Fabula XIX (seconda parte)

(continua da qui)

Mentre attraversiamo il portone le maschere dei lemuri si voltano per seguire i nostri passi. Sotto i loro sguardi rabbrividisco per il freddo, la bocca mi si riempie del sapore metallico del sangue, il cuore accelera i battiti. Sono già stato in presenza di creature simili, ma non mi è mai capitato di percepire così nitidamente la loro impronta mistica, non senza l’aiuto di qualche strumento. Sanno di battaglia, eccitazione, paura, morte.
Forse proiettano con tanta forza la loro aura come misura di sicurezza. Per qualcuno dotato di una sensitività maggiore della mia, qualcuno davvero pericoloso, dev’essere difficile riuscire a concentrarsi immerso in sensazioni simili.
O, semplicemente, l’EXO può permettersi lemuri più potenti di quelli a cui sono abituato.
L’interno dell’edificio è bianco, ordinato, essenziale. Passiamo davanti a un banco accoglienza pieno di receptionist in divisa azzurra che salutano Silva e non fanno domande su di me.
Accanto alle scale c’è un ascensore che sembra funzionante. Non ne vedevo uno da anni.
«Quello ferma direttamente al quinto piano» mi spiega Silva quando nota che lo sto fissando. «Lo usano solo i nostri maghi. Quando prova a salirci qualcun altro si blocca sempre.»
«Maghi? Avete maghi veri, qui?» Annuisce, mentre imbocchiamo le scale. «Più di uno?»
«Al momento sono tre. Ce n’è uno a cui piace fare visita a noi agenti, ascoltare i rapporti di persona. Un vecchietto simpatico che indossa sempre il farfallino. Salvo ne era terrorizzato.»
Lo sarei stato anch’io. Il fatto che il palazzo non sia già imploso per la semplice concentrazione di potere dev’essere una specie di miracolo.
Al primo piano evitiamo una sala d’attesa affollata e imbocchiamo un corridoio pieno di porte chiuse. Da alcune delle stanze sento provenire odore d’incenso e canti soffocati. Certe assicurazioni mistiche contengono clausole che richiedono qualche garanzia in più della firma sul contratto.
«Dov’è che stiamo andando?»
«Da un’amica» mi risponde Silva a bassa voce. «Se hai ragione sulla tua donna dei souvenir, dev’essere più di quello che sembra. E se lo è, ci sono modi per scoprirlo.»
Abbasso la voce anche io. «Parli piano perché è una cosa che non potremmo fare?»
«Sfruttare le risorse della compagnia per indagare su un caso non mio insieme a una persona non autorizzata? Ma no, che dici?»
Svoltiamo in un corridoio più piccolo, senza finestre e in cui c’è una sola porta, a cui Silva bussa un paio di volte. Dall’interno una voce femminile ci dice di entrare.
La stanza è minuscola, ed è occupata quasi del tutto da una scrivania. Un mobile vecchio, di legno scuro e massiccio, così grande che mi chiedo come abbiano fatto a farlo passare attraverso la porta. Vi è seduta una donna dai lunghi capelli castani, per la maggior parte intrappolati da un grosso elastico nero in un’alta e disordinata coda. Divide la sua attenzione tra i fogli contenuti in una cartelletta, un blocco per appunti e le pagine di un libro su cui intravedo una tabella che alterna numeri e lettere di vari alfabeti, e nel frattempo digita senza guardare sulla tastiera di una grossa calcolatrice a nastro. Il modellino di un robot smilzo e rosso, armato di pugnale e in posa plastica, sembra montare la guarda in cima a una piccola pila di cartelline e libri.
Altri robot sono sparsi sugli scaffali della vetrinetta alla mia sinistra, che ospita una vasta collezione di mazzi di tarocchi. Riconosco diverse variazioni sul tema dei Marsigliesi, dei Rider-White e del Libro di Thot, oltre a carte ispirate a varie tipologie di creature, stili artistici, periodi storici, persino animali. Un mazzo è appoggiato davanti agli altri, in una confezione nuova di zecca su cui il Tribuno, o qualcuno che indossa i suo stessi paramenti, è raffigurato nei panni del Mago delle carte.
«Ciao Iza. Ti disturbo?»
«Silva!» La donna dietro la scrivania parla con un leggero accento dell’est, e sembra avere qualche difficoltà a pronunciare la “s”. «No, sto solo compilando un calendario di giorni e orari propizi per le iniziative del reparto marketing. I numeri dello slogan del  nuovo servizio di sorveglianza sono pessimi, hanno bisogno di tutto l’aiuto possibile!» Solleva lo sguardo, rivelando degli occhi verde pallido dietro occhiali dalla spessa montatura nera, e un volto molto più giovane di quanto immaginassi. Si ammutolisce quando si accorge di me.
Silva mi fa cenno di farmi avanti. «Izabela, lui è l’amico di cui ti ho parlato, il mio nuovo…»
«Oh no!» La ragazza mi fissa con disperazione. «No no no! Sil, lo sai che qui non possono venire estranei!»
«Io… mi dispiace.» Non mi aspettavo una reazione del genere. Arretro verso la porta, a disagio. «Se è meglio, posso uscire» provo a suggerire.
Silva mi ignora. «Non ti devi preoccupare di nulla, Iza. Lui è con me, mi prendo io ogni responsabilità.»
«Guarda che così finirai nei guai.»
«Più di quanto lo sono già?»
