continua qui)

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