«Davvero, vado ad aspettare fuori, va bene?» Non faccio in tempo a terminare la frase che Silva mi lancia un’occhiata feroce che mi inchioda sul posto.
«Smettila, tu. Iza, non ti prenderemo molto tempo, ma abbiamo bisogno di te se vogliamo risolvere questo omicidio.»
«Questi» risponde Izabela, con aria pignola. «Va bene, ma facciamo in fretta, prima che ci scopra qualcuno.»
«Aspetta, come sarebbe a dire questi?» Mi avvicino anche io.
«Questi-tre-omicidi» scandisce la ragazza. «Non l’avete visto il giornale di oggi?»
Silva lancia un’occhiata al suo quotidiano. «Sì, ma cosa c’entra col nostro caso?»
«Pare che i disordini di ieri siano dovuti alla morte di una Pizia. Le hanno tolto gli occhi.» Ci guarda, come aspettando una nostra reazione.
«Ok, ci sono delle similitudini con la morte di quella cantante, la sirena» ammette alla fine Silva. «Ma noi ci stiamo occupando del monacello.»
«Quello a cui hanno portato via il cappuccio. Te l’ho detto, è lo stesso caso! Li hai visti i numeri!»
«Un momento, di cosa state parlando?» chiedo. «State iniziando a confondermi.»
«Non gli hai detto nulla? Oh, devo rifare tutto dall’inizio» sbuffa Iza, afferrando il blocchetto e iniziando a scriverci sopra in fretta.
«Izabela lavora come numerologa e cartomante per i reparti commerciale e assicurativo della compagnia» mi racconta Silva, in tono rassegnato. «Si occupa di numerologia e cartomanzia applicata ad analisi e valutazione dei rischi.»
«E ho anche trovato una connessione tra il vostro caso e l’omicidio di Tessalonica. Se non fossi una fan degli Alcyone probabilmente mi sarebbe sfuggito, ma siete stati fortunati!» Solleva il blocchetto. «Guarda qua.» Mi avvicino. Le parole monacello e cappuccio sono scritte sul foglio, sovrastate da due file di numeri. «Ho preso gli elementi più significativi del caso e utilizzato l’alfabeto latino standard a 26 lettere per la sostituzione alfanumerica, in mancanza di indicazioni che suggerissero l’utilizzo di un altro alfabeto o lingua. Non è una procedura che dia garanzie, ma di solito funziona.»
Non sono molto pratico di numerologia. So che è una forma di divinazione compiuta attraverso la sostituzione di ogni lettera di un alfabeto con numeri dall’uno al nove e l’interpretazione delle combinazione numeriche ottenute da nomi, frasi e date. Ma Izabela non mi lascia il tempo di chiedere spiegazioni.
«La parola monacello ha valore 9, cappuccio 6. Se le sommiamo e semplifichiamo, otteniamo un numero del caso pari a 6. Ora, prendiamo in esame la morte di Tessalonica, un cambiato con caratteristiche da sirena a cui è stata strappata la lingua. Che sarebbe a dire uno più uno più tre più uno.» Sfoglia un’altra pagina del blocchetto e ricomincia a scrivere. «Certo, qui la situazione è più complicata, perché sto considerando anche un nome, che però non è quello vero della vittima. Ci sono varie teorie su come ci si dovrebbe comportare in queste situazioni, ma…»
«Iza, davvero, non avevi fretta? Non vogliamo farti perdere troppo tempo» interviene Silva.
«Sì, hai ragione. Ma, insomma, il numero dell’omicidio è lo stesso, il 6!»
«Mi sembra un po’ debole come connessione…» azzardo.
Izabela mi guarda con sufficienza. «Beh, secondo me è un metodo d’indagine migliore che dare ascolto ai suggerimenti degli spiriti del discount!»
«Quella era una situazione del tutto diversa. E non era un discount…» Mi volto verso Silva, che si stringe nelle spalle.
«Era interessante e gliel’ho raccontato!»
«Comunque, vogliamo parlare del terzo delitto? Una veggente a cui sono stati strappati gli occhi. Ovvero quattro e due, numerologicamente. Un altro sei.» Izabela posa il blocchetto. «Sentite, non sono stupida. Non credo che tutti gli eventi caratterizzati da numeri simili siano collegati. Ma qui si tratta di tre omicidi in un lasso di tempo ristretto, nella stessa città, ai danni di vittime non umane a cui è stato sottratto qualcosa. Se anche non ci fosse una connessione numerologica, è così assurdo pensare che esista un legame tra loro?»
Mi volto verso Silva, e lei fa lo stesso con me. Posso immaginare quello che sta pensando. Se ci fosse davvero la stessa mano dietro quelle morti e lei riuscisse a scoprirne il responsabile, scalzare Davelli e Folco diventerebbe facilissimo. «Va bene, a questo possiamo pensare dopo. Ora dobbiamo concentrarci sulla pista che abbiamo trovato. C’è…» comincia, ma si ferma di colpo.
Lo ha sentito anche lei. C’è stato un improvviso sbalzo di temperatura, e la stanza si è fatta più calda. Se mi concentro posso sentire il pavimento vibrare, e la pelle mi pizzica come se fosse percorsa da piccole scosse. «Che cosa succede?»
«Conosco questa sensazione. Ma non può essere. Perché dovrebbe venire qui?»
«Sil, non mi far preoccupare.» Iza si alza in piedi, aggrappandosi alla scrivania. «Chi non dovrebbe venire qui?»
Silva mi guarda mentre risponde. «Un vecchietto col farfallino…»
Per poco non scoppio a ridere. È naturale. Con la mia fortuna, la prima volta che metto piede nella EXO perché non dovrei imbattermi in un mago?

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